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Intervista a Matteo Biffoni: “Impariamo da Mamdani, si vince con idee e battaglie chiare”

Photo credits: Andrea Calandra/Imagoeconomica

Photo credits: Andrea Calandra/Imagoeconomica

Matteo Biffoni, già sindaco di Prato, è stato eletto al Consiglio regionale della Toscana con 22.155 preferenze, un risultato senza precedenti che lo rende recordman assoluto, da che la legge elettorale è questa.

“La sinistra ha voltato le spalle all’Italia”, afferma Romano Prodi. “Il Pd si è spostato troppo a sinistra”, rilancia Giorgio Gori. Dal suo osservatorio toscano, e da recordman di preferenze alle recenti elezioni regionali, lei come la vede?
La premessa è che io continuo a pensare che il Partito democratico ha la necessità di rappresentare le tante anime e le tante sensibilità del mondo progressista, di quella sinistra che ha saputo incarnare in sé valori e pragmatismo. Ultimamente, invece, talvolta il partito democratico ha peccato di troppo romanticismo, se mi passate la definizione, è stato un po’ lezioso. Mi sembra troppo pensare che abbia “voltato le spalle all’Italia”, la penso più come una provocazione tesa a stimolare una reazione all’altezza della “accusa”, ma dobbiamo assolutamente avere la consapevolezza che talvolta l’azione del PD non viene percepita come connessa alle aspettative del Paese, come sufficientemente strutturata per le necessità della vita reale delle persone. Il PD secondo me non è riuscito pienamente a raccogliere le richieste, le ansie, le aspettative di un’ampia parte del Paese, per cui invece dobbiamo lavorare per tornare ad essere punto di riferimento e che invece ora non ci ritiene capaci di concretizzare in fatti una azione politica all’altezza delle sfide dell’oggi.

Da sindaco e ora da consigliere regionale, il più votato in assoluto, lei ci può aiutare a risolvere un rovello: ma cosa diavolo è questa tanto evocata, declamata, agitata “cultura di governo”?
Dare risposte concrete, tangibili, verificabili alle questioni che si pongono. Il che significa farsi carico delle scelte, dopo aver valutato tutte le opzioni in campo, anche quando sono scomode, sempre e solo nell’interesse della comunità rappresentata e senza pensare alle conseguenze o alle ricadute personali. Reggere l’urto delle eventuali critiche o osservazioni quando si è convinti di aver fatto la scelta giusta, tenere sempre presente che spesso la pratica è molto diversa dalla teoria. Rendersi sempre conto che il problema che la persona che hai di fronte ti sta raccontando è per lui spesso la questione più importante della vita e quindi tu la devi affrontare con tutto l’impegno possibile. Ed essere concreti, pragmatici, in ogni scelta che si fa.

Dopo anni di vuoto, le piazze italiane sono tornate a riempirsi. In milioni hanno manifestato contro il genocidio e a Gaza e per il riconoscimento dello Stato palestinese. Qualche frequentatore abitudinario dei salotti mediatici ha storto il naso, e anche nel Pd c’è chi ha accusato Elly Schlein di avere inseguito la piazza.
Quelle sono piazze giuste, nel senso che è un bene che ci siano state, e hanno mandato un messaggio potente. E credo che il partito democratico abbia fatto bene a starci. Altrettanto credo che però non siano sufficienti per fare opposizione. A proposito di quello che dicevamo prima sulla cultura di governo, poi bisogna anche sporcarsi le mani facendosi carico delle tante questioni della vita di tutti i giorni.
Bisogna essere credibili nelle piazze come nelle aule del Parlamento o in tutti gli altri luoghi delle Istituzioni, insomma essere più cose nello stesso momento, sempre con la stessa autorevolezza.

Marche, Calabria, Toscana: risultati diversi, ma un comun denominatore: l’altissimo tasso di astensione. C’è chi sostiene che è un dato fisiologico alla crisi delle democrazie liberali. Una tendenza ineluttabile?
Su questo io non intendo rassegnarmi. L’astensionismo è un disastro per tutti. Chi ha la passione della politica e la ritiene lo strumento straordinario per risolvere i problemi della gente non può far altro che farsi delle domande e provare a reagire con l’unico strumento che conosco: tornare ad essere credibili nella capacità di farsi carico e risolvere i problemi della gente. Non sempre abbiamo dato spettacoli edificanti ma ci sono centinaia di donne e uomini che tutti i giorni si impegnano per le proprie comunità. Bisogna ripartire da quella passione.

In Toscana il “campo largo” ha funzionato. Un laboratorio nazionale?
È stato il motivo per cui a un certo punto si è anche messa in discussione la candidatura di Eugenio Giani, fatto che è apparso a molti incomprensibile, visto che la politica non è l’Olimpiade, in cui l’importante è partecipare, e conta prendere i voti e il presidente li ha sempre presi. Il campo largo toscano è figlio della generosità politica del presidente, visto che il risultato sarebbe stato positivo lo stesso, ed è servito proprio per mettere un ulteriore mattone a quella alleanza in vista delle politiche del 27. Non so se il sistema toscano sia replicabile nazionalmente, so che questa è la volontà del gruppo dirigente del partito nazionale e quindi si sta lavorando in questo senso. Attenzione però: se vogliamo essere credibili e vincere le elezioni bisogna che questa alleanza non snaturi l’essenza del Partito democratico e delle sue proposte politiche: su questo è bene essere chiari e lineari con gli elettori e con tutti gli alleati. Il PD non può abdicare a politiche di sviluppo, di crescita, di futuro o non sarebbe più il PD.

Molto in questi giorni si discetta sul fenomeno Mamdani”, il trentaquattrenne musulmano, socialista, originario dell’Uganda che ha trionfato nell’elezione per il sindaco di New York, la più grande, e non solo per il numero di abitanti, città americana. Cosa insegna questo risultato ai progressisti italiani?
Insegna che in politica non è facile dare qualcosa di scontato e che l’apparenza di un Trump invincibile è una apparenza appunto e non una certezza incontrovertibile. La vittoria di Mamdani è una notizia straordinaria, che emoziona e rassicura, soprattutto per le proposte e per la formazione del nuovo sindaco di New York. Penso che i cittadini della Grande Mela abbiano voluto premiare un’idea di sviluppo più armonico e un approccio nuovo, moderno ai temi da affrontare. Però è New York e non dobbiamo commettere l’errore di pensare che sia lo specchio di tutta l’America. NY ha sempre avuto un approccio peculiare ed identitario, ed è una realtà irripetibile in un altro contesto.
Al netto di questo, sono davvero contento.

Quello di Mamdani sembra essere il profilo, vincente, di un riformismo radicale, termini che nella vulgata politica italiana sembrerebbero agli opposti.
È vero ma fino a un certo punto. È una definizione che in Italia difficilmente si tiene insieme perché noi abbiamo parametri ben diversi da quelli degli Stati Uniti e, se posso dire, ancora di più di New York che come accennavo prima è proprio una situazione molto particolare, anche perché è complicato prendere a riferimento valori e prese di posizione politiche in un contesto così diverso da quello che conosciamo e pratichiamo noi. Essere riformisti in Italia significa affrontare con spirito pragmatico le questioni e non sempre la radicalità aiuta in questo senso, per quanto voler cambiare le cose è un tratto comune. Comunque, davvero sono convinto che è molto difficile porre in connessione quello che accade a New York a quello che accade in Italia. Quello che ci dimostra questa elezione però è che quando pratichi idee chiare e combatti battaglie che i cittadini percepiscono diventi credibile e vinci le elezioni: Io spero che il PD tragga questa lezione da NY.