Immaginiamo che in una Repubblica islamica non ben definita un documento di un Ministero dell’Istruzione nazionale iniziasse il capitolo sulla storia insegnata nelle scuole con la frase “Solo l’Oriente conosce la Storia”. Questa frase, di uno storico di vaglia, sarebbe alla base di una teoria ben precisa, che poi il documento andrebbe a dimostrare.
Questa frase non credo compaia in documenti di altre nazioni o di Repubbliche islamiche, ma non lo escludo, semplicemente non lo so. So che all’inizio della disciplina “Storia” nelle “Nuove Indicazioni nazionali per la Scuola dell’Infanzia e del I Ciclo d’istruzione”, che aspettano l’approvazione definitiva per essere comunicate alle Istituzioni scolastiche ed entrare in vigore a partire da settembre 2026, compare la frase, decontestualizzata, di Marc Bloch, “Solo l’Occidente conosce la Storia”. Su questa affermazione si sono versati negli ultimi mesi fiumi di inchiostro, e a più riprese è stata sottolineata quanto meno l’inopportunità di usarla, anche alla luce dell’evoluzione storiografica mondiale, che rende l’“affermazione” anacronistica. Ne abbiamo parlato su queste pagine il 15 luglio scorso. Autorevolmente si è espresso su La Stampa ancora il 15 luglio lo storico Carlo Ginzburg.
Inopportuna, anche perché, in un’epoca che si sta caratterizzando sempre più per i pericolosi “scontri di civiltà” evidenti agli occhi del mondo intero, sarebbe stato meglio evitare fraintendimenti, soprattutto se la frase in questione rappresenta l’incipit di una sezione delle “Indicazioni” (p. 54). Nel testo, dopo la precisazione “Ciò non vuole dire assolutamente che altre società e culture non abbiano avuto una storia e i modi per raccontarla” (!), si aggiunge un’ulteriore citazione di Claude Lévi-Strauss, che forse potrebbe alimentare ulteriori polemiche, se accompagnata da questa precisazione: “La Storia, come da oltre due millenni l’Occidente l’intende, non consiste nella raccolta dei fatti e nel metterli in ordine cronologico. Non dovrebbe essere necessario ricordarlo; la Storia consiste nel pensare i fatti. Nel pensarli nella loro origine, nei loro nessi, nelle loro conseguenze” (p. 54). Subito dopo si spiegano le “declinazioni” della Storia secondo gli estensori di questa “Sezione” delle “Indicazioni”, che fanno riferimento all’indagine sulle origini, sulle cause remote e non, sull’ambiente sociale, culturale, geografico, religioso, economico, sulle cause dei singoli fatti. Sembrerebbe, inserita in questo contesto, che la “Storia” così intesa sia una prerogativa esclusiva dell’Occidente. Il terzo richiamo all’Occidente in questo primo capoverso sembra concludere il discorso: “È attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo” (p. 54).
Seppure dessimo per scontato che tutte le dichiarazioni precedenti siano vere, la conclusione cui giungono gli estensori delle “Indicazioni” è una sorta di legittimazione del colonialismo e dell’imperialismo occidentali (così anche Ginzburg) alla luce di una nostra presunta superiorità intellettuale, dal momento che la nostra cultura “è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo, per secoli e di modellarlo”. Dovremmo andare con la mente alle celebri dichiarazioni di Huntington, che al contrario attribuisce a ben altro le ragioni del dominio quasi assoluto sul pianeta, fino ad un secolo fa, di noi occidentali: “L’Occidente conquistò il mondo non grazie alla forza delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione (ai quali ben pochi esponenti delle altre civiltà furono convertiti), ma in virtù della superiore capacità di scatenare violenza organizzata” (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Traduzione di Sergio Minucci, Garzanti, Milano, 2000, p. 62). In effetti, sostiene Huntington, l’Occidente, alla luce della rivoluzione scientifica, tecnologica e industriale, che lentamente si manifestò a partire dal Seicento, riuscì a creare un’organizzazione politica e militare tale da consentirgli, con la forza delle armi (non delle idee), di conquistare il mondo.
La primazia dell’Occidente, espressa ancora altrove nella pagina, ritorna verso la fine della stessa: “In particolare, anche grazie alla storia e alla politica, i popoli – dapprima quelli dell’Occidente poi quelli del mondo intero – hanno potuto prendere coscienza di sé, abituarsi a considerare la propria esistenza collegata a quella di milioni di propri simili, sono divenuti consapevoli di ciò che li univa – ad esempio una lingua o un passato comuni, una condizione sociale comune – e maturare così la volontà di acquisire un più ampio e organico protagonismo” (pp. 54-55). Noi occidentali, insomma, abbiamo “potuto prendere coscienza” di noi stessi prima degli altri popoli e “maturare” la volontà “di acquisire un più ampio e organico protagonismo” (frase quasi enigmatica). In due pagine “Occidente”, “civiltà occidentale” e simili sono presenti ben dodici volte, per ritornare poi a p. 57, relativamente allo studio della storia in IV primaria. Questo è l’argomento proposto a bambine e bambini di 9 anni: “Lo scontro con l’impero persiano (un confronto tra Oriente e Occidente, p. es. attraverso la lettura, semplificata, di brani di Erodoto e dei Persiani di Eschilo)”.
Come è noto, queste opere, che si studiano normalmente nel corso del quarto anno del Liceo classico (non della Scuola primaria), raccontano delle guerre, che i Persiani ingaggiarono per conquistare la Grecia, che difendeva la propria indipendenza (“libertà”). Non so come si possa spiegare a bambini così piccoli opere così complesse. Questo è un altro aspetto non irrilevante. Ma analogamente gli estensori delle “Indicazioni” avrebbero potuto portare ad esempio di lettura le tragedie del “Ciclo troiano” di Euripide, dove gli assalitori, i saccheggiatori, gli uccisori di bambini erano gli Achei, i Greci, mentre gli orientali, i Troiani, erano gli assaliti, con le donne ridotte a schiave e concubine e con l’uccisione del figlio di Ettore, Astianatte, gettato dalle mura della città per impedirgli di vendicare il padre, una volta cresciuto.
Mi chiedo, e ve lo chiedo: ma con questa impostazione dello studio della storia davvero crediamo di avvicinare i nostri giovani all’amore per il passato e allo studio? Facciamo un’opera a favore della pace e della fratellanza tra i popoli? Prepariamo i nostri giovani ad essere cittadini planetari? Non so. Anche su questo si dovrebbe discutere non poco nelle scuole.
* Storico della scuola