Fra le altre cose, Robert Redford, morto oggi all’età di 89 anni, fu anche uno dei volti più frequentemente associati a quella corrente cinematografica che venne battezzata della New Hollywood, o anche New Wave americana, o anche Hollywood Renaissance: un fenomeno ancora oggi studiato, dibattuto, analizzato che rinnovò il cinema americano sperimentando nella forma e nel contenuto tra gli anni Sessanta e Settanta e per alcuni fino all’inizio degli anni Ottanta. E che, questo e certo, lasciò alla settima arte film, oltre a interpreti e attori, memorabili.
Definito dalla critica come il movimento di rinnovamento dall’impatto più forte del cinema statunitense – almeno dal momento in cui si affermò il sonoro – il fenomeno della New Hollywood nacque in un momento di grande crisi: l’industria era stata colpita da un grave calo di presenze in sala negli anni Cinquanta, fortemente debilitata dalla televisione. Allo stesso tempo la fine delle proprietà delle catene cinematografiche da parte degli studi cinematografici segnò un altro duro colpo. La rivista Life parlò degli anni ’50 come del “terribile decennio” di Hollywood. A seminare il cambiamento una serie di registi esordienti e di produzioni indipendenti che parlavano a giovani e giovanissimi nelle forme più disparate. Horror, fantascienza, coming of age.
Alla New Hollywood viene convenzionalmente legato l’arrivo sul grande schermo del film Il laureato, The graduate, di Mike Nichols interpretato da Dustin Hoffman: pellicola diventata pietra miliare che seppur in ambienti borghesi, attirava l’attenzione su alcuni conflitti nella società. Due anni dopo Il laureato arrivò nelle sale Easy Rider di Dennis Hopper, film modello dello stile “on the road” che raccontava un’altra America, quella della controcultura e della protesta. Altri titoli decisivi furono Bonnie e Clyde, La notte dei morti viventi, Il mucchio selvaggio, I cancelli del cielo, Un sogno lungo un giorno.
Gli autori che davvero diedero una svolta alla storia del cinema erano allora tuttavia sconosciuti, così appassionati da essere rimasti spesso dietro le quinte di quel mondo, per esplodere nel momento decisivo. Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Monte Hellman, Peter Bogdanovich, George Lucas, Steven Spielberg, Brian De Palma, Paul Schrader. Come si legge sulla Treccani, il movimento “rivedeva e riscriveva, per così dire, l’intera storia di alcuni generi di grande popolarità, in particolare quelli che più di altri si fondavano su una retorica consolidata, identificata in un manicheismo morale prevedibile e falso”.
Il fenomeno trovò ulteriore linfa vitale con l’innesto tra gli autori di registi dal mondo della televisione come John Frankenheimer, Sydney Pollack, Elliot Silverstein, Sam Peckinpah e Robert Altman. Sinonimo di velocità nelle riprese, più sostenibilità finanziaria, maggiore organizzazione, più ritmo nella narrazione. Proprio il regista divenne il vero protagonista della New Hollywood passando a diventare sempre più vicino alla figura dell’autore. Alcuni fondarono proprie case di produzione. Gli anni ’70 furono segnati da film influenti come Paper Moon, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Chinatown e Taxi Driver. Su quel nuovo stile influivano sia i film della vecchia Hollywood sia le influenze del cinema d’autore europeo e asiatico.
Star Wars, primo capitolo della saga infinita, di George Lucas, arrivato nelle sale nel 1977 fu il momento della verità che tramite le nuove tecnologie digitali inaugurò una nuova epoca. E i risultati di pubblico diedero il benvenuto a quella nuova era e segnarono il passo dalla New Hollywood che ormai aveva compiuto la sua missione di traghettare il cinema fuori dalla crisi, offrirgli nuovi modelli narrativi e tecnologici, consegnare una nuova generazione di registi che per anni avrebbe partorito storie di successo mondiale.