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Meloni studia per fare il bis: via i collegi e bonus ai vincitori nella nuova legge elettorale

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

Giorgia vuole la riforma della legge elettorale. È lei a guidare le danze ed è lei ad aver deciso il ritmo, al secolo quale legge il Parlamento proporrà. A mettere in campo la riforma elettorale, ha annunciato la premier dalla Masseria di Bruno Vespa, non sarà infatti il governo. Ma è questione d’immagine e di facciata, non di sostanza. Al lavoro è già effettivamente un gruppo di parlamentari: per la maggioranza Donzelli, per FdI, Paganella per la Lega, Batilocchio per Fi, Bicchielli per Noi Moderati. Dall’altra parte se ne occupano Alfieri e Fornaro per il Pd, Paita e Renzi per Italia Viva. Però i pilastri della nuova legge sono quelli che ha dettato la premier e che corrispondono infatti ai suoi interessi.

Per Meloni è prioritaria l’eliminazione dei collegi. Nessuno può aspettarsi che le opposizioni le facciano di nuovo il regalo del 2022, quando presentandosi divise e senza alcun accordo le regalarono il trionfo. Nel 2027 le cose staranno diversamente e la desistenza nei collegi, proposta apertamente da Dario Franceschini, è una minaccia reale. È vero che, a differenza del 1996, dalla desistenza stavolta non uscirebbe alcuna maggioranza di centrosinistra ma per la leader del centrodestra è una magra consolazione. La desistenza potrebbe bastare a chiudere la partita senza vincitori e, in un quadro che probabilmente tra due anni sarà non meno minaccioso di adesso, e forse anzi anche di più, la parità spalancherebbe le porte a un ennesimo governo di unità nazionale. Dunque i collegi, nelle schede elettorali prossime venture, devono scomparire a favore di una legge proporzionale su circoscrizione nazionale. Fosse per lei, Giorgia sarebbe davvero per il ritorno alle preferenze, ma questo è in effetti davvero terreno lasciato alla mediazione dei parlamentari che se ne stanno occupando.

La seconda esigenza della presidente del Consiglio è prefigurare il premierato che gli elettori saranno chiamati a ratificare o a bocciare nella prossima legislatura. Lei naturalmente non la ha messa così. Ha sostenuto invece l’opportunità di varare una legge in grado di essere applicata anche in caso di affermazione del premierato, giusto per evitare il rischio di doverla cambiare di nuovo tra pochi anni. La realtà è diversa. La formula che Meloni ha in mente non è solo adeguata al premierato: è propedeutica. Serve ad abituare gli elettori all’elezione diretta conclamata, alla logica per cui chi è direttamente eletto può contare automaticamente su una robusta maggioranza parlamentare e serve anche a blindare il vincolo di maggioranza. Dunque indicazione del premier e premio di maggioranza. L’idea iniziale era di portare i vincitori direttamente al 50%, purché superino la soglia del 40%. In questo modo però il rischio di un premio esorbitante, del 15%, ci sarebbe e la Consulta si è già espressa contro una simile eventualità.

L’ostacolo si può aggirare alzando la soglia al 45%, anche se non si tratterebbe di una modifica per la leader di FdI davvero indolore: con una soglia al 40% avrebbe ragionevoli probabilità di farcela anche senza uno dei due partiti alleati, alzando l’asticella al 45% avrà bisogno di entrambi. L’ostacolo maggiore però è che il premio di maggioranza nazionale al Senato è improponibile. La maggioranza fa finta di non saperlo, finge di poter trovare una via d’uscita che però non c’è. Senza ulteriore modifica della Carta, il Senato è eletto su scala regionale e regionale dovrà essere anche il premio. Proprio impugnando questa regola, del resto, Ciampi aveva ordinato la modifica della legge Calderoli nel 2006 e proprio quella modifica, imposta peraltro dalla Costituzione, aveva fatto della legge il celeberrimo Porcellum. È probabile che Meloni intenda andare avanti comunque. Ritiene che in ogni caso l’eliminazione dei collegi e la “prova generale” del suo premierato andranno comunque a suo vantaggio.

Anche perché l’obbligo di indicare il premier, non a caso sgraditissimo al Nazareno, costringerà i principali partiti dell’opposizione, Pd e M5S, ad affrontare subito un problema che preferirebbero di gran lunga rinviare, se del caso, a dopo il voto. Conte ha già scelto di cementare l’alleanza elettorale con Pd e Avs. Da quel punto di vista Elly non ha nulla da temere. Però non si è affatto rassegnato a fare di Schlein la candidata premier. Da questo punto di vista, invece, Elly ha tutto da temere e si capisce che alla leader della destra faccia comodo e piacere che la sgradevole faccenda emerga prima del voto.