La certezza non c’è, probabilmente mai ci sarà, eppure “unendo i puntini” il risultato sembra piuttosto chiaro: da giorni il mare di fronte le coste del Tirreno cosentino continua a far emerge corpi senza vita di migranti, morti nel Mediterraneo durante le traversate verso l’Italia e l’Europa dei giorni scorsi.
Negli ultimi 10 giorni, lungo il Tirreno cosentino, si sono verificati quattro ritrovamenti: il primo a Scalea, lo scorso 8 febbraio, ad Amantea, quattro giorni dopo, e a Paola e Tropea martedì mattina.
L’ipotesi, al vaglio della procura di Paola, è che si stratti di migranti annegati in mare dopo il naufragio della loro imbarcazione e poi trascinati verso le coste calabresi a seguito delle forti mareggiate di questi giorni. Lo spiega Domenico Fiordalisi, capo dell’ufficio di Paola: “Al momento – ha detto però il magistrato all’Ansa – non abbiamo elementi per collegare i ritrovamenti dei tre cadaveri a un naufragio in particolare e nel caso, non potrei diffondere dettagli in merito”.
E sempre martedì il cadavere di una donna è stato avvistato in mare di fronte alla spiaggia “Le Roccette” a Tropea, nel vibonese. Il corpo, visto galleggiare da alcuni studenti, è stato recuperato dai militari della Guardia costiera solo quando la corrente l’ha avvicinato alla riva, causa mare mosso.
La procura di Paola e quella di Vibo Valentia hanno disposto l’autopsia sulle salme rinvenute sulle spiagge del Tirreno cosentino, per accertare le cause del decesso ed eventuali segni di violenza sui corpi. Sono in corso anche gli accertamenti, molto complicati, nel tentativo di risalire alle identità delle vittime.
Durante il ciclone Harry, la Guardia costiera aveva lanciato l’allarme su almeno otto barche, con ipoteticamente a bordo circa 380 naufraghi. Per la Ong Refugees in Lybia quella cifra era invece largamente sottostimata, perché sarebbero almeno mille le persone che mancano all’appello.
Per Marco Grimaldi, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, i corpi di migranti restituiti dal mare sulle coste della Calabria “non sono una fatalità ma il risultato diretto di politiche che trasformano il Mediterraneo in un confine di morte. Ogni volta che il mare riporta indietro vite spezzate, qualcuno finge stupore, come se non sapessimo tutti da dove nasce questa strage silenziosa”.
“L’ignavia istituzionale è diventata una strategia: lasciare che sia l’acqua – prosegue il vicecapogruppo di Avs alla Camera – a fare ciò che la politica non vuole assumersi la responsabilità di cambiare. Non ci abitueremo mai a questa normalizzazione della morte. Continueremo a pretendere vie legali e sicure, soccorsi adeguati e un’Europa che non si volti dall’altra parte mentre – conclude Grimaldi – il mare ci restituisce la nostra stessa vergogna”.