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Askatasuna, torniamo a manifestare contro gli sgomberi

Photo by Marco Alpozzi/Lapresse

Photo by Marco Alpozzi/Lapresse

Mi è stato chiesto se tornerei a manifestare contro gli sgomberi di spazi sociali e il progetto repressivo rappresentato dai decreti sicurezza. Sì, lo farei eccome. La presenza di 50mila persone pacifiche sabato a Torino mostra che questa sensibilità è condivisa da tanti e tante. In poche ore, una valanga di insulti e insinuazioni è arrivata addosso a me e agli altri esponenti di AVS presenti alla manifestazione. Lo voglio dire con serenità: non vivo in una città di briganti. Non ho nulla di cui vergognarmi. Torniamo perciò a quella manifestazione, in cui decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente, senza lasciarsi intimidire dal clima plumbeo che da mesi avvolge la città.

Oggi un noto quotidiano di destra mi profila battezzandomi (non per la prima volta) “il parlamentare con la kefiah”, manco significasse “il parlamentare col mitra”. Un “soggetto” sempre presente laddove si verificano disordini, o al fianco di personaggi che la destra forcaiola ha già bollato come terroristi prima di qualsiasi processo. Se guadagno questi strali perché contesto gli sfratti esecutivi di Milano, le espulsioni politiche e il tentativo di zittire ogni voce dissidente, ben venga. Crosetto, Salvini, Meloni, Piantedosi, Zangrillo e tutte le voci reazionarie che ci accusano di complicità e copertura politica delle violenze accadute a Torino fanno parte di una maggioranza che in Parlamento fa da scendiletto a Trump, all’internazionale nera e ai neofascisti nostrani; pertanto ribadisco che da loro non ho da apprendere alcuna lezione di democrazia. Quereleremo ogni persona che accosta il nostro nome al terrorismo. Chi ci minaccia in pubblico e in privato. Non li teMiamo e non ci facciamo intimorire.

Concordo con Ida Dominijanni, quando scrive che le nostre società e il nostro mondo sono pervasi dalla violenza dal micro al macro, violenza in gran parte agìta dal potere costituito, e su ciò bisognerebbe riflettere a fondo. Ciò non toglie la fascinazione di alcuni per quella stessa violenza anche in contesti che proprio non la richiedono. Come scrive Livio Pepino, ho anch’io la convinzione che “di fronte a fatti come quelli di Torino il problema non [sia] la rincorsa alle parole di condanna più mirabolanti, ma la ricerca seria e onesta dei modi per evitarli, salvaguardando le libertà e i diritti di tutti”. Leggo che, secondo Michele Serra, questa mia postura sarebbe troppo tattica, come a dire che ci sono contesti in cui secondo me la violenza è buona cosa. Chiarisco allora: buona cosa non è mai, io sono un pacifista e non ho mai lanciato nemmeno un uovo. E la violenza sì, mi ripugna, da un punto di vista etico e morale (anche se a volte nella storia perfino chi ne era disgustato ha dovuto sceglierla, ma non è il nostro caso). Ma ciò non mi esenta dal poter aggiungere che è anche stupida e controproducente.

Ho testimoniato ai processi contro No Tav e Askatasuna perché, da molto tempo, si tenta di fare di Torino un laboratorio di “repressione”, dove diverse forme di dissenso anche del tutto pacifico sono state colpite con perquisizioni, fogli di via, detenzioni preventive anche di giovanissimi, per poi arrivare, quasi sempre, ad archiviazioni per inconsistenza delle accuse. Dal caso Shahin al No Tav, fino alle piazze pro Palestina, ogni volta si ripete lo stesso schema: serve un nemico interno da additare, qualcuno da trasformare in minaccia per giustificare misure sempre più dure. Il Giornale dice che è un mio teorema. Io ve lo regalo: è copyleft. La passerella in elicottero per portare solidarietà a un agente picchiato diventa così un tassello di questa narrazione. E ribadisco che quelle scene di violenza non ci sarebbero mai state senza lo sgombero di Askatasuna. Tuttavia, se lo dico non è per giustificare qualcuno, è per denunciare la volontà politica del governo di scaldare ed esacerbare il clima. Non è un caso che sia stata scelta proprio la data di oggi per presentare il nuovo pacchetto Sicurezza. Ecco perché credo che non possiamo fermarci al disgusto per le immagini dell’agente colpito a terra, né alla ferma condanna di quella minoranza responsabile dei disordini. È almeno dalla preparazione di Genova, nel 2001, che discutiamo della legittimità o meno di vivere la piazza in tante diverse maniere, anche non pacifiche. Possibile che la storia non ci insegni nulla? E soprattutto, qual è oggi, in questo presente, il nostro obiettivo politico?

