Anche se si è infortunata a casa, dov’era caduta fratturandosi la caviglia, ha ottenuto il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro e i conseguenti risarcimenti. Perché era in smart-working: in effetti la donna di 60 anni al centro della storia stava lavorando. È successo a Padova, una vicenda riportata dai quotidiani locali e dal sindacato Fgu Gilda Unams. Proprio oggi erano stati diffusi i dati Istat secondo cui dopo la pandemia lo smart-working è diventato una componente strutturale della società, con poco meno di 3,4 milioni di occupati che hanno sperimentato la modalità nelle quattro settimane precedenti la data della rilevazione.
La vicenda in realtà risale allo scorso maggio, quando il Tribunale di Padova ha emesso la sentenza di riconoscimento dell’invalidità, corrisposta al 9% in accordo con l’Inail. La donna, dipendente del dipartimento giuridico dell’Università di Padova, si stava alzando dalla sedia nel corso di una videoconferenza quando è caduta. È successo quattro anni fa. La lavoratrice si era fratturata la caviglia in diversi punti, era stata ricoverata e aveva subito un intervento chirurgico. 137 giorni di inabilità al lavoro.
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L’Inail le aveva negato un risarcimento che invece le era stato concesso dai giudici del lavoro di un tribunale civile. Il giudice di Padova Maurizio Pascali ha dichiarato “cessata la materia del contendere in ordine alla natura di infortunio sul lavoro occorso e sulle entità postume”, imponendo il rimborso di 1.300 euro e il riconoscimento di un’invalidità permanente nella misura del 9%. Una decisione che dice molto di quanto il mondo del lavoro sia cambiato negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia da coronavirus esplosa nel 2020.
Secondo il Censimento permanente del 2023, poco meno di 3,4 milioni di occupati, circa il 13,8% del totale hanno sperimentato una qualche forma di lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti la data della rilevazione. Circa 1 milione e 436mila lavoratori (il 5,9% del totale) hanno svolto la propria attività da casa almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre i restanti (1 milione e 933mila; 7,9%) hanno adottato tale modalità in misura più limitata. Il fenomeno si è stabilizzato tra 2022 e 2023 dopo l’apice durante la pandemia da coronavirus.
Lo smart working è più diffuso tra le donne (15,2% contro il 12,7% degli uomini) e tra i lavori che hanno a che fare con informazione, comunicazione, attività finanziarie e assicurative. È una possibilità per conciliare lavoro e famiglia con più flessibilità. Circa il 29% dei laureati ha sperimentato la modalità, a conferma che più alto è il titolo di studi, più ci sono possibilità di lavorare qualche giorno da casa.
Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, come ricorda ANSA, una circolare Inail del 2017 prevede che ci debba essere “una diretta connessione dell’evento con la prestazione lavorativa”. I lavoratori ‘agili‘ devono essere assicurati all’Inail se, per lo svolgimento della loro attività, sono esposti alle fonti di rischio previste dall’art. 1 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124, fra le quali rientra anche il rischio elettrico connesso con l’uso di macchine di ufficio (quali per esempio, mezzi telematici, computer, videoterminali).
“Il lavoratore ‘agile’ – si legge – è tutelato non solo per gli infortuni collegati al rischio proprio della sua attività lavorativa, ma anche per quelli connessi alle attività prodromiche e/o accessorie purché strumentali allo svolgimento delle mansioni proprie del suo profilo professionale”. Ai fini dell’indennizzabilità dell’evento infortunistico “saranno necessari specifici accertamenti finalizzati a verificare la sussistenza dei presupposti sostanziali della tutela e, in particolare, a verificare se l’attività svolta dal lavoratore al momento dell’evento infortunistico sia comunque in stretto collegamento con quella lavorativa, in quanto necessitata e funzionale alla stessa, sebbene svolta all’esterno dei locali aziendali”.