“Uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi bandiera rossa”. Con questo grido di battaglia si conclude la canzone scritta da Fausto Amodei e dedicata ai cinque militanti del Pci di Reggio Emilia uccisi dalla polizia nel luglio del 1960. Furono abbattuti a colpi di fucile e mitraglia. Ieri Fausto è morto, a 91 anni, e a chi come me quella canzone l’ha cantata almeno mille volte, anche con rabbia, scende una lacrima di nostalgia.
Amodei lo ho incontrato solo una volta, almeno un quarto di secolo fa, a casa di un giornalista dell’Unità, Toni Jop, che aveva organizzato una festa forse per il suo compleanno, e aveva invitato Amodei che allora era un sessantenne, ma già da tempo era un’icona per noi. Cantammo un po’ tutti, qualcuno bene, qualcuno stonando, mi ricordo che c’era anche Furio Colombo e ricordo che cantò anche lui senza sbagliare una nota. Mi sorprese. Forse c’era anche Ivan Della Mea, ma non sono sicuro. Però cantammo anche le canzoni di Ivan, soprattutto “Cara moglie”, quella sulle persecuzioni sindacali, scritta prima dell’autunno caldo ma che andrebbe bene anche oggi dopo il Jobs Act.
“ Morti di Reggio Emilia” credo che sia del 1961. Era un periodo complicato per l’Italia. E per la politica. Il centrismo – cioè il governo della Dc con i socialdemocratici di Saragat, i repubblicani e i liberali – era stato un periodo duro per i lavoratori. L’Italia cresceva molto sul piano economico ma il diritto del lavoro era all’angolo. E i sindacati avevano subito molte sconfitte. L’economia cresceva, però l’Italia era ancora povera. Del consumismo nessuna traccia. E nelle famiglie operaie, con un solo stipendio, si doveva fare grande attenzione a fare la spesa. La carne solo una volta a settimana. Il pollo – amatissimo – una volta al mese. Il vino sì, ma mica quello in bottiglia, si andava a riempire il fiasco ai “vini e olii”. Dove lo spillavano dalla botte e te lo facevano pagare 100 lire. Nel luglio del 1960 ci fu la fiammata politica. Era successo che il Msi, a soli 15 anni dalla caduta del fascismo, era tornato alla ribalta, aveva votato la fiducia al governo Tambroni e si preparava a tenere il suo congresso in pompa magna a Genova. I capi del Msi erano Arturo Michelini, più moderato, e Giorgio Almirante, più radicale. Poi, nel gruppo dirigente, moltissimi ex gerarchi, qualcuno con la fedina penale mica tanto in ordine.
Genova si ribellò e nessuno se l’aspettava. Guidata da Sandro Pertini che tenne un comizio infuocato e invitò alla rivolta. Poi la rivolta si estese a tutt’Italia. In Emilia, a Roma, in Sicilia. E i protagonisti della rivolta per la prima volta furono i giovani. Erano la generazione di quelli che avevano preceduto il baby boom. Nati negli anni quaranta, o qualche anno prima. Vestivano quasi tutti nello stesso modo, coi blue jeans e delle magliette di pezza a righe colorate orizzontali. Furono battezzati i ragazzi delle magliette a strisce. In parte venivano dalla Fgci di Serri, Occhetto e Petruccioli, in parte erano socialisti, in parte senza partito. A Roma furono affrontati dai carabinieri a cavallo guidati dal colonnello Raimondo D’Inzeo. Sapete chi era? Un campione di equitazione che due mesi dopo vinse l’oro alle Olimpiadi. Ma era anche un campione di reazionarietà. I ragazzi affrontano le cariche tirando palline di vetro per terra, e facendo scivolare i cavalli. Petruccioli la notte aveva chiuso dei gatti in alcuni sacchi di juta, li aveva catturati a piazza Argentina, i gatti erano furibondi, e quando Petruccioli li liberò quelli saltarono impazziti tra le gambe dei cavalli. Ci furono molti arresti e molti feriti. Anche alcuni dirigenti del Pci. Giovanni Berlinguer, Bufalini, Ingrao. Quel giorno ci fu una manifestazione sindacale anche a Licata, in Sicilia. La polizia sparò ad altezza d’uomo e uccise un ragazzo di 25 anni, Vincenzo Napoli.