Mi pongo questa domanda perché il mondo che oggi vogliamo cambiare è più spaventoso di quello del 2001. La coazione a ripetere sempre le stesse pratiche di alcuni è ancora più obsoleta di allora. La repressione si sta facendo tecnologica e assume tratti distopici da Minority Report. Perciò, quando dico che i fischietti di Minneapolis ci parlano, insegnando a tutti e tutte noi che la strada non è mai quella della violenza, ma quella della democrazia, parlo di strategia non di buoni sentimenti. Quei fischietti hanno messo in imbarazzo e determinato prese di distanza da Trump perfino nelle file dei Repubblicani. I militanti studiano come aggirare e in qualche modo sabotare le tecniche dell’ICE. Se bisogna disobbedire al potere e metterlo in difficoltà, non saranno una camionetta incendiata e un agente colpito ad aiutarci. Noi difendiamo i centri sociali, le controculture, le realtà alternative perché pensiamo siano un elemento di ricchezza, di pluralismo, spesso di avanguardia nelle nostre società. Li difendiamo perché a volte hanno occhi e orecchie per gli ultimi più degli attori istituzionali, perché meglio di altri sanno intercettare e dare risposte alla marginalità. Perché sono dimora di minoranze non solo politiche, ma anche culturali e artistiche che altrimenti scomparirebbero. Ma queste realtà, come in tante città è già avvenuto, devono aprirsi, porsi in dialogo con l’esterno e capire se vogliono essere parte di qualcosa di più ampio. Questo era il senso del patto di collaborazione anche qui a Torino.

Ecco perché penso che chi, non solo ha a cuore ma vive e anima direttamente gli spazi autogestiti e auto-organizzati, abbia il compito morale di una maturazione politica. Per capire realmente qual è la posta in gioco, come si declina oggi la resistenza e per conquistare tanta, e sempre più vasta, solidarietà. Solo così potremo attraversare questa stagione cupa, inquietante, di restrizione degli spazi di democrazia e di sempre maggiore controllo. E uscirne a testa alta senza avere perso nulla e lasciato indietro nessuno. Al mondo progressista che vuole mandare a casa le destre rivolgo un invito a non distogliere gli occhi da coloro che sono i nostri più temibili avversari: l’ineluttabilità delle cose, la convinzione che nulla si possa cambiare, la pericolosa rassegnazione rispetto a questa furia repressiva del dissenso. L’ossessione costante per il commento dell’attualità che copre una rinuncia all’analisi e alla strategia politica. E il progetto, pianificato da tempo, di un Governo che attraverso misure che moltiplicano i reati e riempiono le carceri punta a una stretta autoritaria.

Oggi i fedelissimi del governo come Donzelli ripetono che la polizia avrebbe “le mani legate”, mentre c’è chi, come Salvini, arriva a evocare punizioni extralegali per coloro che scendono in piazza. E nel frattempo si prepara il nuovo pacchetto Sicurezza: scudo penale per gli agenti, zone rosse per blindare le città, nuove norme per colpire chi organizza e chi partecipa. È un copione già visto: costruire un’emergenza per introdurre nuove leggi repressive. Lo fanno per non parlare di tutto il resto. E lo fanno perché, in un clima così, diventa più difficile fermarli. Non offriamogli indulgenza, ma nemmeno pretesti per sentirsi nel giusto.