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Non solo Erbil, le bombe Usa di Trump mettono a rischio 3mila soldati italiani in Medio Oriente

Non solo Erbil, le bombe Usa di Trump mettono a rischio 3mila soldati italiani in Medio Oriente

Da Erbil al Sud Libano. Under fire. Sono i militari italiani impegnati in Medio Oriente. Bersagliati dai droni iraniani nel Kurdistan iracheno e, a più riprese, da quelli israeliani nel Paese dei Cedri, dove da anni militari italiani sono impegnati nella missione Unifil. Operazioni di peacekeeping o di addestramento. Operazioni a rischio. Cronaca di guerra: Due droni hanno colpito l’altra notte la base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’attacco è avvenuto alle 23.10 ora locale all’interno di Camp Singara e ha centrato l’area del bar-ristorante della base, conosciuto dai militari come «Il Fortino».

L’esplosione ha provocato un incendio che ha coinvolto almeno due automezzi, ma non risultano feriti tra il personale italiano. Le fiamme sono state contenute rapidamente grazie all’intervento delle squadre antincendio della base, hanno evitato che il rogo si propagasse ad altre strutture del compound. Ad Erbil, l’Italia, nell’ambito dell’Operazione “Prima Parthica”, ha costituito l’Italian National Contingent Command Land agli ordini del colonnello Stefano Pizzotti. Qui operano 300 militari italiani. In quest’area e nelle varie basi addestrative del Ministry of Peshmerga Affaris del Kurdistan, i militari italiani svolgono attività di training rivolta alle Forze di sicurezza curde (Peshmerga e Zeravani Forces). In particolare, vengono svolti corsi di Close Quarters Battle e Sniper, Medic, Controllo della folla, C-IED awareness, Mountain Warlfare, Tactical Planning e Train the Trainers di alcune specialità in coordinamento con le autorità di vertice del Kurdistan Regional Government. L’Italia prende parte dal 2014 alla Coalizione multinazionale denominata “Operation Inherent Resolve” o “Prima Parthica”, composta da 84 nazioni e 5 organizzazioni internazionali contro i terroristi del Daesh che operano in Iraq e Siria. Attualmente il contingente nazionale appartenente a tutte le Forze Armate impiegato nella missione è di 700 militari.

Il punto è, rimarcano analisti militari con l’Unità, che addestrare forze curde irachene in questo nuovo scenario di guerra all’Iran, tanto più alla luce di un possibile utilizzo americano di queste forze in operazioni di destabilizzazione interne all’Iran, pone l’Italia in una posizione di alleato attivo degli Usa in guerra. In Medio Oriente sono attualmente circa 2.500 i militari italiani, distribuiti tra Kuwait, Iraq, Libano, Giordania, Qatar ed Egitto, in un contesto reso ancora più delicato dall’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele. Non sono truppe impegnate in combattimenti diretti, né forze schierate per partecipare alla guerra in corso: il loro compito è diverso, più strutturale, fatto di addestramento, supporto logistico, coordinamento operativo e sorveglianza del territorio con assetti aerei, droni e velivoli da trasporto.
Il nucleo più consistente tra Iraq e Kuwait conta circa mille unità, mentre altri contingenti operano in Libano e negli hub logistici dell’area. In Kuwait, nella base di Ali Al Salem, sono presenti circa 300 militari italiani, in larga parte appartenenti all’Aeronautica. Qui operano droni per la sorveglianza e personale impegnato nel coordinamento delle attività aeree e logistiche della coalizione internazionale. È una funzione tecnica, ma strategica: controllo dello spazio, raccolta di informazioni, supporto ai movimenti.

Dopo gli attacchi contro l’Iran e la risposta missilistica che ha interessato diverse basi nel Golfo, le priorità sono ovviamente cambiate. Le missioni restano formalmente operative, ma tutte le attività non indispensabili sono state sospese. Addestramenti, esercitazioni, spostamenti non essenziali sono stati congelati, come anticipato. Il personale nelle basi più esposte è stato trasferito nei bunker nelle fasi più critiche e opera ora sotto protocolli di sicurezza rafforzati: non è prevista, al momento, un’evacuazione, ma l’intero dispositivo si muove in modalità prudenziale, con monitoraggio costante dell’evoluzione militare. Le strutture oggi considerate più sensibili sarebbero per ora due: la base di Ali Al Salem in Kuwait e quella di Erbil in Iraq. Qui si concentra la parte più esposta del contingente italiano, rispettivamente circa 300 e 700 militari, entrambi in stato di allerta elevata. Accanto a queste, resta il presidio in Libano nell’ambito di UNIFIL, dove la vicinanza alle aree di influenza di Hezbollah rende il quadro particolarmente delicato. Completano il dispositivo gli hub e le basi di supporto in Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman, che assicurano collegamenti logistici e coordinamento.

L’Italia è pronta a valutare l’invio di almeno una fregata per difendere l’area dei Paesi del Golfo: le ipotesi sono la Virginio Fasan (ora nel Mediterraneo orientale) e la Shergat, al momento impegnata nell’operazione Mediterraneo Sicuro. Entrambe sono pensate per intercettare i droni, hanno sistemi radar fino a 200 chilometri, missili Aster 30 (con un raggio d’azione fino a 100 chilometri) e un cannone da 76 millimetri. Previsto a breve anche un provvedimento per l’invio di sistemi di difesa aerea ai Paesi del Golfo che ne hanno fatto richiesta: Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Il pacchetto prevede dispositivi anti-drone e strumenti anti-missilistici, compreso il potente sistema Samp-T (già schierato dal 2021 al 2024 in Kuwait). Secondo alcune indiscrezioni, data la disponibilità limitata, i Samp-T potrebbero essere destinati ai soli Emirati. Anche in questo caso è previsto comunque un passaggio in Parlamento. In Medio Oriente siamo già under fire. Qualcuno lo rammenti alla Presidente del Consiglio.