A Reggio Emilia le cose andarono ancora peggio. Era il 7 luglio. Il sindacato aveva indetto uno sciopero generale dopo i fatti di Roma e di Licata. Corteo immenso: 20 mila persone. Pacifico. Non vola neanche un chicco di ghiaia. A un certo punto la polizia e i carabinieri, dai due lati della piazza, iniziano i caroselli e iniziano a sparare. Centinaia di colpi. Centinaia. Quando è sera si contano 5 morti. Tre uomini adulti e due ragazzini. Ovidio Franchi era il più giovane, aveva 19 anni. Lauro Farioli ne aveva 22, era sposato e aveva un bambino piccolo. Marino Serri era il più anziano, 41 anni. Poi c’erano Afro Tondelli, 36 anni ed Emilio Reverberi, 39. Tutti operai, tutti comunisti. L’otto luglio manifestazione a Palermo. Per eagire a quella strage. Però la strage si ripete. I morti sono 4. Francesco Vella, 42 anni, sindacalista della Cgil; Giuseppe Malleo, 16 anni; Andrea Gancitano, 18 anni, Rosa La Barbera, 53 anni, casalinga. Magari i giovani di oggi non lo immaginano, ma in quegli anni la lotta politica era così. Se andavi a fare una manifestazione sapevi che c’era la possibilità di essere ferito, di essere arrestato (in quei due giorni gli arresti furono molte centinaia) o anche di restare ucciso.
Fausto Amodei scrisse in quella occasione la sua canzone più famosa (pubblichiamo di seguito il testo). Fausto non aveva ancora 30 anni, era socialista, amava Georges Brassens e traduceva le sue canzoni in piemontese. È stato uno dei primi cantautori di lotta del dopoguerra. Cioè lui immaginava che si dovesse superare la canzonetta di Sanremo, solo di amore, e che bisognasse mettere la politica dentro la musica. Certo, non diventò ricco. Neanche famoso. Lo conoscevamo noi della generazione di sinistra che nel sessantotto le sue canzoni le cantavamo a squarciagola. Più di bella ciao. Come Bandiera rossa. Però le cantava anche Ornella Vanoni, anche Milva, anche Enzo Jannacci. Una parte della crema dei cantanti di allora fu trascinata così alla politica. I ragazzi con le magliette a strisce in Italia non li conosce nessuno. Eppure furono loro a rompere la santabarbara, a liberare il pensiero, a ridare cuore e gambe alla politica. Il ‘68 nasce lì. Ma nasce lì anche il centrosinistra, cioè i socialisti per la prima volta al governo in un grande paese europeo. Nascono in quei giorni le grandi riforme che hanno seppellito l’Italia bigotta e fascista. Cioè l’Italia che sta tornando? Speriamo di no.
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Compagno cittadino, fratello partigiano
Teniamoci per mano in questi giorni tristi
Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia
Son morti dei compagni per colpa dei fascisti
Di nuovo come un tempo, sopra l’Italia intera
Urla il vento e soffia la bufera
A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
Per quelli che son stanchi o sono ancora incerti
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
Di chi s’è già scordato di Duccio Galimberti
Son morti sui vent’anni per il nostro domani
Son morti come vecchi partigiani
Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli
Ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti
Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
Versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti
Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi
Come fu quello dei Fratelli Cervi
Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
È sempre quello stesso che fu con noi in montagna
Ed il nemico attuale è sempre ancora eguale
A quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna
Uguale la canzone che abbiamo da cantare
Scarpe rotte eppur bisogna andare
Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
E voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
Dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti
Voialtri al nostro fianco per non sentirci soli
Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa
Fuori a cantar con noi, Bandiera Rossa
(Fuori a cantar con noi, Bandiera Rossa)
Fausto Amodei