Stefano Levi Della Torre, saggista, critico d’arte, è tra le figure più autorevoli, sul piano culturale e per il coraggio delle sue posizioni, dell’ebraismo italiano.
Criticare Israele e il sionismo è un filo elettrico che chi tocca “muore”, mediaticamente parlando?
Ogni cosa è esposta alla critica: lo è scienza, o la religione, o la tradizione, o il senso comune… altrimenti non ci sarebbe il pensiero. Esposte alla critica tanto più lo sono le tesi politiche come lo è il sionismo, o meglio i sionismi, che, per inciso, non sono né “l’ebraismo” né “gli ebrei”. La critica al sionismo non è antisemitismo, fin tanto che non sottintenda l’aspirazione a che Israele sia distrutto e non debba esistere in quanto unico Stato al mondo a maggioranza ebraica. Da diverse generazioni Israele non è più “terra promessa” ma “madrepatria”, la maggioranza degli israeliani sono nati lì, sono autoctoni. Come lo sono i palestinesi in Palestina o i palestinesi cittadini di Israele. Nessuno Stato-nazione è nato innocente: è nato nel sangue e a scapito di qualcuno, in questo caso dei palestinesi. Ma il diritto di una nazione ad esistere non dipende se in passato sia nata male o sia nata bene, ma dal fatto stesso di esistere attualmente; e lo stesso vale per i palestinesi, che esistono come nazione malgrado la destra israeliana non la riconosca per negarne i diritti. Comunque, il sionismo non è sempre uguale a sé stesso, come presuppone chi grida contro il sionismo come fosse una cosa unica, univoca e costante. Il primo ministro Rabin era un sionista che voleva un accordo coi palestinesi e proprio per questo fu ucciso da un sionista nel 1995. C’è una differenza tra il sionismo che si vantava di “trasformare il deserto in un giardino” e quello che sta trasformando le terre palestinesi in un deserto. L’uno ha costruito Israele e la sua democrazia, anche a scapito dei palestinesi e dunque tutt’altro che perfetta, ma per un certo tempo unica nel Medio Oriente; l’altro sionismo, che ha prevalso, sta distruggendo i palestinesi e la democrazia in Israele. Sono due sionismi diversi e animati da idee e persone molto diverse: il primo, di tendenze laico- socialiste, ha fatto nascere una nuova nazione, quella israeliana; l’altro, di tendenze clerico –fasciste. vuole la morte e l’esilio della nazione palestinese, per “completare” Israele.
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Ed oggi, come stanno le cose?
La prevalenza del sionismo di destra ha portato a una situazione deforme: la convergenza tra le forze al governo in Israele e la destra di ascendente fascista e nazista che va montando in America e in Europa. C’è uno scambio: Israele “a nome degli ebrei” toglie l’anatema sugli ascendenti antisemiti di questa destra montante in cambio del suo sostegno incondizionato all’ Israele di Netanyahu. Il quale ha colto l’occasione della barbarica aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023, per scatenare una rivalsa volta ormai alla “soluzione finale” della “questione palestinese” attraverso lo sterminio e la devastazione nella striscia di Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania. Questa convergenza tra l’Israele di Netanyahu e la destra nel mondo non è solo una questione di ciniche alleanze tattiche, ma di “affinità elettive”, di parentele ideologiche.
Una ricaduta che investe anche la diaspora ebraica.
Questa situazione si manifesta anche in Italia, dove le istituzioni la stampa ebraiche ufficiali assecondano lo “Stato-guida” Israele, e riconoscono nella destra la protettrice degli ebrei, perché allineata con l’Israele di Netanyahu, come se questa fosse “gli ebrei” e l’ebraismo, mentre la sua politica è uno dei fattori principali di fomento dell’ostilità verso gli ebrei e persino dell’antisemitismo, nonché della profonda spaccatura nel mondo ebraico e in Israele. Allineate per principio con Israele qualunque cosa faccia o diventi, le rappresentanze ebraiche ufficiali vedono l’antisemitismo non a destra ma solo a sinistra, dove pure c’è, purtroppo combinato con la critica fondata e persino doverosa ai crimini che si vanno compiendo in Palestina.
Conoscere per decidere al meglio. Un assunto che dovrebbe valere sempre, soprattutto quando si affrontano questioni di estrema delicatezza, come la natura dell’antisemitismo, i caratteri storico-culturali del sionismo e l’identità ebraica e del carattere fondante dello Stato d’Israele, nato come focolare nazionale del popolo ebraico. Temi scottanti, che sono stati al centro di un suo approfondito contributo-audizione alla Commissione parlamentare che sta affrontando un tema spinoso e divisivo: un disegno di legge che sanzioni come antisemitismo qualunque critica radicale a Israele e alla sua ideologia originaria, il sionismo.
