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Profitto, il sicario che ha assassinato la Terra

Profitto, il sicario che ha assassinato la Terra

Di solito chi intende risvegliare la nostra spiritualità ci invita a guardare in su, verso il cielo, a rivedere il sole e le altre stelle. Giacomo Sartori, narratore e agronomo, ci chiede invece in Sillabario della terra (Piano B edizioni, prefazione di P.Pileri) di guardare in giù, verso la terra, che è un organismo straordinariamente vivo e per noi prezioso (in un granellino possono esserci più esseri viventi che umani nel mondo), di abbagliante bellezza, con le sue colorazioni mutevoli (rugginose, azzurognole, verdine, ocra aranciato…) e le sue molteplici funzioni.

Anzitutto ci fa sapere che la terra è malata, avvelenata, per causa nostra, e anzi è perlopiù assente nella nostra percezione, dimenticata da tutti: “i suoli sono scomparsi nel nulla”, seppelliti dal cemento e dall’asfalto. Poi ci spiega che non è affatto profonda: “nei casi migliori è alta come un giocatore di basket”, e anzi nei deserti e nelle montagne alte diventa incredibilmente sottile. Tutta la nostra alimentazione dipende proprio da questa esigua pellicina, da questa risibile scorza, dal guscetto di terra che nutre le radici (forse sarebbe stato più appropriato chiamare il nostro pianeta “sasso” o “pietra”, non “Terra”!).

L’autore volle iscriversi alla facoltà di Agraria – in tempi di forte impegno politico e sociale – essenzialmente per amore, per una attrazione romantica verso la natura: “l’agricoltura veicolava sentori di libertà e non omologazione”. Così l’universo rurale lo compensò della frustrazione di non potersi dedicare alla letteratura (anche se poi ha scritto innumerevoli romanzi). Questo Sillabario è un libro scientifico, in parte tecnico, divulgativo, da esso ho imparato tante cose – che ora proverò a dire – ma è anche un libro poetico, un poema ecologico in prosa, un canto epico di perdita e dolore come l’Inno a Demetra. Quando va ad esplorare le crete infinite, abbacinate, in Toscana, l’autore poi scoprirà che lì sopra sono state costruite da ricchi stranieri ville con piscina e prato all’inglese, mentre al Sud quelle stesse crete, sfinite di aridità, sembrano contrapporre una resistenza eroica alla nostra tracotanza. Dopo aver letto queste pagine non riesco più a provare schifo per i vermi! I lombrichi, considerati per molto tempo erroneamente nocivi, sono fondamentali per i suoli: la terra è perlopiù cacca di lombrichi. E quando un territorio sta bene allora pullula di lombrichi. Leccornia prelibata per molti predatori li stiamo sterminando con l’agricoltura industriale.

La terra, diciamolo pure, è brulicante, repellente, umida e buia. Da bambini ci raccomandano di non sporcarci con la terra. È piena di marcescenze, di morte, di cose putrefatte. Ma la contemplazione della terra – ci suggerisce Sartori – può divenire un esercizio spirituale: attraverso di essa ad esempio potremmo capire che vita e morte sono la stessa cosa. Formatasi da rocce e sedimenti, tendiamo a pensarla come minerale, inorganica, e invece contiene una frazione organica (il 4%), composta di resti di piante e esseri viventi. Poi decompone questi resti ma per nutrire le nuove fioriture e creare nuova vita, all’interno di un ciclo eterno. Tutto il libro è un j’accuse, ben argomentato, sui guasti devastanti della nostra agricoltura industriale attuale (i gruppi strapotenti che dominano il mercato dei concimi chimici, dei pesticidi, etc.) considerata efficiente, dei nostri scienziati arroganti: riduzione delle superfici coltivabili, desertificazione (i suoli perdono materia organica), perdita dei colori e di rumori, livellamento dei versanti alpini per metterci le schiere irregimentate di meleti… La stessa scienza agronomica propone spesso soluzioni altamente tecnologiche, e costosissime, perdendo di vista una visione d’insieme. All’origine di tutti i mali c’è la hybris umana di poter controllare tutto, l’allergia a ogni limite naturale. Ma è una modernità che ha tradito se stessa, se pensiamo che Francis Bacon, padre del metodo scientifico, l’unico modo di controllare la natura era obbedirle!

Insomma, guardiamo un po’ più spesso al suolo su cui camminiamo, alla terra che sta sparendo. Certo una seria, coerente visione ambientalista dovrebbe costringerci a modificare i nostri livelli di vita e di consumo. A questo proposito bisognerebbe rimeditare anche la famosa “austerità” di Berlinguer (ispirata in parte dal “cattocomunista” Franco Rodano), formulata allora come strumento per una trasformazione radicale della società, come modo di coniugare sviluppo e progresso: era intrinsecamente più “pasoliniana” di quanto allora potevamo immaginare. Una austerità egualitaria delle classi subalterne, ben diversa da quella invocata dalle classi dirigenti conservatrici. Ad esempio: dovremmo rinunciare a mangiare i pomodori d’inverno (anche perché in genere sono insipidi), se pensiamo che vengono prodotti in serre ipertecnologiche attraverso concimi chimici, l’uso delle lampade al led e un dispendio enorme di energia.

Indubbiamente la natura non è “buona”, e anche un giardino fiorito, come sapeva Leopardi, visto da vicino contiene una terribile guerra di tutti contro tutti. Però è altrettanto indubbio che gli esseri umani – con il loro intervento scriteriato – hanno interferito negativamente con i suoi preziosi cicli di distruzione e rigenerazione. Incrementando ovunque la parte della morte contro la parte della vita. Già nel Deuteronomio, che fa parte della Bibbia, Dio diceva a Mosè di scegliere non tanto tra il bene e il male (sempre un po’ astratti) quanto tra la vita e la morte, esortandolo a scegliere la vita.