È uno scenario quanto mai imbarazzante per l’immagine delle Istituzioni repubblicane quello che emerge dalla lettura delle circa 90 pagine con cui il Tribunale dei ministri della Capitale ha chiesto l’autorizzazione a procedere alla Camera nei confronti dei ministri della Giustizia e dell’Interno, rispettivamente Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, per omissione d’atti ufficio, favoreggiamento, peculato.
Il collegio, composto dalle giudici Maria Teresa Cialoni, Donatella Casari e Valeria Cerulli, non ha infatti alcun dubbio che la “macchina” per liberare il feroce generale Osama Almasri, e non eseguire quindi il mandato di arresto internazionale per crimini contro l’umanità emesso dalla Corte dell’Aia nei suoi confronti, si sia messa in moto subito dopo il fermo da parte della Digos, avvenuto all’alba del 19 gennaio scorso a Torino dove si era recato per vedere una partita della Juventus con degli amici. Le indagini condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo del Reparto operativo di Roma, comandati dal colonnello Dario Ferrara, hanno ricostruito puntualmente cosa avvenne in quelle concitate ore, smentendo così il racconto fornito dai diretti interessati. Se è ormai acclarato che non venne tenuta in alcuna considerazione la soluzione proposta da Luigi Birritteri, ex capo del Dipartimento dell’amministrazione della giustizia di via Arenula, per sanare le criticità contenute nel provvedimento originario di fermo ricevuto dall’Aia, un ruolo centrale nella liberazione di Almasri lo hanno avuto i Servizi.
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Fu proprio il generale Giovanni Caravelli, voluto dall’allora premier Giuseppe Conte a capo dell’Aise, confermato nell’incarico e promosso prefetto dal governo Meloni lo scorso anno, ad evidenziare i rischi che avrebbero potuto correre gli italiani in Libia in caso fosse stato trattenuto Almasri. Secondo Caravelli, infatti, Almasri, comandante della Rada, una milizia di stanza a Tripoli, avrebbe potuto far partire una rappresaglia contro gli italiani presenti nella capitale libica, mettendo a rischio gli interessi economici del Paese, ad iniziare dai pozzi di petrolio al confine con la Tunisia gestiti dall’Eni. Come raccontato fin dallo scorso maggio, gran parte delle decisioni furono prese dalla magistrata siciliana Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto di Nordio, che partecipò fin dal primo giorno, a differenza del ministro a tutte le riunioni operative. “Basta, basta, basta!”, avrebbe detto Bartolozzi il 19 gennaio a Maria Emanuela Guerra, direttore generale degli Affari Internazionali e della cooperazione di via Arenula che stava lavorando per sbloccare la situazione. “Non comunicate più, non faccia altro e si fermi”, avrebbe quindi aggiunto Bartolozzi a Guerra, riferendosi anche ad Alessandro Sutera Sardo, magistrato fuori ruolo con l’incarico di consigliere giuridico presso l’ambasciata Aja.
Durissimo è poi il giudizio del Tribunale dei ministri nei confronti delle giustificazioni fornite da Nordio e Piantedosi, ritenute poco credibili. Ad esempio quelle riguardanti il fatto che per far rientrare Almasri in Libia venne utilizzato un volo dei Servizi quando la tratta Roma-Tripoli era coperta da un volo di linea gestito da Ita. E poi i motivi per i quali si era proceduto alla espulsione (per ragione di sicurezza) dei suoi compagni di viaggio, non essendoci invece i requisiti dal momento che avevano i documenti in regola, nessun precedente di polizia, carte di credito con cui pagarsi il soggiorno. Anche i biglietti per la partita erano stati regolarmente pagati e al momento di noleggiare l’auto e prenotare una camera in albergo a Torino avevano fornito nominativi corretti. Infine un “giallo”: il collegio era intenzionato ad ascoltare Nordio il quale, però, ha sempre declinato ed al suo posto si era offerto Mantovano. E ieri è intervenuto anche Francesco Lo Voi, procuratore di Roma, da giorni nel mirino per presunti ritardi nella trasmissione degli atti.
“C’è qualcuno che va dicendo che ho inviato in ritardo gli atti del Tribunale dei ministri alla Camera sostenendo che li avrei ricevuti il primo agosto”, ha esordito Lo Voi. “A parte il fatto che gli atti andavano letti, rimessi in ordine, corredati da alcuni provvedimenti necessari per eseguire le decisioni del Tribunale dei ministri e interamente fotocopiati, il tempo impiegato è stato minimo e cioè dal 4 agosto, giorno di arrivo degli atti in Procura, al 5 agosto, giorno in cui sono arrivati alla Camera”, ha aggiunto Lo Voi, domandandosi quindi “se 24 ore sembrano troppe”. “Chi lo ha detto che gli atti sono pervenuti in procura il primo agosto? Ci sono informazioni riservate che non conosco?”, ha poi aggiunto il procuratore, che non è escluso possa procedere penalmente nei confronti di coloro che hanno avuto un ruolo di primo piano in questa vicenda, ad iniziare proprio da Bartolozzi. Nei confronti di quest’ultima non è escluso poi ci possa essere anche una incolpazione disciplinare da parte della Procura generale della Cassazione.