La maggior parte delle storie della Seconda Guerra Mondiale neppure lo citano, quelle che lo fanno se la cavano con poche righe. Un po’ poco per quello che fu il più sanguinoso massacro di civili nella Storia recente e probabilmente della Storia in generale e anche il più feroce ed efferato: il cosiddetto “stupro di Nanchino”, perpetrato dalle truppe giapponesi ai danni di 90mila soldati e intorno ai 250mila civili su una popolazione ridotta a meno di 500mila persone nel giro di sei settimane di puro orrore e follia omicida. Nanchino fu l’opposto della Shoah nazista con la sua fredda e asettica pianificazione dello sterminio. Soldati e ufficiali giapponesi si abbandonarono a ogni sorta di efferatezza, molto al di là dell’immaginabile e non per modo di dire. Gli stupri si contarono a decine di migliaia: non meno di 20mila, non più di 80mila. Donne giovani, adulte e anche vecchie furono stuprate a ripetizione, in pieno giorno, per strada, di fronte alle famiglie e i più fantasiosi imposero anche ai congiunti di partecipare alla barbarie stuprando madri o figlie. Sulla carta lo stupro era però rigorosamente proibito nell’esercito del Sol Levante, anche per questo, per evitare testimonianze scomode in futuro, le stuprate, oltre a essere violentate con oggetti vari, venivano poi uccise.
I primi civili furono falciati con raffiche di mitraglia alle spalle, mentre accoglievano le truppe che entravano in quella che dal 1928 era tornata a essere la capitale della Cina, dopo un assedio di appena 4 giorni. Novantamila soldati cinesi, dopo essersi preparati a sopportare un lungo assedio come quello dei mesi precedenti prima della presa di Shangai, “la New York cinese”, si arresero dopo pochissimi giorni. I loro comandanti, a partire dal generalissimo Chiag Kay Shek, li avevano abbandonati, non avevano aviazione: quel che restava dei 300 aerei in dotazione all’esercito cinese contro i 3000 del Giappone se l’era portato dietro il Generalissimo, così come tutto lo scarso apparato tecnologico. In più i soldati erano tali solo per modo di dire, appena arruolati e senza essere stati neppure addestrati perché mancavano i proitettili. Erano un po’ meno inesperti i reduci della caduta di Shangai, ma erano in compenso per lo più feriti e malridotti.
La popolazione rimasta, dimezzata dalle fughe delle settimane precedenti per sottrarsi ai bombardamenti a tappeto, accolse gli occupanti convinta di poter contare sulla rinomata civiltà del Giappone. Capirono subito che la musica era molto più sinistra: i giapponesi aprirono il fuoco subito e i caduti in quelle prime ore furono più fortunati di quelli massacrati nelle settimane successive. Scamparono alle torture gratuite, per puro divertimento. Ai roghi umani con gli invasori che si divertivano a vedere le torce umane contorcersi per le strade della capitale. Al raffinato gioco dell’assideramento. Agli squartamenti e alle atroci sevizie.
Fu un’orgia di sangue e di sfrenata furia omicida che non aveva alcuna giustificazione militare, ma che anche sul piano psicologico nessuno è mai riuscito a spiegare. Neppure i soldati giapponesi che alla mattanza presero parte e che ne hanno in seguito reso dettagliata testimonianza riescono a spiegarsi la loro stessa incredibile ferocia. C’entrava certamente il feroce addestramento dei futuri soldati sin da piccoli, la dottrina instillata con metodi persecutori che imponeva di considerare l’omicidio di nemici reputati inferiori prova di obbedienza e quasi di coraggio, forse la frustrazione per l’imprevista resistenza di Shangai, che con la sua resistenza aveva smentito la certezza giapponese di conquistare l’intera Cina in tre mesi.
La marcia verso la capitale, del resto, era già stata una marcia della morte. Gli invasori avevano distrutto i villaggi e massacrato gli abitanti. Sulla stampa giapponese campeggiava la sfida tra due cavallereschi giovani ufficiali per chi sarebbe riuscito prima a decapitare cento cinesi. Duello faticoso che si concluse con esito incerto. Fu necessario portare il traguardo a 150 teste per incoronare il decapitatore più vigoroso.
Ma neppure questo basta a spiegare la follia di Nanchino. L’uccisione dei 90mila militari che avrebbero dovuto presidiare la piazza, quella era stata decisa in anticipo e ancora oggi non si sa con certezza da chi. L’ordine scritto era chiaro e tassativo: “Uccidere tutti i prigionieri”. Ma chi l’avesse vergato è ancora incerto. Il comandante in capo Iwane Matsui era certamente contrario ai massacri e aveva dato disposizioni precise per evitare ogni violenza. Al suo fianco c’era però Yassuhiko Asaka, zio dell’imperatore nominato all’ultimo momento, il 2 dicembre, e molto più feroce.
Al momento della resa di Nanchino, Matsui era malato per una recrudescenza della sua tubercolosi. La firma sotto l’ordine di “uccidere tutti i prigionieri” fu la sua. Un ufficiale dello stato maggiore, Taisa Isamo, confessò però di aver falsificato lui la firma di Asaka, che comunque non si oppose in alcun modo all’ordine. Il problema dei giapponesi era semplice: non sapevano come gestire e non avevano i mezzi per nutrire una massa di 90mila prigionieri. Erano troppi.
Con i soldati che si erano arresi, i giapponesi, a differenza di quanto avrebbero fatto subito dopo con i civili, giocarono d’astuzia. L’armata non andava oltre i 50mila uomini: una reazione della popolazione e dei soldati cinesi li avrebbe mesi in seria difficoltà. Dunque assicurarono agli arresi trattamento corretto, dopo averli disarmati li divisero in piccoli gruppi di 100 o 200 persone, li legarono e li spedirono fuori dalla città e li sterminarono per lo più con le mitragliatrici. Seppellirli fu un problema: non c’erano fosse abbastanza grandi e il tentativo di cremare i cadaveri fallì perché non c’era olio combustibile a sufficienza. Moltissimi corpi furono semplicemente gettati nel fiume Yangtze.
La presa di Shangai e i massacri non bastarono ad assicurare ai giapponesi quella vittoria che avevano pensato di cogliere in tre mesi. La guerra sinogiapponese era scoppiata nell’estate del 1937. Sei anni prima i giapponesi avevano occupato la Manciuria, scontri e aggressioni da parte del Giappone erano proseguiti per anni senza interruzione, ma solo alla fine di luglio l’esercito del Sol Levante invase la Cina dando inizio anche ufficialmente alla Seconda guerra sino-giapponese dopo quella alla fine del XIX secolo. L’armata di Hirohito prese subito Pechino, assediò e alla fine conquistò Shangai, espugnò senza sforzo Nanchino e si abbandonò a crimini di ferocia inaudita. Ma la guerra proseguì sino al 1945 e si concluse con la sconfitta del Sol Levante. Alla Cina era costata oltre 19 milioni di morti.