Attore, regista, attivista, le tre facce di Michele Riondino, protagonista de La Valle dei Sorrisi di Paolo Strippoli, attualmente nelle sale dopo il fruttuoso passaggio veneziano e Golden Panther Award al Lucca Film Festival dove ha tenuto una masterclass davanti ad un foltissimo pubblico tra stampa, studenti di cinema e appassionati. Durante la masterclass e in una breve chiacchierata a seguire, Riondino ha raccontato la sua esperienza catartica nell’horror di Strippoli, rievocato la sua recente prima prova da regista, Palazzina Laf e infine detto la sua, come già fatto in passato e durante Venezia, sul genocidio in corso a Gaza.
L’horror come mezzo migliore, per citare Paolo Strippoli, per raccontare l’importanza del dolore nelle nostre vite. E chi ha il coraggio di non sorridere?
La Valle dei Sorrisi è un film fortemente simbolico, metaforico. Mi ricorda una vita che noi crediamo sia reale, ma che è totalmente virtuale, digitale, cioè la vita dei social dove dobbiamo essere tutti performanti, tutti sorridenti, tutti di buon umore, mostrare qualcosa di noi che in realtà non ci rappresenta. Il mio personaggio, un professore, cerca di fuggire dal proprio dolore. Cerca riparo, sollievo, e lo trova in una cittadina dove vive un ragazzino che assorbe le sofferenze degli altri come una spugna, perché ritenuto un santo. È un po’ un anti-Inside Out, se vogliamo, perché poi alla fine il tema bene o male è lo stesso, affronta tanti temi tra i quali la genitorialità, l’adolescenza, il bisogno di appartenenza, la ricerca dell’identità, l’elaborazione del lutto.
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Con il suo primo film da regista, Palazzina Laf, ha coniugato lo stile del film di impegno politico e sociale classico con una consapevolezza del presente in cui viviamo. Come è riuscito in questo connubio?
C’era l’intenzione innanzitutto di confondere il pubblico, anche perché soprattutto in certe categorie della politica, del sindacato, e anche tra chi conosce o è informato sulla questione tarantina, molti si aspettavano un film legato a certi temi: ambiente, impatto sanitario, inquinamento. Addirittura volevo fare un trailer finto, che restituisse un film completamente diverso da quello che poi era. Io ho voluto col mio film restituire la complessità del problema della mia città. Siccome sono un attivista e cittadino di Taranto, conosco bene la storia e la genesi del problema. Il problema ambientale e sanitario, per quanto grave e drammatico, è comunque collaterale. Il problema centrale della vertenza tarantina sta nel ricatto occupazionale: quel ricatto per cui i figli degli operai erano destinati a sostituire i propri genitori. Io stesso, primogenito, avrei dovuto sostituire mio padre che andava in prepensionamento nello stesso impianto. Questa era la base del ricatto: tu fai quello che dico io, io ti premio col lavoro. Se non lo fai, il lavoro te lo tolgo. Ci ho lavorato sette anni, volevo che nel film fossero contenuti anche gli altri elementi: inquinamento, malattia, morte. Ma credo che la scelta di raccontare questa storia senza cadere nella drammaticità degli eventi abbia dato allo spettatore la possibilità di osservare, fare e conoscere una storia senza il coinvolgimento emotivo diretto.
A proposito di attivismo, lei ha manifestato a Venezia per denunciare il genocidio a Gaza, qui a Lucca nella serata di Kevin Spacey, nel dicembre 2024 autore di commenti pro-Israele, c’è stato un corteo Pro-Pal nei luoghi del Festival. Che ne pensa della situazione?
L’8 ottobre ero sconvolto, scioccato, completamente turbato. Quel 7 ottobre l’ho vissuto come un altro 11 settembre, attraverso le immagini che mostravano fanatici, pazzi, criminali che trucidano a sangue freddo persone disarmate, gente che festeggiava, che ballava. Donne, uomini, bambini. Persone che guidavano tranquille e magari si fermavano per capire cosa stesse succedendo, e venivano fucilate sul momento. Inseguimenti folli. Io ho provato pietà, empatia per tutte quelle persone ammazzate, rapite, esposte in quelle immagini. Per intenderci, avrei potuto essere uno di quei partecipanti alla festa che si svolgeva nei campi, in aperta campagna. Ho provato pietà e disperazione per ciò che è accaduto. Ma non ho avuto il tempo di piangere i morti, perché il governo israeliano, l’esercito israeliano, non mi ha dato la possibilità di farlo. Non mi ha permesso di provare pietà per quelle anime, per quei corpi dilaniati, per quei rapiti. Ed è questa un’ulteriore responsabilità del governo israeliano e dei vertici dell’esercito: bisognerebbe far luce su come sia stato possibile che tutti quegli assalitori abbiano avuto campo libero. Gli israeliani non hanno avuto la possibilità. E Israele, il governo israeliano, avrebbe potuto “approfittare” di quella strage per reclamare una giustizia: la giustizia di esistere, il diritto all’esistenza di Israele. Perché chiunque minacci un popolo e la sua esistenza compie un atto criminale. Tanto Hamas quanto Israele. E quindi io recrimino questo senso di giustizia che mi è stato negato dal governo israeliano. Perché abbiamo dimenticato tutti le oltre mille persone, perché non abbiamo avuto il tempo di piangerle. Quella tragedia è stata subito sostituita da un’altra, molto più grande, molto più ingiustificabile. Perché non crea giustizia. Quello che sta succedendo oggi a Gaza non restituisce giustizia a Israele. Non fa altro che alimentare un senso non tanto di vendetta, ma di ingiustizia, nei confronti di un governo che sta perpetrando un crimine contro l’umanità. Ed è ancora più odioso che a commettere questo genocidio sia un popolo che ha subito un genocidio altrettanto grave come la Shoah. I riferimenti che ho già fatto al ghetto di Varsavia sono esattamente lo specchio di ciò che oggi vive Gaza. Non può esserci un “ma”, un “però”, davanti a un popolo che viene trucidato.
Secondo lei fa parte della responsabilità di un artista il portare avanti delle istanze o è solo il suo modus operandi?
Secondo me l’artista in generale non fa altro che tradurre le cose del mondo nell’opera che produce. L’opera è esattamente l’interpretazione dell’autore: le cose che vede, che lo colpiscono, che succedono intorno a lui. Quindi la vera domanda è: l’artista deve essere abbastanza sensibile da cogliere certi accadimenti oppure no? Io credo molto nella funzione pubblica, nel mio caso, dell’attore. Sono una persona curiosa, amo farmi domande, non giudicare, informarmi. Tutto questo mi serve per restituire, quando mi viene chiesta un’interpretazione, l’idea di un uomo, di un personaggio che non è reale ma è verosimile. Credo nella funzione pubblica dell’attore anche perché, A Venezia si è avuta l’impressione che qualcosa si stia muovendo: più voci hanno sentito il bisogno di dire le cose, di urlarle anche. Crede che stia cambiando qualcosa in tal senso, in modo positivo? Sicuramente sì. La situazione è talmente drammatica che, più si va avanti, più aumentano i numeri delle vittime, i civili massacrati, i bambini uccisi, e più si rafforza l’idea di quelli che già venti, trentamila, quarantamila morti fa dicevano: “Guardate che sta succedendo qualcosa”. È drammatico pensare che solo dopo sessanta, settanta, ottantamila morti si riconosca che quelle voci avevano ragione. Oggi è un bene che più persone prendano coscienza e che insieme si faccia sempre più rumore, ma resta drammatico che questa consapevolezza arrivi così tardi, dopo così tante vite spezzate.