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Intervista a Stefano Levi Della Torre: “Hamas e Netanyahu restituiscano gli ostaggi, Palestina e Israele destinati a convivere”

Intervista a Stefano Levi Della Torre: “Hamas e Netanyahu restituiscano gli ostaggi, Palestina e Israele destinati a convivere”

Israele, due anni dopo quel tragico 7 ottobre 2023, l’”11 settembre” dello Stato ebraico. La diaspora, due anni dopo e il segno delle grandi manifestazioni di questi mesi, settimane, giorni. L’Unità ne discute con Stefano Levi Della Torre.

Milioni in piazza a sostegno della Flotilla. C’è chi ha gridato allo scandalo.
Come interpretare la straordinaria mobilitazione per Gaza e la Sumud Flotilla in Europa, ma soprattutto in Italia? Una mobilitazione di così grandi dimensioni e ripetuta senza stanchezza per giorni, coinvolgendo le diverse generazioni, di donne e di uomini, di studenti e lavoratori e pensionati e immigrati. E non solo nelle grandi città ma anche nelle province. Penso che ciò che muove tutto questo sia la diffusa sensazione che la civiltà sia in pericolo, stia scivolando in un baratro. Quello che un esteso senso comune sta avvertendo è che tutto quello che sa di valori riconosciuti, la solidarietà, la vita e la sopravvivenza, i diritti umani, sociali e civili, il riconoscimento degli altri e delle loro sensate aspirazioni proprie e altrui, siano sistematicamente criminalizzate dalla crescente ondata di destra.

Di che cosa si alimenta questa ondata di destra?
Io l’attribuisco a una grande inversione storica: per alcuni secoli il cosiddetto occidente, cioè l’Europa e gli Stati Uniti, hanno invaso il mondo con la loro egemonia culturale e tecnica, con il colonialismo e con le armi e ora la storia sta cambiando di segno, l’Occidente da invasore si sente invaso, dall’imporre la propria egemonia sente di subire egemonie altrui. L’immigrazione è il sintomo incarnato dell’essere invasi e il messaggio delle destre è questo: allarmatevi, e noi vi proponiamo la difesa da questo cambiamento, la conservazione di tradizioni e identità, la gerarchia del maschile sul femminile, della proprietà sul lavoro, del privato sul pubblico, la religione come credenze contro una libertà laica di pensiero che si apre al mondo e apre le porte all’altrui, che ci contamina e ci minaccia di sostituire la nostra senescenza infeconda con una gioventù prolifica ed estranea: ognuno per sé secondo il suo interesse privatistico, e un regime autoritario per tutti che imponga l’ordine e costruisca muri sovranisti a riparo dall’assedio della storia che lede la nostra “libertà di non mutare” imponendoci il mutamento. Dunque, penso che sullo sfondo di questa grande mobilitazione siano due fattori generali: la percezione che la civiltà stia precipitando in un baratro in cui si perde il senso dell’umano a favore delle ristrette appartenenze tribali, e che il mutamento storico si debba affrontarlo come occasione di nuove possibilità , invece che ripararsene ripristinando protezionistiche gerarchie regressive e repressive, come propongono le destre da Trump all’Europa. C’è però una questione più specifica…

Quale?
Con tutte le atrocità di massa che sono in corso nel mondo, dall’ Ucraina al Sudan agli Uiguri perché quelle compiute da Israele sui palestinesi hanno sollevato una mobilitazione così estesa, una volontà di dire e fare qualcosa, di intervenire? Perché ciò che ha a che fare con gli ebrei ha portato al centro della nostra attenzione i palestinesi, così trascurati dagli stessi regimi arabi e islamici? È che in Palestina si stanno manifestando con la massima evidenza le inversioni della storia che comportano la crisi di civiltà. A partire dalla Rivoluzione Francese, l’emancipazione degli ebrei ha rappresentato il paradigma degli avanzamenti civili: su quel paradigma si è elaborato il diritto di cittadinanza, la libertà religiosa, la pluralità culturale, il diritto di minoranza, l’inclusione della divergenza. L’antisemitismo di fine Ottocento è insorto proprio per contrastare queste progressioni civili che hanno portato ai principi generali della democrazia moderna. Da parte loro gli ebrei hanno contribuito a questi avanzamenti, perché a partire dall’esperienza di minoranza minacciata ma resiliente hanno fornito quadri e pensiero ai principali movimenti di riscatto sociale e intellettuale, e di emancipazione politica. Non sono stati solo fruitori paradigmatici dell’avanzare della civiltà dei diritti, ma vi hanno attivamente contribuito. Dopo la Shoah, la condizione ebraica ha costituito ancor più un elemento paradigmatico per la ricostruzione democratica nella risalita dalla catastrofe della guerra mondiale scatenata dall’aggressione nazi-fascista dall’interno della stessa civiltà occidentale e per l’affermazione del diritto internazionale e dell’Onu che ha conferito al sionismo il diritto allo Stato, in quanto diritto universale per ogni popolo. Ma la nascita di Israele ha negato questo diritto universale al popolo palestinese. L’Occidente ha così scaricato sui palestinesi il risarcimento delle sue responsabilità nella persecuzione degli ebrei. Si è quindi sviluppato il conflitto israelo-palestinese che con l’occupazione dei territori Israele ha inglobato nel suo sistema come una malattia interna irrisolta, ma per lungo tempo in apparenza sedata come un’apartheid diventata abituale ai danni dei palestinesi. Questa è la premessa all’aggressione barbarica e stragista di Hamas del 7 ottobre 2023 che ha colto gli israeliani di sorpresa risvegliando il panico atavico dell’insicurezza esistenziale. Ne è seguita la risposta perdurante di bombardamento distruzione e fame in cui la destra al governo in Israele cerca una soluzione finale della questione palestinese, a Gaza e in Cisgiordania.

