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Patti ignobili con i libici e paura della vendetta di Tripoli: così il governo Meloni sotto ricatto ha liberato Almasri

Foto Mauro Scrobogna / LaPresse

Foto Mauro Scrobogna / LaPresse

“Il problema è politico”: nelle riunioni del Pci come in quelle della sinistra radicale, un tempo, poche frasi erano ripetute con maggiore frequenza. Non capita più. Il problema è sempre giuridico, va affrontato col codice alla mano. Invece quel che dicono in perfetta sintonia Giorgia Meloni e i magistrati del Tribunale dei ministri nel fascicolo di 91 pagine accluso alla richiesta di autorizzazione a procedere contro i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano è precisamente che il problema è politico e come tale dovrebbe essere affrontato anche dall’opposizione.

Il Tribunale ricostruisce un vertice, nelle ore frenetiche dell’arresto di Almasri, con Piantedosi, Tajani e i capi della Polizia e del Sid. Campeggiava una preoccupazione: quella di possibili “ritorsioni” di Tripoli. Rappresaglie contro i 500 italiani in Libia, particolarmente temute essendo in quel momento freschissima la dolorosa esperienza dell’arresto di Cecilia Sala in Iran. Vendetta sullo stabilimento Eni di Mellitah. Questa paura avrebbe secondo il Tribunale spinto i ministri a manovrare per evitare attriti riportando a casa Almasri e la stessa cosa sostiene oggi Giorgia Meloni, quando scrive nel suo post “mussoliniano” quando rivendica la correttezza delle decisioni dell’Esecutivo, cioè soprattutto sue, dovute all’esigenza di “tutelare la sicurezza degli italiani”.

Non è quel che sosteneva il governo fino a tre giorni fa. Non è quel che hanno detto sinora Piantedosi e Nordio, affastellando una bugia dietro l’altra per negare la scelta appunto politica. Non si spiega perché, essendo la premier principale responsabile della decisione, come afferma oggi lei stessa, non si sia presentata di persona di fronte al Parlamento per giustificare e anzi esaltare una scelta fatta in nome dell’interesse di Stato e della sicurezza di quelli che governa. L’ammissione orgogliosa ma tardiva della responsabilità politica è indicata dagli stessi magistrati. Citano espressamente, e non potrebbero fare altro, la possibilità che il Parlamento riconosca la validità delle “ragioni politiche poste a fondamento delle condotte degli indagati” e che pertanto neghi a ragion veduta l’autorizzazione. Ma lo scudo della politica adoperato in sostituzione di quello risibile dei vizi di forma pone automaticamente altri problemi e altri interrogativi, non meno ma più gravi e urgenti. Come si può giustificare politicamente l’accordo strettissimo con un governo, quello non della Libia che non esiste più ma della Tripolitania, che si considera pronto a pesanti rappresaglie sulla popolazione italiana ove l’Italia si azzardasse a rispettare il diritto internazionale? Il problema non è quello legale della liberazione di Almasri ma quello dei rapporti con un Paese dal quale ci si può, anzi deve, aspettare la ritorsione feroce.

Non è però tutto qui. Tra le “preoccupazioni” del governo non figurerebbe un capitolo non proprio secondario come l’immigrazione e questo non è credibile. Pochissimi mesi dopo il governo sarebbe finito sull’orlo del panico per un improvviso e in realtà contenuto aumento dei barconi provenienti dalla Libia. Se Tripoli avesse messo in campo una ritorsione sarebbe passata prima di tutto per la sospensione dei controlli feroci sulle partenze dalle sue coste che sono il cuore delle intese con i governanti e i trafficanti libici sin dai tempi del ministro degli Interni Marco Minniti, padre delle scellerate intese dalle quali derivano quei lager libici nei quali dava il peggio Almasri. Resta inspiegata, del resto, la decisione di non chiudere la vicenda apponendo il segreto di Stato.

Oggi le esitazioni del governo sono comprensibili: a scandalo consumato, con la richiesta di rinvio a giudizio già formalizzata, invocare il segreto di Stato implicherebbe una pessima figura, anche se non è escluso che di qui a ottobre, quando la Camera discuterà la richiesta di autorizzazione, il governo non si decida a quel passo. Ma a caldo il segreto di Stato avrebbe chiuso le vicenda nella maniera meno dolorosa possibile, pur se non indolore. Se il governo non ha imboccato quella strada, preferendo nascondersi dietro i problemi formali sbandierati più volte dai ministri, è stato per non puntare il dito sugli accordi che sarebbero stati coperti dal segreto: cioè, con ogni probabilità, sul controllo dell’immigrazione delegato alle bande libiche senza curarsi affatto dei metodi adoperati dai vari Almasri. Il problema è politico: perché è in nome della politica e non del Codice che si deve chiedere la sospensione dei rapporti con un Paese dal quale è lecito aspettarsi crudeli rappresaglie e al quale ci legano accordi scellerati e ignobili.