Spiccioli sulle pensioni minime, sconti legati al taglio dell’Irpef (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) che per la metà dell’importo andranno a chi guadagna più di 50mila euro all’anno, non esattamente “classe media” in un Paese in cui gli stipendi sono fermi da 20 anni.
Sono le sorprese che emergono col passare dei giorni dalla legge di bilancio approvata, sostanzialmente al buio viste le polemiche all’interno della stessa maggioranza di governo, nel Consiglio dei ministri della scorsa settimana.
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A spiegare come la manovra preveda nel taglio dell’Irpef un assist ai redditi più alti è una analisi del Sole 24 Ore. Il taglio, che vale poco meno di 3 miliardi di euro, finirà per poco meno della metà (un miliardo e 270 milioni di euro) a chi guadagna di più.
In particolare il 42,9% degli sconti finirà quindi ai redditi sopra i 50mila euro, circa 2,88 milioni di contribuenti italiani (su 42 milioni) che si troveranno in tasca 440 euro in più all’anno.
Numeri che poi ribadiscono la portata minima di una manovra piuttosto misera di risorse: i 2,96 miliardi disponibili per diminuire le tasse ai lavoratori dipendenti riducono di appena l’1,26% il gettito Irpef annuale, che lo scorso anno aveva raggiunto quota 235,6 miliardi di euro.
Il fiscal drag
Per chi guadagna meno di 50mila euro l’anno gli effetti dei tagli voluti dal governo Meloni saranno il larghissima parte “mangiati” dal fiscal drag, il drenaggio fiscale. Si tratta di un meccanismo che esiste nei sistemi fiscali progressivi, in cui quindi la tassazione aumenta in rapporto al reddito, quando l’inflazione è elevata: è esattamente il caso italiano, dove negli ultimi anni si è visto un generale aumento dei prezzi, in particolare dei beni di primo consumo.
Ulteriore problema deriva dal mancato adeguamento delle retribuzioni all’andamento dei prezzi: da gennaio del 2021 a gennaio del 2025 i prezzi in Italia sono aumentati complessivamente del 16 per cento, le retribuzioni di poco più dell’8 per cento, la metà.
Il sistema fiscale progressivo italiano non si è però adeguato abbastanza al livello dei redditi: così gli aumenti di stipendio portano a sforare gli scaglioni Irpef con cui lo Stato “divide” la tassazione sul lavoratore dipendente, col contribuente costretto a pagare aliquote più alte e rinunciare a bonus e detrazioni, senza aver avuto davvero un miglioramento della propria condizione economica.