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Quando abbiamo perso i sogni ma la musica ce li ha riportati, il ritorno dei Sick Tamburo: “La demenza dell’uomo è la voce di un bambino in mezzo alla distruzione”

FOTO DA US (FRANCO ZANUSSI)

FOTO DA US (FRANCO ZANUSSI)

Che potrebbe succedere anche a noi e neanche accorgercene, che non è detto sia finito con il Novecento il tempo delle guerre. L’innesco di Dementia (La Tempesta Dischi), il nuovo e ottavo album dei Sick Tamburo è personale, procede in assenza, nella non mente: tra la normalità della malattia e la sfiducia di anni caotici e complicati, nella confusione e nel silenzio, nella paura e nelle fragilità che non appartengono alle canzoni che passano in radio. All’Unità Gian Maria Accusani, fondatore del progetto con la compianta Elisabetta Imelio (morta a causa di un tumore nel 2020), racconta questo suo viaggio nella non-mente, un “unico flusso emotivo, attraversato da inquietudine, desiderio di fuga, rabbia trattenuta e improvvisi bagliori”, quello che può fare la musica per un essere umano, come può illuminare un’esistenza, quello che può fare quando è colpito dal male, o ci si trova in una campagna sperduta e si prova un po’ di paura e si prende una chitarra in mano e nasce qualcosa che ha segnato un’epoca.

Realtà solida e strutturata, una garanzia dal sound sempre riconoscibile, melodie pop ma affilate che non tradiscono il seme di quell’idea punk. Qualcosa di terroristico e fumettistico insieme nei passamontagna che coprono i loro volti. “Non siamo un gruppo e bassa, siamo un collettivo più che una formazione. Io la chiamo grande famiglia”. Di solito sono in quattro in tour: basso, due chitarre, batteria e voce, in cinque quando si aggiunge una cantante che canta un pezzo. “Sta andando benone, di solito ci vuole un po’ prima che il pubblico riconosca e ti ricanti in faccia le canzoni. Questa volta è diverso, ci sono dei pezzi che già sembrano parte del repertorio da tempo”. Non stupisce che quelle canzoni siano soprattutto i due singoli, Silvia corre sola e Ho perso i sogni, che hanno anticipato l’uscita del disco.

Silvia corre sola appara come una sorta rimando archetipico ad alcuni personaggi della musica underground, spesso outsider, un po’ tormentati. Chi è Silvia? Dove corre?

È proprio così, è uno di quei personaggi del mondo del Sick Tamburo legati a quella posizione di outsider, di emarginati. È una storia molto poco romanzata, perché si tratta di un personaggio reale che corre per la sua idea, diversa da quello che è l’idea comune della normalità, ma che in qualche modo contribuisce a rendere il diverso normale.

Chi è la voce di Ho perso i sogni?

È la voce di un bambino che si trova in mezzo alla distruzione voluta dalla demenza dell’uomo, al comportamento folle dell’uomo a cui tutti i giorni siamo costretti ad assistere. È un bambino di 13 anni che si trova in mezzo alle macerie della sua città, in mezzo ai bombardamenti, a cui qualcuno ha voluto in qualche modo rubare i sogni. Il disco è legato al concetto di malattia mentale ma a un certo punto ho trovato affinità con il comportamento folle dell’uomo che è anche questa stessa mancanza di mente, assenza di mente, privazione della mente. Se ancora succedono queste cose – e succedono molto più spesso di quello che normalmente la gente viene a conoscenza perché di tante cose si sa ma di tante altre non ci si disinteressa – è il segno della miseria dell’essere umano.

Questa canzone arriva anche a una dimensione più intima, parla alla sfiducia di chi magari non vive la guerra ma attraversa anni tormentati, molto difficili, di grande sfiducia verso il presente e il futuro. È anche questa scomodità, una sorta di disagio, di insicurezza, un’altra cifra dell’album? 

Assolutamente, non è strano perché i Sick Tamburo parlano sempre di situazioni legate a un mondo direi quasi parallelo, lasciato un po’ in disparte, che fa un po’ paura e per questo non se ne parla molto. Il disco si avvicina a questo viaggio attorno alla mancanza di mente come se fosse un concept, anche oltre la malattia.

Si è trovato personalmente a vivere da vicino quello che può essere questa malattia. Immagina se sembra riprodurre un’epifania: quella che colpisce chi realizza che la malattia non colpisce soltanto gli altri. Ed è inutile esorcizzarla, provare di raggirarla con perifrasi o altre parole. È così?

È il racconto di una donna affetta da demenza che però non se ne accorge. E immagina che possa accaderle qualcosa del genere. È paradossale, la canzone forse più esplicita sulla malattia. Volevo raccontare lo stato confusionale che comporta. Si alternano momenti di tranquillità a momenti di confusione totale, di terrore. E questo è un po’ il racconto di tutto il disco.

Che privilegio è vivere la musica con questa totalità? Sapere che sarà sempre lì ad accompagnare, avere l’arte a giocare sempre una parte che può essere catartica, consolatoria o altro ancora?

È tutto questo e altro ancora. Per me scoprire lo sfogo della scrittura, la musica, è stato come vincere la lotteria. Scrivere, suonare, registrare è ogni volta un po’ come risolvere o almeno alleggerire in parte situazioni pesanti e difficili. Ogni volta mi ricorda la possibilità di portare alla collettività qualcosa di molto suggestivo o intimo, spesso taciuto o non raccontato, che può offrire un primo aiuto, una possibilità di empatia.

Si è mai chiesto come facciano le altre persone che non vivono così la musica: come fanno?

