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Marco Massa dal Bianco al Nero, il ritorno del cantautore come un lungo viaggio: “Milano? Una delusione”

FOTO DI MARIA ELENA FANTASIA DA US

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Atmosfere jazz della sua formazione, i toni più tradizionali del cantautorato italiano, la sperimentazione con l’elettronica. È Marco Massa in purezza quello del suo disco omonimo dalle due facce, una Bianca e una Nera: una dimensione più intima e raccolta con i brani voce e chitarra registrati in presa diretta, un’altra più cosmopolita e contaminata tra suggestioni elettroniche e paesaggi sonori più eterogenei.

Tutti i colori in questo album omonimo (110&Musica/7 Srl, distribuito da Virgin Music), tutte la palette di un autore che negli anni ’80 aveva cominciato da pianoforte e tromba prima di passare alla chitarra, ai Civici Corsi Jazz di Milano con Franco Cerri e con il pianista Renato Sellani, ai club della sua città di cui pure canta in questo album con sentimento e disincanto.

Cara Milano era comparsa in Io sono Freak nel 2011, aveva vinto il Premio Sergio Endrigo. Due cover: Senza fine di Gino Paoli ma anche dell’indimenticata Ornella Vanoni, Se tutti fossero uguali a te proprio di Sergio Endrigo. Con l’EP del 1997 Come un Tuareg si era aggiudicato il Premio Musicultura. Repertorio che Massa sta portando anche in tour a teatro nello spettacolo “Caro Amico”.

La parte Bianca appare come quella più introspettiva del disco mentre quella Nera sembra più proiettata verso l’esterno, a raccontare storie e a esplorare un suono meno tradizionale: come mai ha voluto separare nettamente queste due dimensioni?

Questo doppio LP, che porta il mio nome e cognome, mi rappresenta completamente. Sono un cantautore che ama la ricerca sonora e mi avvicino con curiosità a mondi nuovi, cercando non di copiare, ma di trovare una terra comune, compositiva e musicale. Il disco nero nasce proprio da questa tensione verso l’esterno. È un lavoro di arrangiamenti molto curato e attento ai dettagli, in cui ho sperimentato nuovi timbri e strumenti, come la tromba e il clarinetto di mio figlio Francesco. È un viaggio dentro un mondo che cambia, costruito insieme al maestro Marco Grasso, che con i suoi arrangiamenti ha reso possibile un progetto davvero unico, anche nella reinterpretazione di brani già editi, ai quali abbiamo dato una nuova veste sonora. Il disco bianco è più intimo. È come invitare degli amici a casa e mettersi a suonare e cantare per loro. È stato registrato dal vivo con due microfoni, grazie alla sensibilità del mio coproduttore Marco Montanari, musicista straordinario e chitarrista raffinato. In realtà l’introspezione attraversa entrambi i dischi; sono sempre io e non cerco il consenso del pubblico. La ricerca e la sperimentazione restano la chiave di tutto.

Come sceglie le sue cover e perché, in questo caso, Senza fine e Se tutti fossero uguali a te?

Ci sono canzoni che, col tempo, ti restano nel cuore. Ti cantano dentro ovunque tu vada, come se fossero sempre state tue. Senza fine e Se tutti fossero uguali a te sono due brani che parlano di bellezza e di amore, i temi che più di tutti continuano a ispirare qualsiasi artista. Quando le canto, non le sento come un omaggio, ma come una conversazione intima con chi le ha scritte.

FOTO DI MARIA ELENA FANTASIA DA US

In Cara Milano sembra non riconoscere più la sua città: a dieci anni dall’Expo che ha segnato un’epoca, come pensa sia cambiata Milano?

Milano, come tutte le grandi città, sta vivendo un cambiamento epocale. Chi amministra questi luoghi spesso dimentica il bagaglio storico di umanità, etica e relazioni che li ha costruiti. Continuando a edificare, si rischia di distruggere proprio ciò di cui una città avrebbe più bisogno: vera ecologia, energia pulita, lavoro pensato per il futuro, cultura capace di integrare davvero le nuove presenze di un mondo che cambia. Viviamo un paradosso: più cerchiamo la felicità, più distruggiamo il terreno in cui potrebbe nascere. Milano, per me, resta un luogo di amore e di conflitto. Oggi, soprattutto, è una città che mi provoca delusione.

Come crede che una tradizione come la boxe a Cuba possa influire sul carattere e sulla cultura di un popolo? E a chi si ispira la canzone Boxeador?

A Cuba, e in particolare all’Avana, ci sono stati pugili straordinari. Se avessero potuto competere liberamente a livello internazionale, molti sarebbero diventati campioni del mondo. La boxe lì non è solo uno sport, ma una scuola di dignità, disciplina e resistenza. La mia canzone Boxeador, però, parla soprattutto di me. Parla di riscatto, di momenti difficili da attraversare, della lucidità necessaria per affrontare ciò che sembra insormontabile. Ho conosciuto pugili cubani, grandi atleti, persone fiere, per le quali il riscatto è un sogno quotidiano e spesso irraggiungibile. Da noi, in fondo, è tutto più semplice — e proprio per questo, a volte, siamo più bravi a farci del male da soli. C’è stato un periodo della mia vita in cui ho dovuto, e voluto, immergermi nell’arte della boxe. Non per combattere gli altri, ma per restare in piedi.