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“Iran e Libano? Dietro gli attacchi di Israele c’è il progetto di annessione della Cisgiordania”, intervista a Riccardo Noury

Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Se c’è una organizzazione che ha costantemente monitorato, documentato, denunciato, lo scempio dei diritti umani operato dal regime teocratico-militare iraniano, questa organizzazione è Amnesty International, in prima fila nel sostenere il movimento “Donna, vita, libertà”. Ma con la stessa forza documentale e nettezza di posizione, Amnesty International ha preso posizione contro la guerra come mezzo per difendere i diritti umani. L’Unità ne parla con Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia, saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo.

Noury, cos’è che la preoccupa maggiormente in queste settimane?
L’elevato numero di vittime civili di questa escalation militare, che temo sia destinato ad aumentare. Gli attacchi israeliani e statunitensi contro l’Iran, in particolare quello contro la scuola femminile della città di Minab, un crimine di guerra, hanno probabilmente causato un migliaio di vittime civili. La rappresaglia iraniana ne ha fatte oltre una decina in Israele. A sua volta quella israeliana contro i razzi di Hezbollah ne ha fatte più di 500 in Libano. Ci sono vittime civili anche negli stati del Golfo, per lo più lavoratori stranieri. Senza contare i danni ambientali e alla salute causati dagli attacchi alle infrastrutture energetiche.

Si può obiettare che in Iran c’era appena stato un numero di vittime assai maggiore e non ad opera di Usa e Israele.
Certo. L’8 e il 9 gennaio, nel pieno del blackout imposto dalle autorità di Teheran, c’è stato il peggiore massacro di manifestanti di questi ultimi 26 dei 47 anni di repubblica islamica. Le organizzazioni iraniane per i diritti umani stanno cercando nomi, cognomi, età, genere, circostanze e luogo del decesso delle persone uccise in strada. Siamo a oltre 7000 ma, considerando il clima di terrore contro le famiglie e il fatto che tanti scomparsi non si sa se siano vivi o morti, ho paura che si dovrà moltiplicare quel numero per un fattore: per due o per tre, almeno. Detto questo, l’idea che per “fare giustizia” di quell’ecatombe se ne debba provocare un’altra, in cui si colpiscono insieme ai capi della repressione anche scuole, ospedali, centri abitati e prigioni mi pare aberrante. A proposito delle carceri, stracolme dopo la repressione di gennaio ma già piene di dissidenti, gli attacchi in corso stanno mettendo in pericolo la vita dei prigionieri. Alcuni sono stati trasferiti non si sa dove, altri presso obiettivi militari a mo’ di scudi umani. Nessuno si sta preoccupando di loro. Non sappiamo che fine abbia fatto Ahmadreza Djalali, lo scienziato svedese-iraniano che ha fatto ricerca anche presso l’Università del Piemonte orientale, arrestato nell’aprile 2016 per l’inesistente accusa di spionaggio per Israele e l’anno dopo condannato a morte in via definitiva.

Hanno fatto male o bene in Iran a gioire per l’uccisione della Guida suprema Khamenei e di decine di capi militari e della sicurezza?
Non spetta a noi qui in Italia giudicarlo. Personalmente sono solidale con chi, dopo 47 anni di repressione, ha pianto di gioia. Immagino che moltissime altre persone lo abbiano fatto in silenzio, temendo le conseguenze di farlo in pubblico. Sappiamo bene che ogni volta che sono state attaccate, da ultimo nella “guerra dei 12 giorni” con Israele nel giugno scorso, le autorità iraniane hanno inasprito la repressione dando la caccia a “spie” e “collaborazionisti”, celebrando processi-farsa e allestendo patiboli. Ho il timore che le cose potrebbero non andare come le iraniane e gli iraniani legittimamente vorrebbero: un paese libero dalla teocrazia e dalla repressione, in cui i diritti umani siano rispettati, soprattutto per le donne. Davvero c’è chi crede che Netanyahu e Trump l’abbiano in cima ai loro pensieri?

Veniamo a un quadro più ampio: l’affermazione del ministro Tajani secondo la quale il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” è ormai invecchiata…
Non direi. Piuttosto, è stata riformulata: “il diritto internazionale non vale per tutti”. Sembra di essere tornati ai tempi in cui George W. Bush affermava che le regole valevano nei rapporti tra gli “stati buoni” ma non per gli “stati canaglia”, l’elenco di questi ultimi variando a seconda dei periodi (Iraq, Venezuela, Iran e, secondo Putin, l’Ucraina). È ciò che ha detto, con parole diverse ma con la stessa sostanza, addirittura la presidente del parlamento europeo Metsola in un’intervista di una settimana fa.

