Il centro di detenzione di Gjadër svuotato e poi riempito all’improvviso: un’operazione politica costruita per puntare il dito contro la magistratura a una settimana dal referendum sulla giustizia. La strumentalizzazione della presidente del Consiglio di quanto sta accadendo nel CPR in Albania è grave e merita chiarezza. Partiamo da un fatto elementare: nessun giudice «impedisce il rimpatrio» di alcun cittadino straniero. L’unico soggetto che li impedisce è il Ministero dell’Interno, che non riesce a effettuare i rimpatri né quando le persone si trovano in carcere, né quando si trovano nei CPR italiani.
Anzi: portare le persone in Albania significa di fatto allontanare la prospettiva del rimpatrio. I rimpatri dall’Albania non sono possibili in via diretta – continuano ad avvenire tutti da Roma – e si innesca il meccanismo che va avanti da oltre un anno: i giudici applicano la legge alla luce delle direttive dell’Unione europea, che al momento non sono compatibili con il Protocollo Italia-Albania. «Solo chi è ignorante o in malafede potrebbe pensare che i giudici avrebbero anticipato l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo» Non lo erano un anno fa, non lo sono oggi. Anche con le nuove regole europee non è affatto certo che l’impianto dei centri albanesi regga così com’è. I giudici, con i rimpatri riusciti o mancati che siano, non c’entrano niente. L’operazione politica del governo su questo è stata chiara. Nonostante nulla fosse cambiato nelle premesse che avevano portato il centro albanese a essere una struttura fantasma vuota nel corso dell’ultimo anno, a metà febbraio il governo lo ha riempito con circa 75 nuovi trasferimenti, nel silenzio e nell’opacità.
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Lo abbiamo dovuto far emergere noi deputati di opposizione, recandoci fisicamente a Gjadër, dove in ogni caso non abbiamo accesso ai nomi o ad alcuna informazione sensibile sui trattenuti. Opaco è stato anche il criterio di selezione secondo cui si sceglieva chi trasferire dai CPR italiani, che – com’è ben noto – non sono né pieni né sovraffollati. Nella visita ispettiva, limitata nei tempi e nell’accesso alle informazioni, avevo riscontrato delle assurdità che fanno quantomeno dubitare delle ricostruzioni della premier, per cui tutti i trattenuti in Albania sarebbero socialmente pericolosi: ho incontrato almeno due persone già state a Gjadër che risultavano senza precedenti di alcun tipo, perfettamente integrate ma intrappolate nel circolo vizioso dell’irregolarità che le esponeva allo sfruttamento.
Chi libera davvero i trattenuti in Albania?
A impedire il rimpatrio dei trattenuti nei CPR italiani e albanesi non sono certo i giudici, ma il Ministero dell’Interno e, al massimo, i paesi d’origine con cui non abbiamo accordi e che non manifestano l’intenzione di “riprendersi” queste persone. A liberarle è il governo stesso, nel momento in cui le trasferisce dall’Italia all’Albania violando le direttive UE in materia di asilo. La scelta di riempire nuovamente il centro era evitabile e intenzionale: si è scelto di farlo, almeno in parte, selezionando appositamente con persone che hanno in passato commesso e già scontato dei reati, sapendo benissimo che sarebbero state messe in libertà.
Sorgono allora domande inevitabili: se queste persone sono così pericolose, perché non lasciarle nei CPR italiani, dove il trattenimento era già stato convalidato? Perché non sono state rimpatriate appena uscite dal carcere? E se non si è riusciti a organizzare il rimpatrio dal carcere o dal CPR italiano, perché mai dovrebbe essere più semplice dal CPR albanese? «Si gioca con i soldi dei contribuenti e con le storie drammatiche di violenza che possono esserci dietro ogni caso individuale». Si sta giocando con la grande opacità dell’intera operazione Albania, con i soldi dei contribuenti e anche con le storie drammatiche di violenza che possono esserci dietro ogni caso individuale. Il tutto per poter puntare il dito contro la magistratura, a una settimana dal referendum sulla giustizia. Un’operazione spregiudicata e indegna.
*Deputata Pd