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C’era una volta un Paese pulito, si chiamava PCI: il libro “Per partito perso”

Berlinguer ai cancelli della Fiat

Berlinguer ai cancelli della Fiat

Fausto Anderlini è un militante, sociologo e intellettuale di sinistra, incastonato interamente nella sua Emilia. Un comunista italiano; con tutto ciò che significa sul piano esistenziale e sentimentale. Molti parlano del PCI. Ma se non si è vissuto è difficile capirne il significato profondo, che va oltre la politica. L’autore lo dice con schiettezza. Il partito era tutto. Famiglia, solidarietà, apprendimento, durezza della lotta politica, rispetto, disciplina, ordine. Ti accompagnava dalla culla, fino alla tomba.

Ogni militante aveva una storia da raccontare, che veniva solennemente ricordata al suo funerale, tra le bandiere rosse sventolanti.
Il PCI è stato un “mondo”. Per nulla separato dalla realtà; piuttosto un “mondo” insediato nella storia italiana, forgiato da essa e in grado esso stesso di trasformarla. Di Anderlini si capisce poco se non si dice fino in fondo quanto per lui questo mondo coincida con l’Emilia. L’Emilia rossa. Organizzata, pulita, solidale, civile, contadina, che via via si è trasformata in operaia e, almeno fino a quel punto, è rimasta tutto sommato integra. Prima del postmoderno, che l’ha inghiottita, confondendo i profili delle classi, dei lavoratori, dell’umanità che la abita.

L’Emilia contadina; piana e geometrica, fertile e lavorata duramente; con i frutti della terra contesi tra i lavoratori e i padroni, uniti dal vincolo della mezzadria … Chi non conosce il nord est italiano che si affaccia sull’Adriatico non può capire la magia di questo insieme: le biciclette con sopra le gonne svolazzanti, l’odore del fieno, il rumore dei macchinari agricoli, l’estensione di terre squadrate a disposizione della mano dell’uomo, l’aria umida dopo la pioggia, che abbruna la bianca sabbia delle spiagge. Una grande pianura che corre verso il mare, assorbendone gli odori, i venti, le improvvise rivolture; l’Adriatico non è un mare domestico, come il resto del Mediterraneo. È selvaggio; è l’ultimo lembo dell’est, dei Balcani, delle steppe che arrivano fino alla grande Russia. Tornano in mente tante immagini: Fellini, Novecento di Bertolucci, i fratelli Cervi nella nebbiosa e algida alba, quando vanno a morire, nello splendido film di Gianni Puccini. Acqua e tera, l’ultimo romanzo di Franceschini … Il comunismo e l’Emilia sono il cuore delle pagine di Anderlini. Naturalmente l’autore spiega i processi sociali, politici e sociologici che hanno portato alla fine del’”incanto”, fino ad un presente privo di senso, dove l’autore avverte la solitudine, lo sfarinamento di tante relazioni, la trasformazione di tanti compagni e compagne di avventura. Il libro si chiude con tristezza, come le persiane di una casa che ormai ha deciso di rimanere al buio. Considero la nostalgia un sentimento altamente fecondo. Se non è nostalgia per quello che hai fatto e non potrai più fare perché ormai vecchio; piuttosto è nostalgia per quello che potevi fare e non hai fatto. Questa nostalgia, se vive è il frammento per ricominciare.

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Il sale del libro, tuttavia, mi sembra la cruda analisi di quanto, ai dati oggettivi di disgregazione, si siano aggiunti gli errori soggettivi. Una volontà caparbia di distruggere anche le parti migliori di una gloriosa storia. Le tappe di questa autocombustione sono tutte ben indicate, tra racconti personali, opinioni politiche, speculazioni filosofiche e storiche. La svolta dell’89 che cancellando un nome, la “terribile” parola comunista, umiliò e poi manomise uno straordinario insediamento storico, culturale, ideale, sociale, amicale, familiare, pervasivo ed esso stesso parte integrante della democrazia e del nuovo Stato Italiano.

