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Crosetto scarica Netanyahu: “Israele disumano a Gaza, negazione del diritti e dei valori della civiltà”

Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica

Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica

Non era mai capitato, dal 7 ottobre 2023, che un ministro italiano adottasse nei confronti di Israele toni come quelli usati nell’intervista di ieri alla Stampa dal ministro della Difesa Crosetto. Una cosa è criticare la brutalità indiscriminata dell’Idf nella Striscia, come il governo italiano aveva già timidamente fatto e la premier, meno timidamente, anche rivolta direttamente all’omologo israeliano Bibi. Tutt’altra cosa, però, è parlare di “pura negazione del diritto e dei valori fondanti della nostra civiltà”.

Il leader del M5s ha buon gioco nel tacciare il ministro di scarsa coerenza tra le parole e i fatti: “E adesso che succede? Che il governo va in pari con la propria coscienza?”, attacca sui social Conte. Quindi indica quel che il governo dovrebbe e potrebbe fare: “Strappate il memorandum per la cooperazione militare tuttora in corso, disponete con l’Europa l’embargo totale di tutte le forniture militari per e da Israele, adottate sanzioni economiche contro Netanyahu”. In realtà lo scarto di Crosetto rispetto anche alle posizioni assunte dal governo, per bocca e penna del ministro degli Esteri il giorno precedente, sta proprio nell’alludere per la prima volta a misure concrete senza più limitarsi all’esecrazione verbale, neppure nelle forme estreme raggiunte ieri.

Tajani aveva criticato molto nettamente la decisione di occupare Gaza, aveva parlato di “carneficina”, soprattutto, con i ministri degli Esteri di Germania, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, aveva firmato un documento nel quale, oltre a chiedere “il cessate il fuoco immediato e permanente”, viene respinta “con forza” l’escalation annunciata da Netanyahu. Crosetto va molto oltre: “Vanno prese delle decisioni che obblighino Netanyahu a ragionare. Non sarebbe una mossa contro Israele, ma un modo per salvare quel popolo da un governo che ha perso ragione e umanità”. È lo stesso Crosetto che un paio di mesi fa escludeva la sospensione delle forniture militari a Israele relative ai contratti firmati prima del blocco in ottemperanza alle regole della Ue. E il ministro della Difesa del governo che, facendo massa con quello tedesco, ha bloccato la proposta di sanzioni commerciali contro Israele, approvata dalla maggioranza degli Stati Ue. Il fatto che citi esplicitamente la necessità di “prendere decisioni” è quindi un fatto assolutamente nuovo e potenzialmente più rilevante del drastico irridimento dei toni e della condanna di Netanyahu da parte di Roma.

Ci sono però due interrogativi inevasi: a quali possibili decisioni alluda il ministro e quanto la sua linea impegni l’intero governo. Sul primo punto si può dire con certezza cosa resti assolutamente escluso: il riconoscimento dello Stato di Palestina. Sono passate poche settimane da quando la premier ha bocciato l’idea con toni molto drastici. Non ci ha ripensato e non intende comunque fare la figura di chi torna sui suoi passi a stretto giro. Di riconoscimento non se ne parla e il primo a chiarirlo è proprio Crosetto. Il riconoscimento, taglia corto, rischierebbe di “trasformarsi in una provocazione politica”. Cioè, come sostiene la premier, di fare più danno che altro. Ieri il presidente francese Macron, in un intervento anche più duro del solito contro il governo israeliano, è tornato a suggerire l’idea di una missione Onu per il cessate il fuoco permanente. L’Italia, per ora, non ha commentato ma l’ipotesi sembra priva di ogni realismo politico. Gli Usa appoggiano l’escalation di Netanyahu, Trump dichiara che spetta a Israele decidere come difendersi da Hamas e una missione Onu contro gli Usa è fuori discussione.

Dunque restano solo le sanzioni. Quella interruzione delle forniture militari che lo stesso Crosetto escludeva non molto tempo fa e che il cancelliere tedesco Merz ha già annunciato oppure sanzioni commerciali, sul modello di quelle adottate già da diversi Paesi e da ieri anche dalla Finlandia che ha deciso il ritiro degli investimenti del suo fondo sovrano da 111 compagnie israeliane. L’idea di sanzioni europee, in particolare del congelamento dell’intesa commerciale Ue-Israele, approvata dalla maggioranza degli Stati membri, è stata affossata qualche settimana fa proprio dal no dell’Italia e della Germania. Ma l’attacco su Gaza City, sommato all’indignazione destata da episodi come l’uccisione mirata di 6 giornalisti di al-Jazeera domenica scorsa, potrebbero spingere sia Merz che, a ruota, l’Italia a rivedere la posizione. Sempre che la Lega, il cui silenzio perfetto rivela lo schieramento ancora netto a fianco di Netanyahu, non si metta di mezzo. E sempre che Giorgia, che per il momento è ancora contraria a qualsiasi sanzione, ci ripensi o sia costretta dagli eventi a ripensarci.