“Colpire un siriano da parte di un altro siriano è peccato.” Una frase dipinta su un grande striscione nero, alzato nella notte da giovani siriani davanti a un cancello di ferro battuto del Governo a Damasco. Non è solo una frase: è un grido, un lutto, una dichiarazione di identità. Una frase che rompe il silenzio. Una dichiarazione amara, nella Siria dell’odio. È la voce di Suwayda, città siriana e cuore spirituale della comunità drusa, sotto assedio non da nemici esterni, ma da forze che portano il nome della stessa patria.
Il Massacro e il tradimento.
Da lunedì scorso Suwayda ha vissuto uno dei capitoli più tragici della sua storia recente. Un massacro sistematico ha colpito i villaggi, i quartieri e gli ospedali della città. Centinaia i morti, dicono i testimoni. Troppi per essere nascosti, troppi per non essere nominati. Le immagini sono talmente crude quanto reali. Corpi abbandonati sulle strade, case date alle fiamme, anziani trascinati fuori dalle loro case e uccisi. L’assalto all’Ospedale Nazionale di Suwayda è forse il più simbolico tra gli orrori: colpi di arma da fuoco e saccheggio dei farmaci oltre che aggressioni nei confronti di medici e sanitari.
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Non è stato un semplice attacco militare. È stata una punizione collettiva mossa da motivazioni settarie. Non un’esplosione improvvisa, ma un’operazione studiata nei dettagli, con incursioni provenienti da più fronti. Le strade della città erano ufficialmente chiuse, ma i gruppi armati sono passati indisturbati attraverso i checkpoint governativi. Veicoli 4×4 e motociclette hanno fatto irruzione da ovest, assaltando Suwayda nel cuore della notte. Le forze che avrebbero dovuto difendere i civili si sono trasformate in carnefici. Quelle stesse unità governative che dichiaravano di voler “proteggere” la popolazione si sono macchiate dei peggiori crimini. “Ci sono oltre 150 cadaveri solo nell’ospedale,” dice Hazem, residente a est della città. “Molti altri sono ancora nelle strade. Nessuno può immaginare cosa sia successo veramente.” Il drammatico bilancio dell’osservatorio per i diritti umani siriano conta più di duecento morti negli scontri con i corpi militari governativi e le esecuzioni sommarie hanno colpito 83 persone giustiziate da elementi appartenenti al Ministero della Difesa e degli Interni siriani.
“Non mi interessa più essere siriano.” Parole che pesano, quelle pronunciate da Hussein, testimone diretto del massacro. Parole che racchiudono lo shock, la rabbia e il dolore di un popolo che si è visto tradito. Le forze del regime non si sono limitate a uccidere: hanno infierito sui corpi, umiliato la cultura e la dignità di un’intera comunità. I baffi degli anziani drusi – simbolo sacro nella tradizione locale – sono stati rasati con la forza, mentre i cadaveri venivano mutilati. In uno dei video trapelati, un miliziano ride mentre promette di portare i baffi di un martire come trofeo a Idlib. Nelle chat private della Sicurezza Generale, si leggono messaggi scioccanti: si celebra l’“annientamento di Suwayda”, si parla dei “massacri costieri” con toni entusiasti, come se si trattasse di una competizione. Crimini contro l’umanità, spinti da un progetto ideologico che punta all’incitamento contro l’identità drusa. Questa non è guerra. È pulizia settaria.
E mentre il governo parla di “vittoria sui terroristi”, la città che ha resistito all’ISIS e difeso la coesione siriana viene punita, isolata, dimenticata. I colpevoli non indossano maschere. Indossano divise ufficiali. Non sono mercenari: sono milizie affiliate allo Stato, dotate di lasciapassare, protette dal silenzio delle istituzioni. “Un tempo ero solo siriano. Ma oggi sono druso, per liberare la Siria dal fanatismo settario che la distruggerà completamente.” Sono le parole di Maen Alaflak, uno dei membri della commissione locale drusa nata per accompagnare il paese verso la transizione post-regime. Sono parole che descrivono un’identità in frantumi, tradita proprio da quello Stato che avrebbe dovuto proteggerla. Lo Stato siriano si è disgregato in fazioni, sospetti, vendette. L’appartenenza comunitaria è diventata etichetta, bersaglio. L’unità nazionale si è dissolta sotto i colpi dell’artiglieria. Mentre scriviamo, nuovi scontri si profilano all’orizzonte. Gruppi tribali beduini sembrano pronti ad attaccare Suwayda. L’ombra di una guerra civile vera e propria si allunga sulla regione. Intanto, nella città martoriata, manca tutto: cibo, carburante, medicine. I servizi essenziali sono crollati. Le ambulanze non arrivano più, l’elettricità è a singhiozzo. Le bombe hanno sostituito gli aiuti umanitari. Il dolore si è fatto fame. E la fame, rabbia.
A tutto questo si aggiunge il bombardamento sulla regione ad opera di Israele, che resta per molti strumento strategico sionista per riaffermare il controllo sul sud della Siria, “altro che difesa di noi drusi”. Come sottolinea la scrittrice Souhayla, non si può ignorare il ruolo del governo stesso nel permettere che tali eventi accadessero. L’idea di una sedizione provocata solo dall’esterno, riferendosi alle parole di Al Sharaa che ha denunciato la violazione della sovranità nazionale, è una semplificazione pericolosa, che rischia di occultare le responsabilità interne. I drusi, in particolare, hanno sempre difeso l’unità della Siria e rifiutato ogni logica di frammentazione settaria o territoriale. La loro posizione storica dimostra che l’identità nazionale siriana non ha bisogno di essere difesa attraverso la repressione o il caos imposto, ma piuttosto tramite il riconoscimento delle pluralità e delle aspirazioni locali.
Il grido che resta.
“Svegliatevi i martiri!”, hanno urlato le donne di Suwayda questa mattina scoprendo gli orrori. Ma il loro grido non è solo un pianto funebre. È una dichiarazione. È un appello alla coscienza del mondo. Nonostante tutto, la comunità drusa rifiuta la vendetta. Rifiuta la guerra civile. La comunità spirituale drusa ha chiesto con forza di respingere ogni deriva settaria. In un paese dove la risposta più comune alla violenza è la violenza, la loro voce è una lama di luce che squarcia l’oscurità. Eppure quella luce è in pericolo. “Svegliatevi i martiri” è anche una domanda: dov’è il mondo? Dove sono le organizzazioni internazionali, i governi, le agenzie umanitarie? Perché il massacro di Suwayda viene silenziato mentre si continuano a vendere armi, a firmare accordi, a chiudere un occhio davanti ai crimini di Stato?
Qualcuno scrive sui social “Quanto è lunga questa notte” eppure, in quelle parole si nasconde una speranza: ogni notte ha un mattino. Il mattino che renderà giustizia. Il mattino che ricorderà i nomi delle vittime, denuncerà i carnefici, e – forse – restituirà dignità a una Siria frantumata. E nel silenzio che resta, risuona ancora il trillo delle donne – lo zghāred, un canto cerimoniale che oggi è lutto e resistenza. È un richiamo che attraversa confini, religioni, ideologie. È la voce dell’umanità stessa. “Il vostro presidente ha portato qui quella sporca entità e le ha dato un pretesto. Il vostro presidente ha venduto tutto” scrive Souhayla sui social. Non c’è bisogno di appartenenze per ascoltare. Solo di coscienza. Solo di umanità.