Arturo Scotto, capogruppo Pd alla commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito democratico.
Sostiene Cacciari in una intervista a l’Unità: “Non è col moderatismo che si spezza il patto tra destra e popolo”. Lo condivide?
Il patto tra destra e popolo si fonda su un equivoco storico. La stessa destra che ha lasciato briglie sciolte al mercato negli anni Ottanta, smontando le conquiste sociali e il welfare, oggi si candida a rappresentare le solitudini che le sue politiche hanno generato. Ha colpito sistematicamente le classi popolari ma allo stesso tempo contrabbanda le ricette che propone come le uniche in grado di difenderle dalle insidie della globalizzazione e della società aperta. Un paradosso. Che ci porta al programma fondamentale che attraversa tutte le destre del mondo, al netto dei diversi accenti: la remigrazione. Ovvero il mito che una società libera dal meticciato è una società che protegge chi è più povero. Il responsabile non è chi ha accumulato enormi profitti senza redistribuirli, ma chi viene qui, vuole importi i suoi costumi, il suo cibo, la sua religione. Tutte cose che non esistono ma che in bocca ai leader che oggi dominano la scena diventa realtà. La risposta non è il moderatismo in politica economica, ha ragione Cacciari. La nostra urgenza deve essere spostare l’asse della discussione dominante che ci condanna allo strabismo. L’emergenza è la sicurezza sociale, non gli innumerevoli pacchetti sicurezza che sono costruiti per alimentare un clima di paura e che poi si rivelano sistematicamente inefficaci. Ma servono ad affamare la bestia del razzismo su cui Meloni, Salvini, Vannacci pensano di vincere la prossima campagna elettorale.
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A proposito di “moderatismo” e di ossessione per il centro. La Segretaria dem continua ad essere tacciata, dalla stampa mainstream ma anche da voci dal sen del Pd fuggite, di essere una sinistrorsa, massimalista e veteropacifista.
Mi sfugge cosa significhi massimalismo quando parli di salari, di riduzione dell’orario di lavoro, di sanità pubblica. Sono gli argomenti di cui parlano gli italiani in famiglia, al bar, nel luogo di lavoro. Non parlano certamente delle geometrie variabili di una coalizione. E di questo soprattutto non parla la destra che esibisce risultati che non fanno mai i conti con la realtà. Non serve a niente sbandierare posti di lavoro nuovi se essi sono prevalentemente precari o intermittenti. Non c’è nessun recupero del potere di acquisto. I salari hanno perso il 9 per cento del loro valore in quattro anni a fronte di un carrello della spesa che è incrementato del 25 per cento. Gli italiani alla fine saranno chiamati a votare sulle condizioni materiali di vita e il saldo della destra è negativo. Tant’è che l’occulta sistematicamente attraverso la sua propaganda mediatica asfissiante. Di questo si occupa oggi il Pd di Elly Schlein. Non mi pare poco.
Qual è la vera posta in gioco nel referendum sull’ordinamento giudiziario?
Il merito è terrificante, lo sdoppiamento del CSM introduce una corporativizzazione della magistratura che rischia di mettere in discussione proprio le garanzie che si dice di voler difendere. E il sorteggio è un insulto all’intelligenza. Ma il timbro è un altro: facciamo quello che vogliamo con la Costituzione. È la prima riforma costituzionale che è stata approvata così come era uscita dal Consiglio dei ministri senza alcuna modifica nelle quattro letture parlamentari. E io ricordo che Piero Calamandrei diceva una cosa molto semplice, che vale per oggi e per domani: quando si parla delle regole del gioco di tutti, i banchi del governo devono essere vuoti. Per queste ragioni la mobilitazione per il No è importante, perché bisogna impedire il passo decisivo verso la democrazia del capo.
“Mille morti in mare. E voi parlate di sicurezza nei cortei?”. Così l’apertura di prima pagina de l’Unità di ieri.
Il Mediterraneo restituisce piuttosto cadaveri che pesci. E noi guardiamo tutto questo con una indifferenza che ci dà la misura del declino di una civiltà fondata su scambi e accoglienza. L’idea che i nemici sono quelli che salvano le vite in mare è l’autobiografia della destra che ci governa. Che pensa che non tutti gli esseri umani siano uguali e che non tutte le vite valgono allo stesso modo.
Tutto questo avviene in un mondo segnato dalla “dottrina Trump”. Da Minneapolis a Teheran, dalla Groenlandia alla Palestina. Il professor Bolaffi, sempre su questo giornale, ha messo in guardia su comportamenti fascisti. Siamo a questo?
