Matteo Ricci, europarlamentare PD già sindaco di Pesaro e coordinatore nazionale dei sindaci Dem.
A Davos è andato in scena il Donald Trump show: minacce all’Europa, riproposizione della sua dottrina sul dominio del mondo. Groenlandia e non solo. Che mondo è quello declinato dal tycoon?
Il mondo multipolare che abbiamo conosciuto dopo la caduta del Muro di Berlino non esiste più. L’assetto internazionale costruito nel dopoguerra e negli anni ‘90 si è progressivamente sgretolato tra guerre regionali, crisi economiche, competizione tecnologica e ritorno delle potenze imperiali. L’avanzata dei sovranismi ha riportato al centro una logica che pensavamo superata: quella per cui i confini contano più delle regole condivise e la forza più della diplomazia. Gli organismi internazionali vengono tollerati solo finché non ostacolano gli interessi delle grandi potenze; altrimenti vengono svuotati o ignorati. In questa visione, la forza e gli affari diventano l’unico strumento ritenuto efficace per difendere, ridefinire e imporre confini. È la dottrina che Donald Trump rivendica apertamente: una politica estera fondata sulla minaccia, sulla coercizione e sull’idea che il mondo sia una somma di territori da controllare. Siamo entrati in una fase di multi-imperialismo: gli Stati Uniti puntano a riaffermare un controllo pieno sull’intero continente americano, dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco. Allo stesso tempo, Cina e Russia agiscono secondo logiche analoghe rispettivamente con Taiwan e l’Ucraina. In questo quadro, la Groenlandia non è una boutade. È un tassello coerente della visione trumpiana: un’America che si sente autorizzata a espandersi in nome della sicurezza e dell’interesse nazionale, intervenendo militarmente in uno Stato sovrano come il Venezuela giustificandolo con una lotta al narcotraffico quando, in verità, è interessata al petrolio. Sarebbe il caso di spiegarlo anche ai nazionalisti trumpiani di casa nostra, che si sono spellati le mani nell’applaudire entusiasti, Meloni compresa.
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Molti commentatori parlano di una nuova epoca di ordine globale inaugurata da Trump, con un ritorno alla dottrina del potere e degli interessi nazionali più duri. Lei come interpreta questi sviluppi?
C’è un nuovo ordine mondiale inaugurato da Donald Trump, fondato sulla forza e sugli interessi nazionali nella loro versione più dura. Un ordine che rifiuta l’idea di responsabilità condivisa e considera la cooperazione internazionale come un vincolo da spezzare. Un ordine che viene spesso raccontato come inevitabile: ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze e che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Proprio contro questa narrazione si è collocato, a Davos, il discorso del primo ministro canadese, Mark Carney, che ho apprezzato molto. Ha chiamato le cose con il loro nome e messo in guardia dalla tentazione, sempre più diffusa, di adattarsi passivamente alla legge del più forte, sperando che l’accondiscendenza garantisca sicurezza. Come ha ricordato Carney, questo atteggiamento equivale a “vivere nella menzogna”: continuare a recitare rituali che sappiamo essere falsi pur di evitare problemi immediati, contribuisce a rendere più solido il sistema che ci opprime. Il messaggio dato è stato chiaro: il sovranismo non si combatte imitandolo, né rincorrendo la logica dei muscoli e dei ricatti. Si combatte rendendolo politicamente inutile. Questo significa rafforzare la coesione sociale, ridurre le diseguaglianze, rendere credibili le istituzioni democratiche e restituire forza reale al multilateralismo, adattandolo a un mondo cambiato senza rinunciare ai suoi principi fondamentali. Se l’Europa accetta il terreno di gioco imposto da Trump, fatto di intimidazioni, rapporti bilaterali asimmetrici e competizione permanente, è destinata a perdere e a frammentarsi ulteriormente. Se invece fa proprio lo spirito del discorso di Carney e investe davvero sull’integrazione politica, su una politica estera comune e su una autentica autonomia strategica, può ancora rappresentare un’alternativa credibile in un mondo segnato dal ritorno della forza e degli affari, costruendo così, nella frattura attuale, un nuovo spazio di cooperazione e di responsabilità condivisa.
I censori in servizio permanente effettivo hanno ripreso il loro sport preferito: il tiro ai pacifisti. Ieri accusati di essere pro-Pal, oggi pro-Mad e addirittura pro-Khomeini.
