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Morto il reverendo Jesse Jackson, icona dei diritti civili: le lotte con Martin Luther King e la corsa alla Casa Bianca

Morto il reverendo Jesse Jackson, icona dei diritti civili: le lotte con Martin Luther King e la corsa alla Casa Bianca

Ministro battista, paladino dei diritti civili, due volte candidato alle primarie del Partito Democratico per la presidenza degli Stati Uniti. All’età di 84 anni è morto il reverendo Jesse Jackson, figura iconica per le battaglie della popolazione afro-americana: ad annunciare il decesso è stata la sua famiglia in una nota pubblicata da Nbc.

“Nostro padre era un leader al servizio della comunità, non solo per la nostra famiglia, ma anche per gli oppressi, i senza voce e gli emarginati in tutto il mondo”, di legge nel comunicato “Lo abbiamo condiviso con il mondo e, in cambio, il mondo è diventato parte della nostra famiglia allargata. La sua incrollabile fede nella giustizia, nell’uguaglianza e nell’amore ha motivato milioni di persone e vi chiediamo di onorare la sua memoria continuando la lotta per i valori per cui ha vissuto”.

Jackson, ha dichiarato la sua famiglia, è morto serenamente circondato dai suoi cari: da oltre un decennio il reverendo Jackson era affetto da paralisi sopranucleare progressiva, una rara malattia neurodegenerativa, mentre nel 2017 lo stesso Jackson aveva rivelato di essere affetto dal morbo di Parkinson.

Nato col nome di Jesse Louis Burns l’8 ottobre 1941 a Greenville, nella Carolina del Sud, in piena epoca di segregazione razziale, Jackson emerse come una delle voci più potenti del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. In particolare dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968, Jackson ne raccolse in parte l’eredità politica e morale, divenne tra i principali promotori della “Rainbow coalition“, una coalizione multirazziale dei poveri e degli emarginati, con l’obiettivo di trasformare il panorama politico-sociale degli Stati Uniti.

Battaglie che Jackson negli anni Ottante decise di portare sul terreno più propriamente politico. Per due volte, nel 1984 e 1988, si candidò come indipendente alle primarie presidenziali del Partito Democratico, diventando il primo candidato afroamericano a emergere come serio contendente in una competizione nazionale.

Nel 1984 ottenne il 21% del voto popolare, ma solo l’8% dei delegati: la candidatura andò così a Walter Mondale, poi sconfitto senza mezzi termini da Ronald Reagan. Quattro anni dopo, nel 1988, Jackson raccolse più del doppio dei voti popolari rispetto al 1984, vincendo le primarie in undici Stati: non riuscì neanche questa volta però a uscire vincitore dalle primarie, andate a Michael Dukakis, anche lui sonoramente sconfitto dal vicepresidente uscente George H. W. Bush al termine di una fallimentare campagna elettorale.

Per decenni Jesse Jackson è rimasto una voce particolarmente influente dell’ala progressista del Partito Democratico, in particolare su temi come inclusione economica, diritto di voto e giustizia sociale.