Qual è il segno di questa guerra permanente?
In questa azione Israele ha perpetrato sistematicamente crimini di guerra e contro l’umanità, fino al genocidio. Cosa voglio concludere con questa rapida ricostruzione di fatti noti? Che i principi di etica, di giustizia e di diritto e di riconoscimento dell’umano contro il razzismo e la disumanizzazione dell’altro che si sono affermati con riferimento al paradigma ebraico hanno trovato proprio in Israele un capofila del loro ribaltamento, una trasfigurazione del paradigma della vittima che rivendica il suo riscatto in quella del carnefice che disumanizza le proprie vittime, per toglierle di mezzo. Per questo in chi sente il pericolo dell’aggressione fascistica alla civiltà occidentale dal suo interno, vede nelle tendenze fascistiche, razziste e fondamentalistiche del regime di Netanyahu, affini a quelle della sua antagonista Hamas, il rovesciamento dei valori di cui l’esperienza ebraica era stato il riferimento: Israele non come affermazione di valori, ma come loro ribaltamento. È questo ribaltamento a trasferire sui palestinesi il paradigma del riscatto dalla persecuzione; è questo ribaltamento a negare il vanto dell’“unica democrazia nel Vicino Oriente” e ad assimilare invece Israele ai regimi arabi e islamici, e alla stessa Hamas, a isolare Israele mettendolo in pericolo. È questo ribaltamento a spaccare il mondo ebraico in Israele e in diaspora, tra chi vorrebbe Israele protagonista di civiltà come base della sua sicurezza e durata, e chi invece vede la sua sicurezza nella prevaricazione militare dove Netanyahu e Trump discendono avvinti nel declino dell’occidente.

Israele due anni dopo quel tragico 7 ottobre 2023, l’ “11 settembre” dello Stato ebraico.
Siamo all’anniversario dell’aggressione del 7 ottobre, dove Hamas ha prodotto la strage, gli stupri e i rapimenti di ostaggi nei kibbutz del sud di Israele e ha votato allo sterminio il popolo palestinese in nome del fondamentalismo islamista e antisemita. Il trauma che ha subito Israele ha rafforzato nell’opinione diffusa il sostegno alla destra razzista, al governo dello sterminio. Nel ricordo del 7 ottobre, la linea di demarcazione non passa tra Hamas e Netanyahu-Trump, ma contro entrambe queste manifestazioni di aggressività fascistiche. E dunque, pretendiamo la restituzione degli ostaggi, quelli rapiti da Hamas e quelli sequestrati da Israele nell’arbitrio delle detenzioni amministrative volte a tenere sotto ricatto la popolazione palestinese. Si tratta di ricostruire il riconoscimento che in quella terra esistono due popoli che devono convivere in sicurezza e per questo occorre appoggiare non gli israeliani che aspirano all’eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, non i palestinesi che aspirano all’eliminazione degli israeliani “dal fiume al mare” ma quelli che riconoscono che dal fiume al mare vivono due nazioni destinate a convivere nella sicurezza. Per nostra e loro fortuna, molti in Israele e, forse per ragioni logiche, un po’ meno in Palestina, lo sanno e agiscono e resistono, e noi li appoggiamo in questa direzione che è anche la nostra.