Era entrato nell’emiciclo con 200 uomini della Guardia Civili, aveva urlato “¡Quieto todo el mundo!”, sequestrato nel Congresso i deputati: in ostaggio il Parlamento, in ostaggio la Spagna da poco tornata uscita dalla dittatura. Aveva 93 anni l’ex tenente colonnello della Guardia Civil spagnola, Antonio Tejero Molina, ricordato in tutto il mondo per il “23-F”, il goffo e fallito tentativo di Colpo di Stato del 23 febbraio 1981. Morto proprio nel giorno in cui il governo spagnolo aveva declassificato i documenti relativi al golpe mancato. Ad annunciare il decesso la famiglia e l’avvocato, Luis Felipe Utrera Molina, con un comunicato apologetico e dai toni altisonanti, che hanno ricordato il militare come “un uomo d’onore, di fede incrollabile e di grande amore per la Spagna”.
Ma Tejero sarà ricordato più che altro per quella maldestra e anti-costituzionale azione, un tentativo insieme violento e disperato di bloccare la transizione verso la democrazia di uno dei più grandi Paesi dell’Europa occidentale succube e vittima di una dittatura fascista da prima della II Guerra Mondiale, un’operazione che svelò le spaccature ancora vive – perfino oggi – nella società spagnola tra chi credeva nella democrazia e chi invece in un regime autoritario. Era nato il 30 aprile 1932 ad Alhaurín el Grande, Málaga.
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Erano le 18:24 del 23 febbraio del 1981. Il dittatore Francisco Franco, che con la sanguinosa vittoria nella Guerra Civile aveva guidato con pugno di ferro la Spagna fino a metà degli anni Settanta, era morto sei anni prima. Il Congresso dei deputati era riunito per l’investitura di Leopoldo Calvo-Sotelo come nuovo presidente del governo dopo le dimissioni di Adolfo Suárez. 200 i membri della Guardia Civili che accompagnarono Tejero nel putsch. “¡Quieto todo el mundo!”, l’urlo di Tejero che, con un tricornio in testa, esplose alcuni colpi di pistola in aria e immobilizzò i deputati nell’aula. I parlamentari rimasero in ostaggio per circa 18 ore.
Quell’azione faceva parte di un complotto più ampio che coinvolgeva nostalgici del regime fascista di Franco e settori dell’esercito. Proprio le oltre 160 unità documentali provenienti dai ministeri della Difesa, dell’Interno, degli Esteri e dal CESID (ex servizio segreto) pubblicate dopo la desecretazione avevano riaperto il dibattito su quanto fosse esteso il complotto ai danni della democrazia. Documenti pubblicati su iniziativa del governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez per ricostruire e restituire maggiore trasparenza a tutta quella vicenda.
Anche per smentire quelle teorie del complotto che sostenevano che il re fosse a conoscenza del progetto, come dichiararono alcuni golpisti al processo. La pubblicazione è arrivata in corrispondenza del 45esimo anniversario del tentativo di golpe: quando i documenti sono stati pubblicati, il sito del governo è andato offline a causa dei troppi accessi. Il re Juan Carlos I quella notte tenne un discorso televisivo a difesa della Costituzione e ordinò alle forze armate di non appoggiare il golpe e di desistere. “Giuro che non abdicherò né abbandonerò la Spagna”, disse in una telefonata con i golpisti emersa dai documenti desecretati.
Tejero si arrese la mattina del 24 febbraio, venne processato nel 1983, espulso dalle forze armate e condannato a 30 anni di carcere per ribellione militare, non beneficiò della grazia concessa ad altri coinvolti e scontò metà della pena, venendo rilasciato nel 1996 in libertà condizionale. E da quel momento si ritirò a vita privata, centellinando le apparizioni pubbliche. L’ultima nell’ottobre del 2019, durante lo spostamento della salma di Franco dal Valle de los Caídos al cimitero Mingorrubio di Madrid. Aveva tuttavia fondato anche un partito mentre era in carcere, Solidarietà Spagnola, che nel 1982 aveva raccolto appena lo 0,14% dei voti – una percentuale quantomeno indicativa. Era malato da tempo, la famiglia ha chiesto preghiere per il suo eterno riposo e ringraziato per la vicinanza ricevuta negli ultimi giorni.