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Referendum, i timori del governo verso il voto sulla giustizia: la destra “blinda” Meloni a Chigi anche in caso di sconfitta

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Villa Doria Pamphilj in occasione del vertice intergovernativo tra Italia e Germania, Roma, Venerdì 23 Gennaio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Premier Giorgia Meloni at Villa Doria Pamphilj during the intergovernmental summit between Italy and Germany, Rome, Friday, January 23, 2026 (Photo by Roberto Monaldo /LaPresse)

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Villa Doria Pamphilj in occasione del vertice intergovernativo tra Italia e Germania, Roma, Venerdì 23 Gennaio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Premier Giorgia Meloni at Villa Doria Pamphilj during the intergovernmental summit between Italy and Germany, Rome, Friday, January 23, 2026 (Photo by Roberto Monaldo /LaPresse)

“Comunque vada il referendum non inciderà sul governo”: più ministri e alti dignitari della maggioranza lo ripetono, più è evidente che la realtà è diametralmente opposta. Una sconfitta sarebbe per Giorgia Meloni un colpo micidiale e si può scommettere che nessuno lo sa meglio di lei. Da tre anni la premier naviga col vento in poppa sfidando quella specie di legge di gravità per cui governare vuol dire sempre perdere consensi. Negli ultimissimi mesi però qualche scricchiolio troppo stridente per essere ignorato si è avvertito: i dati sulla produzione più che deludenti, la scommessa che si profila come persa su Donald Trump (e Giorgia sull’America aveva azzardato una puntata alta), le topiche sempre più imbarazzanti di Salvini, ultima quella clamorosa su Rogoredo, per non parlare di quelle di Nordio, che hanno smosso persino il capo dello Stato.

Spifferi, se il 22 e 23 marzo Meloni uscirà trionfatrice. Avvio di una tempesta in caso contrario perché la batosta segnerebbe la scomparsa repentina dell’alone di invincibilità che la circonda e darebbe una spinta molto robusta all’opposizione, convincendo una parte sostanziosa dell’elettorato di centrosinistra tentato dall’astensione, ad astenersi stavolta dal restare a casa per affibbiare la spallata.

Di premierato, sempre ove gli elettori bocciassero la riforma Nordio, non sarebbe più il caso di parlare e se la premier insistesse nessuno darebbe più per scontata la vittoria nel referendum che si terrà comunque nella prossima legislatura. Il bilancio di riforme portato a casa da Giorgia, con l’autonomia differenziata già azzoppata e peggio dalla Consulta, sarebbe pari a zero e l’opposizione saprebbe far valere il facile argomento. La magistratura non resterebbe con le mani in mano. Negli ultimi tre anni, nonostante la fase di estrema debolezza, ha messo più volte nei guai il governo: non tanto con le inchieste sul malaffare, come ai tempi di Berlusconi, ma affossando le leggi più stridenti del governo, peraltro di solito scritte tanto male da prestare ampiamente il fianco. Ci si può figurare quale sarebbe il livello dell’offensiva di un potere togato che la vittoria nelle urne renderebbe di nuovo intoccabile.

Per ovviare al rischio di un anno di logoramento che metterebbe molto seriamente a rischio la vittoria alle politiche del 2027, la premier potrebbe rovesciare il tavolo cercando le elezioni anticipate già in autunno, ammesso e non concesso che riesca a varare entro luglio una legge elettorale con premio di maggioranza e indicazione del candidato premier sulla scheda, come effettivamente sarebbe sua intenzione fare. Ma si sa che quando di mezzo c’è la legge elettorale fare presto è una chimera. Sarebbe una mossa audace ma ad alto rischio e prezzo caro. E’ vero che il “Campo largo” non è ancora pronto per le urne politiche e ha bisogno di tempo, ma è anche vero che sarebbe galvanizzato dal successo al referendum. In più Giorgia dovrebbe rinunciare a quello che ha sempre considerato l’asso nella manica, cioè il poter vendere il suo governo come il primo in carica senza seri cambiamenti dal primo all’ultimo giorno dell’intera legislatura. Dovrebbe fare a meno anche della finanziaria “elettorale” che il governo ha in programma sin dal suo insediamento, quella espansiva e spendacciona necessaria per far dimenticare le vacche magrissime di tutte le manovre a firma Giorgetti.

In questa non confortevole situazione, l’ultimo mese di campagna elettorale diventa per il governo e per chi lo guida importantissimo. Ma anche difficilissimo, dovendo la propaganda del Sì riuscire nell’arduo compito di quadrare un cerchio. La premier, per vincere, deve infatti chiamare alle urne il suo elettorato, molto meno motivato di quello del No. Ma deve anche conquistare o conservare una parte dei voti dell’elettorato di sinistra favorevole alla riforma. Sono esigenze confliggenti: per motivare i suoi la premier deve spacciare la riforma come la più antigarantista e forcaiola del bigoncio. Ma più si muove in quella direzione, come ha fatto nelle ultime settimane, più raggela gli elettori di sinistra che, nel merito, sarebbero per il Sì ma si rassegnano a votare contro le loro stesse convinzioni data la tinta fosca con la quale Giorgia si ostina a colorare la riforma.

Secondo i sondaggisti all’inizio della campagna elettorale il 25% dell’elettorato del Pd era a favore della separazione. In due mesi scarsi si sarebbe ridotto al 10% e ci sono ancora parecchie settimane di fronte.