I censori passano il tempo a nascondere un fatto gravissimo. Il “tiro ai pacifisti” è per loro una caricatura utile a evitare il nodo vero della discussione: il ritorno della guerra come strumento ordinario di regolazione dei conflitti internazionali. Delegittimano chi chiede pace per non interrogarsi sulle conseguenze di un mondo che accetta la violenza come normalità. Con il venir meno degli equilibri globali, la guerra viene sempre più normalizzata, presentata come inevitabile e persino come moralmente giustificata. Posso anche essere felice che sia caduto Maduro in Venezuela, ma il punto politico non cambia: la pace deve rimanere l’unico strumento legittimo per risolvere i conflitti tra Stati, il resto apre a una deriva pericolosa. Se rinunciamo a questo principio, tutto diventa possibile e giustificato: Trump che destituisce governi sovrani con azioni militari o si prende la Groenlandia; Netanyahu che insegue il sogno del “Grande Israele” occupando militarmente Gaza; la Russia che annette parti dell’Ucraina; la Cina che rivendica Taiwan con la forza. Alcuni queste contraddizioni le vedono, altri scelgono di non vederle. Io sono un obiettore di coscienza: ero in piazza con il movimento pacifista per fermare il massacro di civili a Gaza, così come ero al fi anco delle piazze per l’Ucraina aggredita e in quelle contro la repressione di diritti fondamentali in Iran. Non conosco nessuno che difenda Maduro ma non accetto lezioni da chi invoca la guerra come scorciatoia morale.
La Palestina è scomparsa dai radar mediatici, eppure a Gaza si continua a morire e in Cisgiordania i coloni pogromisti, sostenuti dall’esercito israeliano, impongono la legge della forza alla popolazione palestinese. Ma il mondo, dice Trump, fa la fila per far parte del suo Board of Peace.
Il “Board of Peace” evocato da Donald Trump appare per quello che è: un circolo ristretto per ricchi e potenti, lontano anni luce dalla realtà dei conflitti e dalla sofferenza delle popolazioni coinvolte. È qualcosa di assurdo. Il presidente degli Stati Uniti si comporta come un agente immobiliare globale, chiamando amici e investitori a fare affari sulle macerie di Gaza, come se la devastazione di un territorio e la tragedia di un popolo potessero essere trasformate in un’opportunità economica. Questa rappresentazione della pace come progetto edilizio o come operazione finanziaria cancella completamente la sua dimensione politica, giuridica e morale. La pace non nasce dal profitto, né dall’esclusione, né dalla rimozione delle responsabilità. Nasce dal riconoscimento dei diritti, dal rispetto del diritto internazionale e dalla volontà di affrontare le cause profonde dei conflitti, non di aggirarle. A Gaza si continua a morire e, mentre il silenzio della comunità internazionale cresce, espropri, violenze e intimidazioni diventano parte della normalità. Per questo è indispensabile mantenere alta l’attenzione su quel conflitto. La tregua è fragile, temporanea, e non affronta le cause strutturali della violenza, a partire dall’occupazione e dalla negazione dei diritti fondamentali. L’unica prospettiva credibile resta quella di due popoli e due Stati, tutto il resto è propaganda o cinismo mascherato da realismo.
Di fronte alla “dottrina Donroe”, agli autocrati che imperversano, l’Europa è ancora in vita?
Di fronte alla “dottrina Donroe”, al ritorno degli autocrati e alla progressiva normalizzazione della guerra come strumento di regolazione dei conflitti internazionali, l’Europa dovrebbe reagire. Ma non questa Europa. Con Ursula von der Leyen politicamente debole, incapace di imprimere una direzione chiara, e con un Partito Popolare Europeo sempre più spostato a destra, il rischio concreto è che qualche Stato membro amico di Trump diventi un cavallo di Troia nell’Unione, rendendola più incline ad adattarsi alla logica della forza che a contrastarla. L’Europa che rincorre i sovranismi, è un’Europa destinata all’irrilevanza e alla frammentazione. In questo vuoto di visione, i socialisti e i progressisti hanno una responsabilità politica enorme: avanzare una proposta chiara e riconoscibile per un’Europa federale, più forte, autonoma e politica. Un’Europa capace di parlare con una sola voce in politica estera, con strumenti comuni di difesa senza rinunciare alla diplomazia, con una reale autonomia strategica che non sia subordinazione a nuove egemonie. Difendere i valori di libertà, democrazia e pace non significa proclamarli nei documenti ufficiali, ma renderli praticabili nelle scelte concrete: dal rispetto del diritto internazionale alla protezione dei diritti umani, dalla cooperazione multilaterale alla riduzione delle diseguaglianze che alimentano i nazionalismi. Solo un’Europa che diventa soggetto politico, e non semplice spazio di mercato o terreno di competizione tra potenze esterne, può dimostrare di essere ancora viva e di avere un ruolo nel mondo che si sta ridisegnando. In questo scenario, e in questo momento storico, l’Italia potrebbe ricoprire un ruolo fondamentale per trainare l’Europa verso questa direzione, invece Meloni, a tutto ciò, preferisce Trump, recando così solo un danno all’Italia, perché senza un’Europa forte il nostro Paese è soltanto più debole.