Il “Board of peace” trumpiano rischia di scontentare molti leader globali. In attesa della cosiddetta “fase due” del cessate il fuoco a Gaza, che resta da settimane in un limbo, quella che è considerata la risposta statunitense proprio alla necessità di instaurare una nuova leadership nella Striscia nell’ambito di quel piano in venti punti che prevede la demilitarizzazione di Gaza, l’avvio della ricostruzione e la creazione di un comitato tecnico palestinese di transizione per l’amministrazione del territorio, si sta trasformando in ben altro.
È il timore della Francia di Emmanuel Macron, che ha annunciato il suo “no” all’invito di Trump a far parte del Board, ingresso per cui è previsto il pagamento di un miliardo di dollari per sedere al tavolo. Il motivo è la preoccupazione da parte dell’Eliseo di una manovra statunitense per creare una sorta di mini-Onu trumpiana, pur essendo nato proprio con l’approvazione delle Nazioni Unite. Sulla stessa linea anche il Canada “vicino di casa” di Trump, col primo ministro Carney che ha spiegato come il suo Paese non pagherà la fee di ingresso al Board.
In effetti gli inviti per far parte dell’organismo transizione per la Striscia sono stati spediti da Washington ai leader di Paesi tutt’altro che “campioni di democrazia”: ci sono il presidente bielorusso Lukashenko, il suo “fratello maggiore” russo Vladimir Putin, l’ungherese Viktor Orban, l’argentino Javier Miliei. Anche Giorgia Meloni è tra i nomi coinvolti da Trump, ma al momento da Roma il governo sta prendendo tempo, non confermano l’ingresso dell’Italia nel Board in cui Trump ha promesso alla premier un posto.
Chi non ha certamente accolto con piacere gli inviti di Trump è invece il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Come ampiamente previsto dagli accordi, nel consiglio del Board compare anche Israele, ma da Gerusalemme le prime reazioni ai nomi fatti filtrare dalla Casa Bianca sono state di scetticismo, se non di aperto contrasto alle decisioni della Casa Bianca.
Netanyahu, e i suoi alleati dell’estrema destra messianica, non possono infatti accettare la presenza nel Board di Turchia e Qatar, rivali strategici nell’area mediorientale se non veri e propri nemici: entrambi i Paesi e i rispettivi leader, in particolare il turco Recep Tayyip Erdogan, sono i “garanti” palestinesi nella regione e, per quanto riguarda il Qatar, ospita e finanzia la leadership politica di Hamas.
D’altra parte a Washington l’intenzione è quella di non delegare ad Israele il controllo del Medioriente: lo si era già visto dalla reazione gelida dello stesso Trump di fronte alla scelta a sorpresa da parte del governo Netanyahu di riconoscere il Somaliland.