X

Il baratto secondo Trump: nucleare in cambio di mano libera nella repressione

AP Photo/Kamran Jebreili

AP Photo/Kamran Jebreili

I negoziati sul nucleare tra Usa e Iran, mediati dal governo dell’Oman, vanno avanti tra alti e bassi, ma dal tavolo sono scomparsi i protagonisti della rivolta contro il regime teocratico-militare di Teheran. Uno sporco baratto: rinuncia al nucleare in cambio della mano libera interna. Libera di arrestare, impiccare, ridurre al silenzio ogni voce di dissenso.

Come la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, condannata a sei anni di carcere in Iran: lo ha reso noto il suo avvocato. La condanna a Narges Mohammadi è stata decretata da un tribunale iraniano, ha riferito all’Afp Mostafa Nili, legale della premio Nobel. Il reato contestatole, ha aggiunto, è di «associazione e collusione per commettere e reati», una sorta di accusa di cospirazione. Oltre a sei anni di carcere, la pena prevede anche un divieto di espatrio valido per due anni. Il legale di Mohammadi ha precisato che la premio Nobel ha ricevuto inoltre una condanna a un anno e mezzo di prigione per attività di propaganda, con obbligo di dimora per due anni nella città di Khosf, nella provincia orientale del sud Khorasan. Nelle ultime settimane, Mohammadi è stata in isolamento nel carcere di Mashhad, dopo essere stata arrestata il 12 dicembre, durante la cerimonia funebre di Khosrow Alikordi, un avvocato impegnato in favore dei diritti umani trovato morto in circostanze sospette. In prigione, alcuni giorni fa, la donna aveva impegnato uno sciopero della fame. Anche in passato, Mohammadi, che ha vinto il Nobel per la sua ventennale lotta per i diritti umani, in particolare quelli delle donne, ha trascorso lunghi periodi di detenzione. La vincitrice del Nobel ha più volte accusato il regime iraniano di reprimere il dissenso di attivisti, giornalisti e critici, specialmente dopo il cessate il fuoco con Israele. La scorsa estate, come denunciato da Jorgen Watne Frydnes, presidente del Comitato del Nobel, ha fatto sapere di essere stata “minacciata direttamente e indirettamente di ‘eliminazione fisica’ da agenti del regime’” se non avesse smesso di sostenere la democrazia e i diritti umani.

La repressione non si ferma

Le autorità iraniane hanno arrestato tre figure del campo riformista, tra cui il capo della coalizione iraniana del Fronte Riformatore, Azar Mansouri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Fars. «Azar Mansouri, Ebrahim Asgharzadeh e Mohsen Aminzadeh sono stati arrestati dalle istituzioni di sicurezza e giudiziarie», ha dichiarato l’agenzia. «Le accuse contro questi individui includono attacchi all’unità nazionale, presa di posizione contro la Costituzione, coordinamento con la propaganda nemica, promozione della resa, deviazione di gruppi politici e creazione di meccanismi sovversivi segreti», ha aggiunto. Ai tre si aggiunge Hossein Karroubi, un attivista politico vicino al campo riformista iraniano e uno dei figli del leader del Movimento Verde ed ex presidente del parlamento Mehdi Karroubi. Hossein Karroubi è stato arrestato dopo essere stato convocato presso l’ufficio del procuratore per la cultura e i media di Teheran: lo ha dichiarato il suo avvocato, secondo quanto riportato dal quotidiano riformista Etemad, ripreso da Iran International.

Secondo l’agenzia di stampa Fars “le accuse contro questi individui includono attacchi all’unità nazionale, presa di posizione contro la Costituzione, coordinamento con la propaganda nemica, promozione della resa, deviazione di gruppi politici e creazione di meccanismi sovversivi segreti”. Secondo i media iraniani, nel contesto delle proteste gli arresti sono almeno 3 mila. L’organizzazione Human Rights Activists News Agency – con sede negli Stati Uniti – nell’ultimo rapporto ha riferito che gli arresti sono 51.591, tra cui oltre cento studenti e studentesse. L’organizzazione denuncia che la maggior parte delle persone fermate sono figure politiche, esponenti del mondo accademico e attivisti. La repressione praticata sistematicamente dalla Repubblica Islamica per soffocare le rivolte degli iraniani ha assunto caratteristiche militari. Lo denuncia Amnesty International in un nuovo dossier. Le strade sono costantemente sorvegliate da pattuglie, Internet è stato oscurato del tutto, sono stati imposti coprifuochi notturni ed è stato proibito qualsiasi tipo di assembramento. Le forze di sicurezza hanno arrestato migliaia di manifestanti e li hanno torturati e maltrattati, alcuni sono stati violentati e non hanno risparmiato neanche le famiglie delle persone uccise.

Un attacco coordinato che non ha precedenti. Mentre la popolazione iraniana è ancora sconvolta dal dolore per i massacri senza precedenti, le autorità stanno conducendo un attacco coordinato al diritto alla vita, alla dignità e alle libertà fondamentali degli iraniani per terrorizzarli e ridurli al silenzio. Rapporti indipendenti e altre informazioni ricevute da Amnesty indicano che decine di migliaia di persone, bambini compresi, sono state arrestate arbitrariamente. Le forze di sicurezza hanno effettuato raid notturni nelle case, sequestrato cittadini che dormivano solo perché si sospettava avessero preso parte alle proteste, li hanno fermati ai posti di blocco, nei luoghi di lavoro, persino negli ospedali. Tra gli arrestati ci sono studenti universitari, difensori dei diritti umani, avvocati, giornalisti e membri di minoranze etniche e religiose. Un difensore dei diritti umani ha raccontato che le forze di sicurezza nella provincia di Esfahan hanno dato incarico al personale medico degli ospedali di informarli sui pazienti con ferite di arma da fuoco e proiettili metallici. Il timore è che le autorità impongano ai medici di non curare adeguatamente i feriti.

Le famiglie dei manifestanti non riescono ad avere informazioni sulla sorte e sul luogo in cui si trovano i loro cari. In un caso documentato da Amnesty le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’abitazione di un manifestante, Amirhossein Ghaderzadeh, a Rasht, nella provincia di Gilan, e lo hanno arrestato. Gli agenti hanno spogliato lui e le sue due sorelle, una delle quali ha 14 anni, e hanno ispezionato i loro corpi alla ricerca di proiettili di metallo per dimostrare la loro partecipazione alle proteste. La famiglia ancora oggi non sa che fine abbia fatto Amirhossein. Amnesty ha ricevuto segnalazioni da cui risulta che le autorità costringono i detenuti a confessare crimini che non hanno commesso.

Dopo il massacro dell’8-9 gennaio 2026, a molte famiglie è stato detto che i corpi dei loro cari non sarebbero stati riconsegnati senza il pagamento di un’esorbitante somma di denaro, la firma di impegni a rimanere in silenzio o la diffusione di loro dichiarazioni secondo le quali i parenti deceduti non erano affatto manifestanti ma facevano parte dei battaglioni basij dei Guardiani della rivoluzione ed erano stati uccisi da “terroristi”. Dal 10 gennaio il Procuratore generale e i giudici dei vari distretti hanno pubblicamente descritto i manifestanti come mohareb, cioè come individui che hanno mosso guerra a Dio, un reato punito con la pena di morte.