Beppe Vacca, una vita, politica e intellettuale, a sinistra. Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, Vacca è stato più volte parlamentare del Pci. In libreria il suo ultimo libro: Astratti furori e senso della storia. Politica e cultura nella sinistra italiana 1945-1968 (Viella Editore).
Professor Vacca, tra le macerie di Gaza, cosa resta di quella Europa liberale, culla dell’umanitarismo?
Non mi è facile risponderti, perché è difficile fissare le date che consentano di trovare corrispondenza tra i fatti e le narrazioni. Qual è l’Europa liberale? L’Europa liberale è finita con la Prima guerra mondiale. E poi, come si fa a parlare dell’Europa come fosse un soggetto politico. È evidente che non lo sia, non ha mai tentato di esserlo, se non di concerto con gli Stati Uniti in una divisione dei compiti che con i carichi e i pesi posti da Trump, è esplosa. Dice una persona che stimo, Lucio Caracciolo, mi date l’indirizzo dell’Unione Europea… Quanto a narrazioni ce ne sono altre che andrebbero segnalate e che hanno in Trump l’artefice principale.
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Quali narrazioni, professor Vacca?
Ad esempio, la narrazione di una presunta unità dell’Occidente. E qui si aprirebbe il discorso da quando non si dovrebbe più parlare dell’Occidente come una unità. Trump ha anche evidenziato che non se ne può parlare in quei termini, perché c’è un conflitto strategico tra Stati Uniti ed Europa, e non solo tra di essi.
A partire da quando?
Almeno da quando non esiste più il “dollar standard”, cioè da quando la moneta americana dall’essere la principale garanzia di crescita di una enorme area economica sovranazionale integrata, è diventata invece uno strumento dell’unilateralismo americano. Parlo degli anni ’70. Se poi andiamo più avanti, man mano che si esaurisce questo vecchio ordine mondiale della Guerra fredda, s’intravvede un disegno nella politica americana?
Qual è la sua risposta?
Assolutamente no. S’intravvede piuttosto un approfondirsi delle divisioni interne, fino agli elementi palesi e ricorrenti di guerra civile. Come fa l’America, in questo scenario, a pensare di recuperare un ruolo egemonico. Ha fatto come scelta, non da ora ma almeno dagli anni’90, quella della guerra inevitabile, fin dalla prima guerra del Golfo e della guerra come mezzo principale della sua politica internazionale.
Se non fa la guerra, che fa? E non è questione, si badi bene, di un’amministrazione o di un’altra. Questo è diventato molto evidente con la presidenza Trump che enfatizza e radicalizza questa serie di problemi. Primo fra tutti, in maniera peraltro molto maldestra, quello di provare a recuperare forza a quello che resta della priorità del dollaro tra le monete di riserva. Ma lo fa senza una strategia, come lo facevano i pirati di Sua Maestà britannica nel ‘600, per conto della Compagnia delle Indie. Venendo all’oggi, Trump lo fa con le politiche dei dazi e di contingentamenti, di bilateralizzazioni delle relazioni al solo fine di riappropriarsi di risorse che dovrebbero contribuire a ridare agli Stati Uniti un livello di produttività interna e di competitività internazionale che regga la forza del dollaro. Ma le pare possibile che questo si possa affrontare con gli strumenti dei dazi? Quella dei dazi è una guerra commerciale e come tale, la storia insegna, prelude alla guerra guerreggiata vera e propria. Non si vede quale sia questa strategia di recupero della competitività, e quindi eventualmente di una coesione interna degli Stati Uniti.
C’è altro?
C’è il rapporto con l’Europa e i costi del sostegno della politica di russofobia degli europei rispetto all’Ucraina. Una politica che poggiava sul fatto che poi i costi di questa politica se li accollavano gli Stati Uniti, garantendone l’effetto deterrente. Tutto questo ora non sta più in piedi. Nel frattempo, l’Ucraina è sostanzialmente finita come nazione. Anche qui un’altra volta cito Caracciolo, praticamente uno stato fallito e una nazione disgregata, dimezzata.
Per responsabilità di chi?
Di chi ha pensato di farne, fin dal ’90 e soprattutto negli ultimi quindici anni, il piede di porco di una politica russofobica che aveva addirittura l’ambizione di trovare il luogo attorno al quale si cementava l’unità dell’Occidente con l’obiettivo di fare a pezzi la Russia, di colonizzarla, di prendersi le ricchezze. Sono tutte prove di mancanza di strategia, di assenza di visione. A questo punto non si capisce come questo cosiddetto Occidente dovrebbe affrontare chi invece una visione, una strategia ce l’ha.
A chi e a cosa si riferisce?