Su iniziativa della destra e, al seguito, per iniziativa di alcuni esponenti di centro-sinistra, sono adesso in discussione in Parlamento alcuni disegni di legge “contro l’antisemitismo” che io considero possano nel medio periodo alimentare l’antisemitismo invece che combatterlo. Queste proposte convergono infatti (a parte quello del senatore Giorgis) su questa idea: che ogni critica a qualcosa che sia ufficialmente ebraico o israeliano vada repressa o perseguita, o perché antisemita o perché tendenzialmente considerata tale, o perché favoreggiatrice dell’antisemitismo, anche indirettamente. Ciò significa conferire per legge agli ebrei un privilegio, quello di essere esentati, in quanto ebrei, dalla critica. Ma ogni privilegio finisce per suscitare ostilità, tanto più se risulta coprire reticenze o connivenze verso ingiustizie, illegalità o crudeltà di massa. In base a questo criterio, agli ebrei verrebbe conferito da parte del potere dello Stato democratico un favore di cui nessun’altra minoranza o comunità, nessun altro cittadino o cittadina dispone. L’antisemitismo discrimina gli ebrei a loro sfavore; questi disegni di legge, al contrario, discriminano gli ebrei a loro favore, ma non conosco nessuna discriminazione degli ebrei (anche a loro favore) che non abbia finito per essere pericolosa per gli ebrei. In pratica questi disegni di legge propongono per gli ebrei un ghetto legislativo, che li distingua e li separi dagli altri cittadini. L’ostilità verso il mondo ebraico ha due fonti diverse: da un lato il pregiudizio sedimentato nella mai morta tradizione antisemita, dall’altro il giudizio sui fatti in corso. Occorre saper districare queste due fonti; diversamente si rischia di delegittimare la critica dei fatti reali come pregiudizio antisemita, o al contrario, legittimare il pregiudizio antisemita come critica di fatti reali. Cosa che effettivamente sta avvenendo a seconda degli schieramenti. Le proposte di legge non fanno distinzione tra pregiudizio e critica dei fatti. Assecondano la tesi del governo di Israele secondo il quale chi nomina o descrive o denuncia ciò che sta facendo l’Israele di Netanyahu alla gente palestinese sarebbe “antisemita”. Se non fosse per questo, perché l’Israele di Netanyahu cercherebbe, come cerca, di impedire i testimoni e ucciderebbe un numero così alto di giornalisti? Perché la constatazione dei fatti sarebbe di per sé un’accusa a Israele e perciò “antisemita”. In questo trapela la subconscia ammissione di star facendo qualcosa di fatto “antisemita”: è una catastrofe per i palestinesi innescata da Hamas, ma condotta da Israele senza limiti; è al contempo una catastrofe nella costellazione ebraica e nei suoi rapporti col mondo. Per risalire da tutto questo ci vorranno generazioni.
Come risalire questa difficile, lunga, china?
La crisi di civiltà che stiamo attraversando e in particolare la catastrofe in corso tra Palestina e Israele, richiedono la massima libertà di dibattito, di informazione e di pensiero, non la loro limitazione da Stato di polizia, come previsto da questi disegni di legge. Se passerà una legge del genere, alla fine si imputerà all’ “ebreo” di essersi prestato al potere politico come figura emblematica a favore della quale si è limitato il dibattito, la ricerca universitaria, la libertà di pensiero, di confronto democratico e di manifestazione. In nome della giusta lotta contro l’antisemitismo, la destra ha invitato la comunità ebraica a sponsorizzare la sua politica di smantellamento della democrazia liberale, e la parte ebraica ufficiale ne sarà soddisfatta: per solidarietà con l’Israele di Netanyahu la sventurata rispose. C’è da chiedersi perché esponenti del centro- sinistra inseguono la destra con proposte simili.
Questione delicata, interrogativo quanto mai opportuno. La sua di risposta?
Per non figurare da meno nella lotta contro l’antisemitismo; per evitare l’accusa da parte della destra e della comunità ufficiale ebraica di fiancheggiare i pro-Pal se non li osteggia esplicitamente, Chiamo questo la sindrome di Garibuja. Il quale era una maschera piemontese (meno nota di Gianduja) che metteva i suoi soldi nelle tasche degli altri per evitare di subire furti. L’ombra di Garibuja si stende ora sulle politiche democratiche, che per prevenire la destra nella sua efficace strumentalizzazione populista della paura dell’antisemitismo e della paura dell’immigrazione, pratica politiche simili alla destra, in Italia e più ancora in Europa.