Bruno Contrada aveva raccontato a questo giornale che non aveva ricevuto scuse “da nessuno. Né da quelli che mi hanno accusato né dagli uomini delle istituzioni”. È morto a 94 anni l’ex 007, il numero tre del Sisde, il servizio segreto civile, negli anni della guerra alla Mafia a Palermo, al centro di una lunga e controversa vicenda giudiziaria sfociata dapprima in una condanna a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente nella revoca di quella stessa condanna dopo un pronunciamento della Corte europea dei diritti umani (Cedu) e a un risarcimento per l’ex poliziotto.
Contrada era entrato in Polizia nel 1958, diventato dirigente della Squadra Mobile di Palermo negli anni ‘70 e successivamente alla guida della Sezione Siciliana della Criminalpol. Al Sisde arrivò a ricoprire l’incarico di numero due del servizio segreto civile. Il nome di Contrada era comparso anche nelle carte dell’indagine sull’omicidio di Piersanti Mattarella, fratello del Presidente della Repubblica, presidente della Regione Siciliana ucciso il 6 gennaio del 1980. Secondo gli atti dell’inchiesta della Procura di Palermo, l’ex dirigente partecipò alle prime attività investigative sul delitto insieme all’allora ufficiale dei carabinieri Antonio Subranni e al magistrato Piero Grasso, raccogliendo informazioni dalla vedova della vittima, Irma Chiazzese, e dal figlio Bernardo.
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Era la vigilia di Natale del 1992, l’anno delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, quando venne arrestato: secondo le indagini Contrada aveva fornito informazioni riservate alla mafia, ostacolando le indagini della polizia. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, venne condannato a dieci anni di carcere il 5 aprile 1996, sentenza ribaltata in assoluzione in Appello nel 2001. Ancora una condanna a dieci anni nel 2006, dopo che la Cassazione aveva rinviato gli atti a Palermo e dopo 31 ore di Camera di Consiglio della Corte d’Appello. La Cassazione confermò la condanna l’anno successivo. Carcere e domiciliari, fine pena nell’ottobre 2012.
L’Italia venne condannata due volte: perché Contrada non avrebbe dovuto scontare la sua pena in carcere, per via delle sue condizioni di salute; perché non avrebbe dovuto essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto, all’epoca dei fatti contestato tra il 1979 e il 1988, il reato non “era sufficientemente chiaro”. La prima sezione della Corte d’Appello di Palermo accolse la domanda di Contrada di riparazione per ingiusta detenzione, riducendo l’entità dell’indennizzo a 285.342 euro. La Cassazione avrebbe confermato la sentenza nel 2023.
Contrada ha raccontato la sua vicenda, tra le indagini e il lungo caso giudiziario, nel libro di memorie La mia prigione. “Se dovessimo parlare di risarcimento dovremmo fare riferimento all’intera mia vicenda giudiziaria durata 30 anni – aveva raccontato a questo giornale ad Angela Stella – Se dovessi essere risarcito per quanto accaduto, lo Stato italiano dovrebbe fare una nuova manovra finanziaria. Non esiste cifra per risarcire un danno del genere, come quello da me subito. Qui si siamo in presenza della distruzione di una vita”. Era stato ricoverato per venti giorni per una polmonite, è morto nella notte in casa, a Palermo.