Credo, o almeno mi auguro, che ognuno sia in qualche modo fortunato a trovare qualcosa del genere, un mezzo per poter in qualche modo entrare nelle questioni della vita e non fuggirle. Con un amico parlavo dello sport, per esempio, che però non è la stessa cosa. Ci si rivolge verso un’altra attività che sposta completamente l’attenzione, e può servire sicuramente nel momento, ma affrontarla, parlarne direttamente è molto più potente.

Ha mai desiderato di vivere la musica in maniera non così totale?

A sei anni ho iniziato a fare musica e giuro che, da quel momento, ogni volta che qualcuno mi chiedeva cosa mai avessi voluto dare da grande, ho sempre risposto: il musicista.

Come ha cominciato?

Sono cresciuto in una casa di musicisti, mia madre cantava, tutti i miei zii erano professori di musica. Attraverso il gioco ci hanno spinto a suonare: all’età di sei sette anni noi nipoti suonavamo assieme partiture di Bach, di Beethoven come se fosse bere un bicchiere d’acqua. Entrare in quel mondo attraverso il gioco ha fatto sì che io da quel mondo non ci sia più voluto uscire. Il primo strumento che ho amato in maniera sproposita e che ho studiato in maniera canonica è stato la batteria, che a casa nostra non c’era. Ho anche insegnato batteria, ancora oggi lo considero il mio strumento del cuore.

Anche quest’anno “Parlami per sempre”, l’evento che organizzate per ricordare Elisabetta Imelio, è andato sold out.

Ogni anno è sold out. Ricordiamo l’Elisabetta, approfittiamo di questo momento per ricordarci perché è giusto continuare a suonare con lo stesso nome, raccogliamo fondi che doniamo in beneficenza. È qualcosa che ci fa stare veramente bene e speriamo di continuare a farlo ogni anno per tanto tempo.

FOTO DA US – FRANCO ZANUSSI

A più di 30 anni dall’esordio, resta comunque vivissimo il ricordo dei Prozac+, la sua prima creatura. Come si spiega questa magia?

Credo che i Prozac siano usciti come la cosa giusta al momento giusto. Avevamo un’affinità molto importante tra di noi, un’energia potente, un’idea musicale perfetta in quel momento. Ci sono stati pezzi che hanno effettivamente preso uno spazio molto importante nel mondo musicale e che tutt’ora continuano a tenerselo quello spazio.

Com’è nata Acido Acida?

Dovevamo registrare il nostro secondo disco, che era appunto Acido Acida ed ero andato nello studio dove stavamo registrando, a Pisa. Ero partito da solo col furgone e tutti gli strumenti perché io mi registravo tante cose da solo. Arrivo lì di sera, tardi, e il padrone dello studio non c’era. Mi aveva lasciato le chiavi in un posto determinato e siccome era in mezzo alla campagna faceva anche un po’ di paura essere lì tutto solo, isolato, in mezzo alla campagna. Non mi sentivo proprio a mio agio. A un certo punto vedo una chitarra, una chitarra acustica, la prendo e mi dico: bene, facciamo qualcosa, così penso poco a questa sensazione di paura. Giocando mi viene fuori questa chitarra, in dieci minuti butto giù delle parole e, giuro, ho pensato: ok, ho scritto una bomba. Il giorno dopo ho chiamato i miei compagni e gli ho detto che dovevamo aggiungere un pezzo al disco. E infatti quel pezzo è stato aggiunto in corso.

E quindi ha percepito subito la magia di quel pezzo?

Sì, devo dire, ho buttato giù le idee e ho detto: ok, ci siamo. È brutto dirlo ma è andata così. Poi, finché uno non va in giro a sbandierarlo, non ha mai la certezza di quello che ha fatto. Resta un vanto relativo, ma la sensazione è stata quella.

Avete mai pensato a una reunion?

A me l’amarcord non è mai piaciuto. Sono tanti anni ormai che ho un altro progetto con cui ho fatto cose molto superiori ai Prozac+, che hanno una maturità completamente diversa. Chiaramente sono legato, sono il mio primogenito, ci ho messo tutta la mia vita ma preferisco le cose che stanno accadendo adesso. Mai dire mai. Ma messa così, almeno al momento, non posso escluderlo ma per ora non ci penso.

FOTO DA US (DANIELE BALDI)

In un mondo di gente aggressiva, provocatoria, violenta in posti di responsabilità, di carica politica, qual è il ruolo del punk oggi?

Bella domanda. Mi chiedo spesso se ci sia ancora il punk, che cosa sia ancora il punk. Per quello che mi riguarda è soprattutto un approccio alla vita. Ascolto ancora abbastanza il genere, spesso mi sembra ci sia davvero poca roba che si possa definire veramente nuova. I Sick Tamburo hanno ancora un approccio punk,

E in cosa consiste questo approccio?

Innanzitutto è tenere una distanza importante con modi di fare che hanno poco a che fare con noi, con tutto quello che la scena musicale adotta di default. Abbiamo sempre un suono che noi chiamiamo marcio, abbiamo la voglia di rimanere sporchi anche quando facciamo dei pezzi che sono a tutti gli effetti dei brani pop. È la nostra fortuna ma anche la nostra sfortuna, è un’onestà intellettuale che ci identifica ma che ci taglia fuori da tante dimensioni. Esistiamo dal 2009 e ormai ci interessa poco entrare in certi meccanismi. Se facendo le nostre cose così come le stiamo facendo ci entrassimo, non è che diremo: che schifo. Se si mantiene la propria cifra, si può andare ovunque a testa alta.