“L’unica fonte di riferimento è la legge e non sarà tollerato alcun abuso che minacci la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue istituzioni”. A dirlo non è il ministro della Giustizia Carlo Nordio ma il premier libico Abdelhamid Dbeibah. “Il tempo delle detenzioni illegali nel nostro paese è finito”, ha poi aggiunto Dbeibah, impartendo così una lezione di diritto all’Italia che sul caso Almasri ha cambiato in questi mesi almeno sette versioni.
Tutto inizia lo scorso 19 gennaio quando la polizia arresta il feroce generale di Tripoli a Torino su mandato della Corte penale internazionale dell’Aja. Almasri è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui torture, stupri e uccisioni di detenuti nei centri di detenzione libici. Due giorni dopo, però, la vicenda prende una piega imprevista: Almasri viene liberato e rimpatriato a bordo di un volo dei servizi segreti. Il governo, dirà il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha agito nell’interesse della sicurezza nazionale, qualificando la misura come l’“espulsione di un soggetto pericoloso”. Non un’estradizione, dunque, ma un provvedimento amministrativo di allontanamento. Secondo l’esecutivo, la scelta sarebbe stata motivata anche da una richiesta di estradizione libica “già nota al momento della decisione”. Una tesi che fa acqua da tutte le parti.
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La Cpi, che da anni indaga sui crimini commessi nei centri di detenzione libici, aveva chiesto la consegna di Almasri per sottoporlo a giudizio. La decisione italiana di non ottemperare al mandato viene considerata da tutti gli osservatori internazionali come una violazione dello Statuto di Roma, il trattato che l’Italia ha ratificato nel 1999 impegnandosi a collaborare con la Corte. “La Libia aveva chiesto la consegna di Almasri per processarlo per gli stessi reati. L’Italia ha agito in conformità con quella richiesta”. Una versione che non risulta dai documenti del Tribunale dei ministri, che aveva chiesto il rinvio a giudizio di Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano. L’Unità, all’indomani dell’accaduto, aveva pubblicato in esclusiva il contenuto della mail con cui Luigi Birritteri, allora capo dipartimento di via Arenula, aveva dato indicazioni per trattenere Almasri in Italia e quindi consegnarlo alla Cpi. Bozza di provvedimento che era rimasta tale. Mercoledì scorso, nove mesi dopo il rientro di Almasri a Tripoli, arriva il colpo di scena: le autorità libiche lo arrestano con l’accusa di tortura e omicidio di un detenuto e di violazione dei diritti di altri dieci. L’arresto è annunciato, come detto, da Dbeibah.
L’episodio provoca un terremoto politico in Italia. Le opposizioni sostengono che l’arresto in Libia “dimostra che l’Italia ha sbagliato”, perché Tripoli ha fatto ciò che Roma avrebbe dovuto fare: consegnare Almasri alla giustizia internazionale. “Una pagina vergognosa”, commenta il leader del M5s Giuseppe Conte, “non c’era alcuna richiesta di estradizione, il governo ha mentito”. L’ex sottosegretario Luigi Li Gotti, dalla cui denuncia è poi nato il procedimento contro Nordio, Piantedosi e Mantovano, afferma che “il governo ha gestito la vicenda nel modo peggiore possibile” e che “la Corte penale internazionale dovrà ora deferire l’Italia al Consiglio di sicurezza dell’Onu”. A Palazzo Chigi, invece, si continua a minimizzare, ribadendo che “l’esecutivo era pienamente a conoscenza del mandato di cattura libico fin dal 20 gennaio” e che “l’espulsione è avvenuta in conformità a quella richiesta”.
Per i dem “la giustizia libica è ora presentata come modello proprio da chi fino a ieri la riteneva inaffidabile”. “È paradossale che ora sia la Libia a fare quello che avrebbe dovuto fare l’Italia”, ha aggiunto Ivan Scalfarotto (Iv). La domanda di fondo resta però senza risposta: perché Almasri non fu consegnato a gennaio alla Cpi? Fu davvero la richiesta libica a motivare la scelta o pesarono interessi di natura politica, energetica o legati al controllo dei flussi migratori? “Non lo sapremo mai per davvero”, ammette amaramente Andrea Orlando (Pd). “È evidente che il governo non ci sta dicendo tutto ciò che è avvenuto”, ha aggiunto l’ex ministro.