L’eredità che aveva lasciato Togliatti, dismettendo il partito come avanguardia Leninista, per innescarlo alla radice dell’albero republicano e per procedere in senso socialista, gradualmente, colorando la fioritura di quell’albero dal suo stesso interno. E, poi, dopo il crollo dell’URSS, la perdita della speranza nella costruzione di un mondo migliore: finito il comunismo reale, qualsiasi pensiero radicalmente critico lo accompagna nella tomba. L’accettazione del solo mondo possibile, perché vincente. Il capitalismo turbo liberista. A noi rimaneva solo il compito nel migliore dei casi di un’azione frenante rispetto alla violenza unilaterale dell’avversario di classe. Meglio di niente, ma troppo poco per chi aveva sognato un “sole” diverso di autentica libertà e giustizia.

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Anderlini, annota: progressivamente abbiamo assunto antropologicamente le sembianze dell’avversario. Vestiti costosi, scarpe di lusso e vacanze a Capalbio. Belle case di rappresentanza senza più nessuno che porta i pantaloni semplici e comodi sostenuti dalle bretelle come era solito fare Gerardo Chiaromonte. È il mutamento antropologico che, questo sì, non abbiamo visto arrivare. Oggi è un tutto discutere di ruoli, carriere, soldi, potere e preferenze. Con animo per nulla aperto alla società. Semmai ai cambi di casacca. Non tutto è così, ma accade troppo spesso.

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In questa lunga disamina l’autore considera una vera e propria disgrazia la nascita del Pd. Non ho tempo per una disamina più accurata. Dico solo che la figura di Veltroni è molto più complessa e ricca di quanto la polemica tradizionale, anche di una sinistra burocratica (eccetto D’Alema) abbia divulgato. Veltroni è stato un leader importante della sinistra italiana. Della stessa mia generazione, quella che non ha vissuto la resistenza, né assaggiato le lotte degli anni 50’, né subito la deformazione dei corpi e delle menti, ormai evidente nella gioventù alla fine degli anni 80’. Un’enclave, la nostra, che Pasolini chiamò “il paese pulito nel paese sporco”. Una volta chiesi al poeta perché avesse preso così in considerazione e in simpatia noi giovani comunisti romani. Rispose semplice: perché nella vostra curiosità verso di me, nel vostro desiderio di apprendere, nella vostra sete di cultura c’è una strana innocenza, siete ancora incantati del mondo che volete cambiare.

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Veltroni si era formato entro sentimenti positivi, di entusiasmo, di generosa difesa degli oppressi. Non concepiva una lotta al vertice aspra e distruttiva. Lasciò per questo. Se il partito è una famiglia, come ci insegnarono i Comunisti italiani, nella famiglia occorre ricomporre, e se non si può, occorre togliersi di mezzo. Lo stesso Partito democratico quando fu fondato aveva in sé due linee: quella liberal di Petruccioli, Morando ed altri e quella rappresentata dal sottoscritto e da tanti altri. Che sperava in un Partito democratico capace di ricongiungere socialismo e cristianesimo e di ridare una rappresentanza reale dal basso verso l’alto. Magari attraverso quei referendum degli iscritti che mai si sono attivati, per discutere e deliberare le grandi scelte da compiere.

Dopo il “Lingotto”, l’ho poco raccontato, Walter mi chiese di organizzare e preparare una conferenza programmatica di svolta. Voleva prendere le distanze da una visione accondiscendente delle tendenze del capitalismo mondiale, dopo la crisi finanziaria americana. Volevamo, insomma, ritrovare un ragionamento critico e una nuova prospettiva di fronte agli scenari che ci si paravano davanti. Allora Andrea Orlando lavorava con me e mi aiutò moltissimo, così come mi aiutò un uomo di grande valore nell’allora gruppo dirigente, Giorgio Tonini, liberal, acuto e leale. Le dimissioni del segretario chiusero per me definitivamente la vicenda del Pd. I cascami successivi da una parte e dell’altra rimasero, appunto, cascami …