Ma il nostro ministro della Difesa ha detto chiaramente che l’attacco all’Iran è stato illegale
Mi pare sia stato l’unico esponente del governo, in mezzo a dichiarazioni vaghe e pilatesche, a dire in modo chiaro, tornato in Italia dagli Emirati Arabi Uniti, una cosa fuori discussione. Ma, magari sbaglierò, ci ho visto una postura rassegnata. È come se, di fronte a un investimento stradale, il commento fosse: “Beh, l’automobilista è passato col rosso”. Chiedo: quindi eliminiamo il semaforo o lo presidiamo meglio? Abroghiamo il codice stradale o lo facciamo rispettare? Fuori dalla metafora: aboliamo il diritto internazionale o gli ridiamo sostanza? Non solo non c’è una terza soluzione, ma non ce ne sono neanche due. Ce n’è una sola: ripristinare le regole. Non mi si venga poi a dire che, se una violazione del diritto internazionale risulta efficace rispetto all’obiettivo, allora è anche giustificabile e viene per così dire resa legale ex post. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa.

Prego.
La narrazione secondo la quale chi usa il vocabolario del diritto internazionale, chi dice che gli Usa nel 2026 hanno violato due volte la Carta delle Nazioni Unite (dopo che nel 2022 lo aveva fatto la Russia iniziando la guerra contro l’Ucraina e ora proprio Putin accusa Usa e Israele di aver violato il diritto internazionale!), sarebbe orfano del venezuelano Maduro o dell’iraniano Khamenei è inaccettabile. Non dobbiamo dimenticare che coloro che ci stanno ponendo di fronte alla falsa alternativa “o la guerra o Khamenei” sono gli stessi che stanno smantellando il diritto internazionale, sabotando la giustizia internazionale e delegittimando il sistema di protezione globale dei diritti umani, sostituendolo col “diritto del più forte”. Ci dicono che tutto questo non serve. Ma si è tentato davvero, prima del 28 febbraio, di fare altro? Si è invocata la “responsabilità di proteggere” una popolazione le cui autorità non sono in grado di offrire alcuna tutela, omettendo che per applicarla occorre una risoluzione del Consiglio di sicurezza e soprattutto che, intesa come impiego di tutti i mezzi legittimi e collettivi per impedire gravi crimini internazionali ai danni di popolazioni, quella dottrina prevede un intervento militare solo come estrema soluzione. Che altro è stato fatto prima? Nulla.

Che sta succedendo all’ombra della guerra?
Il promotore dell’azione militare contro l’Iran è Netanyahu, che a differenza di Trump una strategia di lungo periodo ce l’ha: fare in modo, a ogni costo, che il Medio Oriente sia un’area che non minacci più la sicurezza di Israele. Dietro al fumo che si leva dagli attacchi all’Iran e al Libano non c’è solo la diversione dell’attenzione dal genocidio nella Striscia di Gaza ma anche altro: l’annessione di fatto della Cisgiordania occupata. Mettiamo insieme un po’ di date e fatti. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme. Il piano mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerà in due la Cisgiordania, interrompendo la continuità urbana tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme e causando il trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area. Il giorno dopo è stata decisa la creazione di 19 nuovi insediamenti, che ha portato a 68 il totale di quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni, a circa 210 il numero complessivo di quelli ufficiali e a 750.000 il numero dei coloni israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti costruiti in violazione della stessa legge israeliana. Secondo l’ong Peace Now, nel solo 2025 ne sono stati creati ben 86, un numero record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito enormemente all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato dei residenti palestinesi. Secondo un’altra ong israeliana, B’Tselem, sempre lo scorso anno 21 comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della violenza dei coloni israeliani.

E quest’anno?
Il 5 gennaio una dichiarazione dell’amministrazione civile ha designato quasi 700 ettari appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della Cisgiordania, come “terre statali”. L’8 febbraio il governo ha annunciato altre misure: l’abrogazione della legislazione giordana ancora vigente, in modo consentire ai coloni di acquistare terreni palestinesi senza adeguate verifiche, l’aumento del controllo amministrativo civile sulla pianificazione e sull’edilizia a Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme e il conferimento alle autorità israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B. Il 15 febbraio, infine, il governo israeliano ha stanziato oltre 244 milioni di sheqel per istituire un meccanismo governativo atto a facilitare la registrazione delle terre nell’Area C della Cisgiordania, trasferendo le competenze in materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia. Per finire, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione palestinese non è in grado di dimostrare la proprietà dei terreni a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una serie di documenti, mappe e registri cui molti palestinesi non hanno accesso.