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Luciano Spalletti alla Juventus è il villain perfetto per questa Serie A

Italy’s Headcoach Luciano Spalletti during the Uefa European Qualifiers 2026 match between Italy and Moldova (group I) at the Mapei Stadium, Reggio Emilia, Italy – June 9, 2025. Sport – Soccer . (Photo by Massimo Paolone/LaPresse)

Italy's Headcoach Luciano Spalletti during the Uefa European Qualifiers 2026 match between Italy and Moldova (group I) at the Mapei Stadium, Reggio Emilia, Italy - June 9, 2025. Sport - Soccer . (Photo by Massimo Paolone/LaPresse)

Erano audaci i destini se erano forti anche gli uomini, in quell’adagio che Luciano Spalletti aveva scolpito nel racconto dell’epocale terzo Scudetto del Napoli, vinto nel 2023 dominando il campionato di Serie A, il primo nella bacheca dell’allenatore toscano. Quel tricolore se l’era tatuato sull’avambraccio affianco allo stemma del Napoli, in conferenza aveva detto di non poter mai allenare altra squadra italiana. E vabbé: l’addio non era una possibilità, i festeggiamenti ancora nel pieno. Anni e anni di professionismo non avevano ancora lasciato attecchire quel pensiero cinico ma necessario: nella vita non si può escludere alcun tipo di ritorno, soprattutto nel calcio.

Era un allenatore solido Spalletti, dalle doti riconosciute all’unanimità. Alla sua prima esperienza sulla panchina della Roma si era inventato Francesco Totti centravanti quando ancora non si parlava di falso nueve: quell’invenzione aveva regalato al Pupone una nuova giovinezza. All’Inter aveva scoperto che Marcelo Brozovic, più che un trequartista di fantasia o una mezzala di qualità, poteva diventare un regista di livello europeo. Sono soltanto due esempi di un grande insegnante di calcio. Gli mancava soltanto una cosa: quella vittoria, quel successo in grado di consacrare una carriera che aveva scalato le gerarchie, superato tutti i livelli ma di fermarsi sempre un attimo prima del gradino più alto del podio. Almeno prima che Aurelio De Laurentiis lo telefonasse e gli affidasse un gruppo rodato prima e un altro tutto da scoprire e calibrare poi.

Quel Napoli era cresciuto esponenzialmente negli anni, sempre presente in Europa, spesso a un passo dal trionfo che gli era riuscito nella sua storia soltanto quando in campo c’era Diego Armando Maradona. Fu l’incontro tra due incompiuti, sublimato dalla classe di Kvicha Kvaratskhelia e dalla potenza di Viktor Osimhen. Quale società, oggi, è la più affamata di tutte, visibilmente a disagio fuori dalla lotta Scudetto? Quale tifoseria vive l’obiettivo del quarto posto come un’umiliazione, una scomunica a brancolare lontanissimo dal comandamento: vincere è l’unica cosa che conta? Quale allenatore più di ogni altro bramava e rivendicava un’altra – forse l’ultima – chance per dimostrare per davvero, ritornare al pallone giocato ad alti livelli?

“Se vado a pensare alla brutta figura che ho fatto, mi ci vuole qualcosa di clamoroso per rimetterla a posto, mi ci vuole una situazione veramente importante da un punto di vista personale”, aveva detto lui stesso recentemente in un’intervista alla Rai con la sua sfiancante e iperbolica dialettica. Dopo la sciagurata e traumatica esperienza in Nazionale, Luciano Spalletti, con quella faccia un po’ così, un po’ Jafàr un po’ Megamind, è entrato alla Continassa. A quanto trapelato firmerà un contratto iniziale di otto mesi con opzione di rinnovo automatico fino al 2028 in caso di qualificazione alla Champions League. Alla Juventus troverà una squadra squadernata da una gestione arruffona, ottimi calciatori e potenziali fenomeni che però devono ancora dimostrare tutto.

A Napoli difendono lo Scudetto gli juventini Antonio Conte e Giovanni Manna, l’Inter di Cristian Chivu vanta ancora la rosa più completa: sono probabilmente le uniche due squadre più strutturate della Juventus. A Roma, Gian Piero Gasperini si sta giocando nel migliore dei modi la sua ultima spiaggia con una big mentre Massimiliano Allegri trama nelle tenebre per far tornare grande il Milan. Spalletti torna in questo Trono di Spade affamato come mai prima d’ora: è il villain perfetto per mandare all’aria i piani di tutto il resto della serie A, il cattivo ideale alla guida della squadra allo stesso tempo più tifata ma anche più detestata d’Italia. Farà certo effetto sapere che su quella panchina – la più titolata d’Italia – ci sarà un allenatore con il tatuaggio dello stemma del Napoli affianco a quello del tricolore. Gli juventini si mordono la lingua pur di tornare a vincere, “l’unica cosa che conta”. A poco servirà la retorica, prediche e panegirici vari. Anche questo è certo.