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Anderlini considera Enrico Berlinguer l’ultima luce del percorso dei comunisti italiani. C’è una sua presa di distanza, da me molto condivisa, da una serie di celebrazioni del segretario comunista volta a farne un mito, tanto suggestivo quanto disincarnato. Sfumando il suo essere stato, fino all’ultimo minuto; un Comunista italiano. Berlinguer aveva un afflato empatico e una grande capacità di ascolto. Va ricordato, tuttavia, che nel momento massimo della sua strategia unitaria, durante il governo di unità nazionale anche con la Democrazia Cristiana, nel discorso conclusivo alla Festa dell’Unità di Genova nel 1977 ebbe a dire, quasi scolasticamente: “Deve restare ben ferma la consapevolezza che storicamente ciò che ha contraddistinto la socialdemocrazia rispetto ai movimenti comunisti e rivoluzionari è che essa persegue non una vera politica trasformatrice e rinnovatrice, ma una politica riformistica…”. Egli, dunque, non solo non tradì Togliatti, piuttosto lo rinnovò e lo reintrodusse nel mondo che aveva dinanzi.

L’assillo, appunto, fu inverare il socialismo attraverso un cambiamento graduale ma qualitativo dei rapporti di forza e di quelli sociali, mantenendo fede alla libertà come valore universale. Operazione quanto mai difficile, ma ad essa erano votate tutte le scelte tattiche e le alleanze. Semmai la pretesa o la speranza di costruire questo percorso con tutta la Democrazia Cristiana, espose Berlinguer ad un inevitabile contraccolpo, dopo la morte di Moro, il solo di cui si fidasse nello “scudo crociato”. E forse, anche l’affermazione, in quegli anni, che non si sarebbe potuto governare in Italia con il 51% dei consensi fu avvertita dai Socialisti come una constatazione di una loro inessenzialità, portandoli, poi, al Craxismo.

La grandezza di Berlinguer è stata, tuttavia, non solo nel tentare una grande politica, ma nel salvare il grosso delle truppe una volta chiuso il quadro politico contro il PCI con l’alleanza organica della DC e il Partito Socialista Italiano. Furono gli anni della questione morale, dell’apertura al femminismo, delle lotte per la pace, della solidarietà al mondo del lavoro in rivolta. Insomma, quel partito comunista inteso da Anderlini come formazione storica e sociale in perenne movimento, si tirò fuori temporaneamente dal gioco politico, ma usò quel tempo per attrezzarsi e per prendere atto dei mutamenti della società. Innalzando l’asticella dello scontro e non come fu dopo, rinunciando a qualsiasi tentativo di superare l’ostacolo …

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Di grande interesse sono le osservazioni di Anderlini sul Movimento 5 Stelle. Dice: parte del nostro popolo è andata lì. Essi sono lo specchio delle nostre mancanze. Se non ci fossero stati, ancor più elettori sarebbero andati dispersi nell’astensionismo oppure reclutati dalla nuova destra. Oggi, peraltro, quel magma confuso grazie a Giuseppe Conte si è disciplinato in un partito, produce programmi e idee, ha acquisito una sua cultura di governo e istituzionale. Vivaddio se gli è rimasta un po’ di quella asprezza che richiama molti alle condizioni drammatiche delle parti più disagiate degli italiani! Per fortuna la canea pregiudiziale, volgare e ignorante che si è scagliata in questi anni contro la leadership di Conte, si è infranta sulla rocciosità, la statura intellettuale e politica, la capacità di ricominciare sempre la battaglia politica contro la destra, del leader dei 5 Stelle.

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Ci sarebbe ancora tanto da dire: il libro di Anderlini è uno scrigno dal quale escono tanti materiali pregiati. Anderlini si è imbarcato nella battaglia di Articolo Uno. Oggi non crede neanche più a questa, che rimane il suo ultimo tentativo politico. La considera dispersa in un assorbimento incolore, nel grande corpaccione del Pd. Anderlini pare volersi fermare, anche un po’ stanco di girovagare. Ma la tempra a me pare indomita. E la sola cosa che mi sento, in conclusione, di condividere con lui, è quella espressione così enigmatica ma profondamente vera di Mario Tronti, insuperabile maestro. Pensare e immaginare il futuro in modo spericolato e nello stesso tempo dedicarsi con tutta la nostra intelligenza a fare ciò che ora possiamo fare. Una forbice, tra idee per un altro mondo e la battaglia quotidiana, tattica, anche di resistenza, anche conservatrice, per frenare l’invadenza del mercatismo e del nichilismo moderno.