Il fascismo è sempre stato allergico alle regole della coesistenza pacifica. Ha scatenato guerre, generato lutti, distrutto paesi. Trump è in questo solco. Il Board of Peace è la rappresentazione più viva di questa nuova era dove l’imperialismo riprende quota, si legittima senza nemmeno dove ricorrere a truppe perifrasi. A Trump bisogna riconoscere almeno il dono della schiettezza. Ha decapitato il regime di Maduro, che non era affatto uno stinco di santo, per un unico scopo: il petrolio. Lo ha rivendicato senza troppi giri di parole. La domanda è: siamo in condizione come Europa di opporci a questo nuovo ordine imperiale? All’idea che si possa costruire una Onu parallela? Il board of peace è una sorta di vestito cucito su misura sull’imperatore, che scardina quel che resta del diritto internazionale e bombarda le istituzioni che sono uscite dalla Seconda guerra mondiale. La risposta dovrebbe essere un rilancio del multilateralismo, la scelta di una Europa che si apre e non ha paura di parlare con tutti. Mi sembra che invece prevalga una blindatura, che produce una sola strada: il riarmo evocato da von der Leyen. E invece servirebbe un ruolo politico e diplomatico che abbiamo smesso di esercitare, precipitando nella logica dei doppi e tripli standard.
Ezio Mauro è convinto che la sinistra o è “occidentale” o non è. E questo vuol dire, tra l’altro, elevare a sue città-simbolo Kiev e Teheran. Luciano Canfora ribatte che le città-simbolo dovrebbero essere Minneapolis e Gaza. Lei da che parte sta?
Non mi piace addentrarmi in queste semplificazioni. L’Occidente è stato movimento operaio, rivoluzione femminile, costituzioni repubblicane. Ma è stato anche fascismo e colonialismo. Se esistono città simbolo sono quelle dove si consuma una resistenza contro la prepotenza, lo sfregio del diritto, i bombardamenti sui civili, la fame usata come arma di guerra, la dittatura. E qui abbiamo il dovere di esserci noi. Di recuperare una nuova forma di solidarietà internazionale che metta al centro l’essere umano. Non mi ha mai convinto l’esportazione della democrazia con le bombe. Ha lasciato scie di odio, destabilizzato interi stati, fatto emergere i mostri del fondamentalismo. E poi chi ha la pretesa di esportare la democrazia, non si fa scrupoli poi a limitarla a casa propria. Vediamo Minneapolis, ma anche Roma, dove ogni occasione è buona per produrre una stretta autoritaria. Stiamo passando dal Codice Rocco al Codice Meloni.
In che senso stretta autoritaria?
Questo è il governo che da inizio legislatura ha introdotto 28 nuovi tipi di reato e un numero imprecisato di aggravanti. La prima legge fatta da Meloni, nel primo Consiglio dei ministri che ha presieduto, non è stato un provvedimento di carattere economico, ma l’incremento delle pene per chi organizza o partecipa a un Rave Party. Grande emergenza nazionale! E poi qualcuno si ostina a dire che non ci sono differenze tra noi e loro. Se tocca a noi, se tocca a Elly Schlein, la prima legge che faremo dal governo sarà il salario minimo.
L’uscita di Vannacci dalla Lega apre contraddizioni nella maggioranza? È un favore che viene fatto all’opposizione?
Io la vedo così. Salvini ha fatto l’apprendista stregone per qualche voto in più e si è bruciato le dita. Già soltanto questo ci dà la dimensione della sua spregiudicatezza e del suo cinismo. Ha inserito nelle liste della Lega un generale tecnicamente fascista, per sua stessa ammissione, che ha girato l’Italia alludendo alla decima Mas e sdoganando messaggi razzisti, omofobi, al limite dell’eversione. Non so questa scissione cosa produrrà in termini elettorali e quanto potrebbe aiutarci. Ma quando nasce un altro partito di matrice neofascista non è mai una buona notizia. Perché avvelena il clima, inquina il dibattito culturale, sposta ancora di più l’asse del confronto pubblico a destra. E indurrà Meloni e Salvini a fare altrettanto. Prepariamoci a una torsione ancora più pericolosa dove nel mirino entreranno gli studenti che dissentono, i lavoratori che scioperano, i migranti che aspirano alla cittadinanza. Quest’anno preelettorale sarà la rappresentazione evidente di quanto la destra vorrà trasformare la democrazia italiana in un incubo claustrofobico. Anche per questo l’unità delle forze progressiste non è solo una necessità elettorale, ma un dovere repubblicano.