Se insegni, insegna anche a dubitare di ciò che insegni.
(J. Ortega y Gasset)
Che le scuole e le università in Italia siano tornate nelle condizioni simili, se non peggiori, esistenti prima del Sessantotto , è un dato di fatto. I processi di restaurazione non perdonano. Una conferma, fra le tante, è fornita dalla reazione all’occupazione degli studenti del liceo Tasso a Roma.
Le cronache di questi giorni ne hanno parlato diffusamente, ma in modo superficiale. Gli obiettivi principali dei giovani erano: esame della riforma Valditara, della scuola ridotta ad “azienda”, l’introduzione di materie quali l’educazione sessuale e sentimentale, l’apertura di uno sportello contro la violenza e i femminicidi.
Poiché una trentina di occupanti erano stati individuati, altri 170 si sono autodenunciati. Il preside Paolo Pedullà ha deciso, per tutti, la sospensione per dieci giorni più un bel 5 in condotta. Entusiastica, non a caso, l’approvazione del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e del vicepremier Salvini. Sono scesi in ballo anche i genitori dei ragazzi, ovviamente divisi tra favorevoli e contrari. E pure gli insegnanti.
Tutta la vicenda indica questioni di fondo. In primo luogo: la scuola è, prioritariamente, a servizio degli studenti, non dei professori e dei presidi. Che gli allievi occupino l’istituto, con motivazioni innovative, può aprire una sana dialettica fra la scuola che conserva e la scuola che si apre sul mondo. Chi non capiva questo, nel Sessantotto lo definivamo “matusa” (con riferimento al patriarca antidiluviano Matusalemme…).
È chiaro – lo confesso – che io sono partigiano, nel senso che non sopporto quegli adulti che non si ricordano di quando avevano, loro!, 16 o 17 o 20 anni. E che non comprendono come gli studenti possono imparare, dall’occupazione della scuola per qualche giorno, più di quanto apprendono nell’intero anno scolastico.
La responsabilità, individuale e collettiva, dell’autogestione, il legame di solidarietà, lo studio autodeterminato, gli errori, che anch’essi insegnano, e il loro superamento, persino i momenti di “gioco”, il sapore della libertà creativa: sono tutte esperienze che fanno crescere, ben più delle ore passate fra banchi e cattedra.
Perciò la repressione è la risposta più becera. Al preside Pedullà, sperando che ritiri i provvedimenti, ricordo l’esempio di Daniele Mattalia, preside del liceo Parini di Milano, che nella primavera ’68 si rifiutò di chiamare la polizia per sgomberare gli occupanti, e per questo fu sospeso.
Due modi radicalmente diversi di esercitare l’autorità.