L’emersione dell’Asia come nuovo centro della politica mondiale sotto la guida di un’alleanza che è tutt’altro che opportunistica, bensì strategica, tra Russia e Cina. In questo contesto, quando Xi Jinping accompagna alla parata per l’ottantesimo, di fatto una nuova narrazione, affermando che la Seconda guerra mondiale non ebbe inizio in Europa a seguito dell’invasione della Polonia da parte Germania nazista, ma cominciò in Cina con l’invasione della Manciuria da parte dei giapponesi e i cinesi reagirono nel ’30 e dal ‘34, dice Xi Jinping, noi comunisti cinesi con l’inizio della Lunga marcia e con la Cina conquistata definitivamente nel ’49 dall’Esercito popolare, facendo della Repubblica popolare di Cina un attore di un sistema sempre più policentrico che già d’allora sopravanzava la struttura di regolazione che l’Occidente, cioè gli americani, si era dato con l’uso delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki. Una regolazione bipolare di una complessità ben più articolata, lungo un asse che era però solo tarato sui rapporti Est-Ovest, fino a che c’era l’Unione Sovietica. Era già anacronistica quella formula…
Perché?
Perché il mondo bipolare non era più tale. Era diventato multipolare almeno dalla fine degli anni ’40-50. Del resto, le guerre in cui l’America ha dovuto sostituire i vecchi colonialisti europei in Asia, prima in Corea, successivamente in Indocina, non sono altro che la prova di questo.
Quando sul piano della narrazione ti trovi di fronte ad una proposta di questo genere, capisci bene, per venire al Medio Oriente e al genocidio dei palestinesi, perché di questo si tratta, Israele ha un problema enorme, che è poi impersonato da Netanyahu.
Qual è questo problema enorme, professor Vacca?
Quello di trovare una sua legittimazione che non può essere più quella originaria, cioè la creazione dell’eccezionalismo dell’Olocausto e quindi della necessità di mettere fine alla diaspora ebraica, dar loro una terra come compensazione dell’eccezionalità dell’Olocausto. Si pone ora per Israele il problema di raggiungere un grado di forza militare tale da poter avere un ruolo, regionale e altro, fino a che valgono vecchi legami, come essere uno dei grilletti, se non il principale, della politica americana, come 51° stato dell’Unione, ma soprattutto di dare basi di potenza al proprio Stato per poter trattare nella definizione di un nuovo ordine mondiale, in ragione della sua forza, in un contesto nel quale il destino d’Israele non può più essere affidato soltanto alla garanzia americana. Possono per questo arrivare a fare quello che stanno facendo, un genocidio? A sfruttare un altro elemento di falsa narrazione per cui Hamas sarebbe il terrorismo più pericoloso. Hamas è un popolo. Ed è un popolo fortemente favorito da Netanyahu per svirilizzare i livelli di soluzione negoziata già raggiunti dall’Autorità nazionale palestinese. Nello stesso tempo, quello palestinese è un popolo che rischia di essere il nuovo oggetto di un Olocausto. E questo porta Israele al livello estremo di auto-delegittimazione. Una cosa che non è cominciata adesso, dopo il 7 ottobre 2023. Netanyahu è il principale stratega della rivoluzione della classe dirigente neoconservatrice che ha come principale paradigma, già dagli anni ’90, la russofobia e la possibilità di distruggere la Russia. La politica di fare d’Israele uno Stato-canaglia, cioè uno Stato interamente militarizzato, comincia già con la colonizzazione massiva della Cisgiordania, che va avanti da decenni, con l’espulsione progressiva della popolazione palestinese sostituta da un esercito di fatto di coloni, che agiscono impunemente, diventando sempre più l’armatura di un Paese che si affida ad una guerra permanente e a una legittimazione a sterminare il nemico, reale o presunto, senza particolari responsabilità e penalizzazioni.
Tutto questo finora ha retto sulla garanzia americana.
E l’Europa?
L’Europa non ha manifestato uno straccio di alternativa a questo. L’alternativa che cerca di giocare è quella, come i russi hanno ricordato, di fare di quello ucraino un conflitto in cui i soggetti siano la Russia e la Nato, con una Germania legittimata a riarmarsi e che dovrebbe essere la frontiera antirussa di una Nato che ha cambiato il suo statuto dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Vale a dire?
Non è più solo un’alleanza difensiva, ma è un’alleanza militare con un obiettivo preciso, ha individuato un nemico, quel nemico è la Russia di Putin. Tutto questo disegna un mondo in cui non si capisce chi abbia dei disegni reali che non siano la guerra per la guerra. Sto parlando di questa parte del mondo, che chiamiamo ancora Occidente, perché il disegno che c’è nel mondo, che si allarga, dei Brics è molto evidente: quello di arrivare a de-dollarizzare gli scambi internazionali e ad espellere gli Stati Uniti dal Mediterraneo.