Il nuovo gravissimo episodio di violenza in una scuola avvenuto a La Spezia ci chiama ad un impegno comune straordinario per affrontare una emergenza educativa che ci scuote nel profondo. Proprio per questo mi preoccupa che il ministro preposto e l’intero governo lascino intendere di voler risolvere il tutto solo con ulteriori norme repressive che si aggiungono alle tante altre introdotte in questi anni e che non hanno, purtroppo, prodotto alcun risultato quando ci sarebbe, al contrario, un grande bisogno di strumenti per affrontare il problema senza scorciatoie ideologiche.
Nessuna mancanza di responsabilità, ci tengo a dirlo. Chi commette reati va ovviamente sanzionato. Ma quel che è ancora più necessario è intervenire in profondità sulle cause che generano quella violenza che, a più riprese, compare nelle cronache. Affrontare la complessità di quanto sta avvenendo. Poche settimane fa, in una legge di bilancio votata a ridosso della fine dell’anno e senza alcuna discussione, abbiamo chiesto a questa maggioranza di condividere un indirizzo capace di dare più risorse al sistema educativo del Paese. Scuole più capaci di essere luoghi di relazione e di incontro. Con tempi scuola diversi. Con spazi. Con strumenti come l’educazione all’affettività e al rispetto. E con personale (educatori, pedagogisti, mediatori culturali) in grado di intercettare e affrontare i bisogni nuovi di una generazione schiacciata dalle pressioni, dalle incertezze, dalla violenza che anima il mondo che li circonda. Ci avevamo provato e continuiamo a provarci convinti della necessità di trovare spazi per una strategia comune e condivisa di intervento di fronte allo smarrimento dei più giovani. Ci proviamo perché siamo convinti di una cosa: che serva una svolta.
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Sento il bisogno di fare appello alla presidente del Consiglio che- come donna, politica e madre- dovrebbe prestare attenzione ai bisogni e alle richieste di aiuto che arrivano da una generazione spesso confusa e continuamente messa all’indice. Si tratta di scegliere le priorità di un Paese. E per noi c’è una priorità verso il futuro che richiede capacità di ascoltare questi campanelli d’allarme e disegnare insieme una strategia. Con un profondo cambio di rotta. Il tempo della retorica è finito. E se non si decide di collaborare e di investire rimangono solo slogan propagandistici che durano lo spazio di un mattino. Dobbiamo scegliere di cambiare il modo in cui ci occupiamo delle nuove generazioni. E per farlo dobbiamo mettere in campo risorse e progetti. Penso all’educazione all’affettività, al rispetto, al superamento della cultura del possesso.
Penso ai patti territoriali di comunità capaci di coinvolgere insieme scuola, terzo settore, famiglie- le risorse delle diverse comunità-chiamando ognuno a fare la propria parte. Ripensare e riorganizzare il modello scolastico con tempi e spazi adeguati per poter fare davvero anche prevenzione al disagio e alla devianza, con strumenti adatti e al passo coi tempi, più personale e pedagogie efficaci perché alla solitudine e allo smarrimento dell’Io – che coglie giovani e adulti- si sostituisca il senso di una comunità che si fa carico e si prende cura dell’altro. Dobbiamo provarci, insieme, per non trovarci nuovamente a commentare impotenti la prossima volta un nuovo, ennesimo, fatto di cronaca.
*Responsabile nazionale scuola Pd