Il ricco è come un portacenere: più si riempie e più diventa sudicio.
(Proverbio arabo)
Milano si è venduta la parte “migliore” di sé. È stata comprata dai magnati. Così la città è giunta a registrare il più alto numero di milionari. Secondo la classifica della londinese Henley&Partners, per ogni 12 milanesi iscritti all’anagrafe, compresi anziani e neonati, c’è un milionario, che ha un portafoglio liquido di almeno sei zeri, oltre il patrimonio immobiliare. Un record. Si tenga conto che a New York il rapporto è di un nababbo ogni 22 abitanti, a Londra uno ogni 41, a Roma uno ogni 54, a Parigi uno ogni 14. Inoltre: nel capoluogo lombardo ci sono 182 centimilionari, che hanno almeno 100 milioni liquidi: poco meno del Principato di Monaco (192), più di Mosca o di Miami. A dare risalto a questi dati è stato Il Sole 24 Ore, e la notizia è stata ripresa dai maggiori media, per lo più con compiacimento.
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Ad attirare i facoltosi sono due fattori essenziali: il “regime opzionale” (eredità del governo Renzi), per cui pagano solo la flat tax di 200 mila euro, e le imposte di successione molto basse. Così, nei momenti lasciati liberi dalla speculazione – fare soldi dai soldi – essi investono nei settori ad alto valore, comprando ristoranti ricercati, immobili di pregio, moda di alto livello, hotel di lusso ecc. Mentre i paperoni sguazzano fra le loro ricchezze, per comprare una casa nel centro della città si arriva a picchi fino a 27 mila euro al mq; in periferia il prezzo medio si aggira sui 4.500 euro al mq, e un bilocale costa 250/300 mila euro. In parallelo gli affitti sono lievitati a livelli insostenibili. Con difficoltà pressoché insormontabili per studenti, lavoratori, immigrati, single. Questo incentiva, fra l’altro, lo svuotamento della metropoli da parte dei ceti popolari e il loro addensarsi verso i comuni della cintura.
Milano si rivela uno spaccato del mondo. In concomitanza con la sceneggiata di Davos, Oxfam ha pubblicato il rapporto sulla ricchezza globale. Intitolato “Nel baratro della disuguaglianza”, evidenzia che nel 2025 i miliardari globali sono diventati circa 3 mila, con una ricchezza netta di 18.300 miliardi di dollari, “una concentrazione”, sottolinea, “mai registrata nella storia”. Una delle conseguenze nefaste dell’accaparramento elitario delle ricchezze planetarie è che l’aumento delle disuguaglianze va di pari passo con la crescita delle autocrazie. Non a caso, rileva Oxfam, “tra il 2018 e il 2024 il numero di persone che vivono in Paesi con uno spazio civico represso è aumentato del 67 per cento”. L’1 per cento dei super ricchi – che dominano la società dell’1 per cento – nella bramosia di arricchirsi ulteriormente vogliono sempre più ridurre in loro potere il 99 per cento dei cittadini, demolendo la stessa democrazia rappresentativa. Dobbiamo sapere che o creiamo un argine alla loro prepotenza o il ricorso alla guerra tenderà a diventare dominante, come gli eventi del mondo stanno dimostrando.
Torniamo a Milano e all’Italia. Non è giusto che i super facoltosi contribuiscano di più al bene comune, rispetto a chi ha meno (e spesso molto meno)? Recentemente Elly Schlein ha ventilato la necessità di introdurre una “tassa patrimoniale” sulle grandi ricchezze. Apriti cielo! Il governo di destra si è stracciato le vesti dando ad intendere, strumentalmente, che la proposta mirasse a depredare anche i piccoli beni dei cittadini. Più accortamente Maurizio Landini ha parlato di “contributo di solidarietà” verso i meno abbienti da parte dei ricconi, in applicazione del dettato costituzionale sulla progressività, per cui chi ha più deve versare di più al fisco. In un caso e nell’altro non se n’è fatto nulla. Per raggiungere quel sacrosanto obiettivo è evidente che occorre una lotta tenace. Non basterebbe uno sciopero generale dei lavoratori, pure opportuno. È necessario un impegno martellante. E durevole.