Riforma della giustizia e indipendenza della magistratura sono stati i temi al centro dell’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi ieri nell’Aula Magna della Cassazione alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle più alte cariche dello Stato. A meno di due mesi dal referendum costituzionale sulla separazione delle carriere le questioni sono state toccate nei vari interventi che si sono susseguiti.
A cominciare da quello del Primo presidente di Piazza Cavour Pasquale D’Ascola che dopo aver elencato i risultati raggiunti, ad esempio sull’arretrato, ha richiamato ad “rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”. E ha aggiunto, con evidente richiamo alla norma che verrà sottoposta al gradimento dei cittadini il prossimo 22 e 23 marzo: “La preoccupazione della magistratura è quindi volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale”.
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Su questo il Ministro della Giustizia Nordio pur auspicando un dibattito che “si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza” è stato molto duro nel ribadire “con chiarezza e fermezza che ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura, un principio non negoziabile”. Precisando poi che “l’attribuzione al legislatore di una intenzione di sottoporre la magistratura al potere esecutivo è null’altro che una grossolana manipolazione divinatoria di una realtà immaginaria” il Guardasigilli è sembrato voler replicare alla campagna in atto da parte dell’Anm per cui i giudici, e non più i pm, andrebbero sotto il controllo del potere esecutivo. Infine il responsabile di via Arenula ha detto che se perde il voto nelle urne primaverili non si dimetterà: “Se il popolo la respingerà, resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione. Se al contrario le confermerà, inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione”.
Il vice presidente del Csm Fabio Pinelli ha messo in guardia dalla “delegittimazione reciproca” che “indebolisce le Istituzioni, e rompe il patto di fiducia tra esse e i cittadini” che, “disorientati”, possono chiedersi “se debbano o possano ancora fidarsi di chi decide, a vario titolo, le loro sorti, sia con l’introduzione di nuove norme, anche di rango costituzionale, sia con l’applicazione e l’interpretazione del diritto, nell’esercizio della giurisdizione”. È un rischio che va, secondo il numero due di Palazzo Bachelet, “responsabilmente e con il contributo di tutti, decisamente scongiurato”. Anche il procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta ha posto l’accento sui rapporti tra toghe e politica: “Lo scontro – perché come tale presentato agli occhi dei cittadini – tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico”.
“Mi spiace – ha commentato il Presidente dell’Anm Cesare Parodi – che sia stato usato il termine blasfemo che io userei per manifestazioni e situazioni differenti da questa. Noi abbiamo delle opinioni che riteniamo fondate e che difendiamo, che hanno la loro dignità”. Mentre per Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e responsabile della campagna di Forza Italia per il Sì al referendum sulla Giustizia, “le parole usate oggi dal primo presidente della Corte di cassazione, Pasquale D’Ascola, sono la migliore garanzia per l’affermazione del sì” in quanto “l’articolo 104 della Costituzione rimane intatto” “con buona pace dei detrattori e dei bugiardi che si ostinano a diffondere notizie false e senza alcun fondamento sul referendum”. L’esecuzione della pena non è stato argomento partecipato nelle varie relazioni. Ne ha fatto cenno solo il presidente D’Ascola quando ha parlato di “piaga dei suicidi in carcere” e ha detto che “il carcere e le vecchie e nuove povertà crescenti nella popolazione conducono a cospetto del più irrinunciabile dei diritti fondamentali della persona, la dignità, che viene offesa insopportabilmente nel cittadino privato iniquamente del lavoro, nell’indigente abbandonato, nel detenuto maltrattato, talora nel sofferente giunto a fine vita”.
Intanto proprio due giorni fa, come ha ricordato un comunicato del sindacato di polizia penitenziaria Uilpa “un giovane detenuto è morto suicida impiccandosi nel bagno della sua nella casa di reclusione di Padova”. Dopo quello di mercoledì mattina, “si tratta del secondo recluso in 36 ore che si toglie la vita nel penitenziario di Via Due Palazzi”. Gennarino De Fazio, Segretario Generale della UILPA ha ricordato infatti che “la strage di carcere e per carcere evidentemente continua. Se il macabro bilancio del 2025 si è chiuso con 78 detenuti (più due internati in REMS) e 4 operatori che si sono suicidati, il 2026 inizia in tragica continuità, sono infatti già 5 i ristretti che hanno deliberatamente posto fine alla loro esistenza nel mese di gennaio non ancora finito”.