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Meloni come Ponzio Pilato, né concorda né condanna l’attacco di Trump all’Iran: ma così la premier rischia alle urne

AP Photo/Alex Brandon

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La posizione della premier italiana sull’attacco israelo-americano all’Iran è arrivata dopo oltre una settimana e non dice niente su cosa Meloni pensi della guerra che infiamma il Golfo. In compenso rivela in pieno l’imbarazzo in cui si dibatte il governo. “Non concordo e non condanno”: una linea a metà strada tra il “non aderire né sabotare” di Filippo Turati, che però dopo Caporetto aveva qualche ragione in più per cercare un impossibile equilibrio, e il “Né con lo Stato né con le Br” di non fausta memoria. Se domani, di fronte al Parlamento e al Paese, Giorgia Meloni non riuscirà a trovare toni e parole molto più convincenti, non le sarà probabilmente perdonato. Una simile ambiguità poteva essere adottata da Giulio Andreotti, che ne aveva fatto la cifra di un’abilissima strategia politica e che sapeva comunque prendere posizione quando necessario: non da Giorgia Meloni, che ha sempre tentato di imporre un’immagine diametralmente opposta.

Non che l’Italia sia il solo Paese nei guai. La Francia che oscilla tra il condannare l’azione militare e il supportarla con le sue basi e l’Inghilterra che fa il tira e molla con l’invio della sua portaerei non stanno messe molto meglio. Ma questa è una magrissima consolazione per la premier italiana. Anche perché, nella dissoluzione dell’Europa, i paesi del format E3, Francia, Germania e Regno Unito, possono almeno provare a giocare un ruolo, sia pure solo in veste di comprimari. Macron è particolarmente attivo: ieri ha parlato con Netanyahu e alzato la posta sugli attacchi contro Cipro affermando che si tratta di aggressioni contro l’intera Europa. L’Italia è semplicemente tagliata fuori e appare ancor più smarrita degli altri Paesi.

Di certo i toni del governo sono molto cambiati rispetto ai primissimi giorni della guerra. L’opposizione, come è ovvio, esalta e bersaglia soprattutto la metà di Giorgia che “non condanna”. È probabile che per Washington sia di maggior rilevanza il “non concordo”, provenendo da una leader che ha sempre sbandierato la sua vicinanza a Trump e che proprio due giorni fa il presidente americano aveva elogiato in un abbraccio che però, in questo momento, è tutt’altro che gradito. È anzi di quelli che si definiscono “mortali”. Il tentativo di sterzata del governo è particolarmente chiaro nei toni e nelle parole del ministro degli Esteri Tajani. Per una settimana, pur pronunciandosi doverosamente a favore di una resurrezione della via diplomatica, si era però dilungato nel giustificare la scelta di Trump e Netanyahu, sino a definirla una possibile chiave per la pace in tutto il Medio Oriente. Ieri è apparso molto meno infervorato. “Continuiamo ad avere relazioni diplomatiche con l’Iran, siamo per una de-escalation e continuiamo a parlare con i paesi vittime dell’aggressione. Speriamo che prevalga la diplomazia. Noi non abbiamo alcun interesse all’estensione della guerra, non siamo in guerra con nessuno né intendiamo andare in guerra contro nessuno”.

La torsione non dichiarata ma percettibile del governo italiano non si deve solo alla necessità di non entrare in contrasto troppo netto con un elettorato che nella grande maggioranza disapprova e teme la guerra. Smaltita l’illusione di una rapida soluzione “alla venezuelana” incombe lo spettro di una crisi di portata imprevedibile ma potenzialmente enorme innescata dall’impennata del prezzo dell’energia. Il petrolio ieri ha raggiunto i 100 dollari al barile. Sia il G7 che la Ue prendono in serissima considerazione il rilascio delle riserve di petrolio per attutire il colpo almeno per ora: un passo che il G7 sembrava dover prendere già ieri e che è stato rinviato ma non certo accantonato. Per il governo italiano una crisi economica in questo momento sarebbe esiziale. Il miraggio di una finanziaria “elettorale”, cioè molto espansiva, è in buona parte già svanito. Il rischio di ritrovarsi nell’ultimo anno prima delle elezioni nel vortice di una crisi pesantissima è concreto e la svolta del governo, ancora timida e parziale, si spiega soprattutto così. Trump e Bibi hanno dato fuoco alla prateria senza avere in mente alcun punto di caduta. L’azzardo rischiano di pagarlo caro un po’ tutti ma forse il governo “amico” di Giorgia Meloni un po’ più di molti altri.