Nella selva che copre il trafficatissimo e impervio confine venezuelano con la Colombia c’è un’industria che va a gonfie vele: l’estrazione dell’oro nelle miniere clandestine. La linea di frontiera è per lunghissimi tratti assai incerta e l’affare dell’oro venezuelano estratto illegalmente riguarda anche la Colombia. Al governo di Bogotà è sempre convenuto far finta di nulla perché il business dell’oro è in mano a gruppi guerriglieri che hanno firmato accordi di non belligeranza, ma pacificati non sono, quindi non sarebbe opportuno andare a chiudere un rubinetto di finanziamenti per loro strategico.
A Caracas, con il bisogno di dollari freschi che ha il regime chavista, l’oro illegale serve per venderlo alla Turchia di Erdogan e agli Emirati arabi. I principali acquirenti dell’oro venezuelano esportato in forma legale sono tradizionalmente Emirati e Turchia. Ankara raffina l’oro venezuelano. L’impianto turca di Çorum, vicino ad Ankara lavora gran parte del metallo prezioso in arrivo da Caracas. Il Venezuela possiede uno dei più grandi giacimenti auriferi del mondo: più di centomila metri quadrati, il 12% della superficie del paese dove si stima ci siano almeno settemila tonnellate di oro. Il sottosuolo venezuelano al confine con la Colombia è una sorta di fortunata anomalia geologica, tanto è ricco. Nell’Arco dell’Orinoco poi, una ampia zona nel sud est del paese tra la Guyana e il Brasile, oltre alla più grande riserva di greggio del mondo, c’è anche oro, rame, diamanti, ferro, bauxite e una infinità di altri metalli preziosi in quantità. Molti dei quali già in mani cinesi e russe attraverso joint venture con il Caracas.
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La storia recente dell’oro venezuelano offre una fotografia dello stato delle risorse pubbliche di Caracas. Finalmente persuaso della necessità di diversificare la produzione economica e le fonti di dollari del suo governo, l’ex presidente Hugo Chávez tentò di metter mano alla catena di estrazione dell’Orinoco negli ultimi anni prima della sua morte avvenuta nel 2013. Non più grandi concessioni minerarie, ma piccole parcelle da distribuire tra piccoli produttori. Non più cinquemila ettari a ciascun gruppo dedito all’estrazione, ma parcelle la cui estensione oscillava da un minimo di 10 ettari a un massimo di 50 ettari offerte a piccoli produttori che si occupassero di tirar fuori l’oro e di metterlo in commercio. Chávez la spiegò come l’occasione per dare la possibilità agli abitanti del luogo di vivere dell’oro tirato fuori dalla loro terra. Il piano è fallito miseramente. In pochi anni il metodo di estrazione è tornato a modalità da Medio Evo. Piccone e pala, nessun controllo. Si scava, si prende quel che si trova e si passa a un pezzetto di terra vicino dove poter scavare, tirar fuori un po’ di prezioso metallo e così si va avanti.
Con danni seri ai giacimenti, mai scavati in profondità, ma soprattutto con rischi alti di contaminazione ambientale. Il livello di corruzione altissima raggiunto dagli alti militari che hanno il controllo della zona ha fatto fiorire il business delle miniere illegali. Non sono i piccoli produttori locali di vivere dell’oro estratto, ma i grandi trafficanti controllati da generali del regime. Nelle vicende legate alle miniere illegali s’è mostrata la leggendaria doppiezza del personaggio politico di Hugo Chávez. Ogni volta che riceveva le denunce dei collettivi organizzati dei minatori, Chávez prometteva repulisti severissimi tra i responsabili della catena di controllo sulla produzione e la commercializzazione dell’oro. Li esortava ad occupare la minierafarsi sentire, giurava che li avrebbe aiutati e sostenuti. E dopo due giorni firmava invece un decreto in cui nominava un paio di generali a capo del settore. Con tanti saluti ai minatori in rivolta.
Il commercio ora è in mano innanzitutto agli ex guerriglieri dell’Esercito di liberazione nazionale della Colombia, il secondo grande gruppo guerrigliero colombiano dopo le disciolte Farc. Grossi criminali brasiliani, banditi di ogni provenienza, miliziani locali. Tutti fanno affari con l’oro tranne la povera gente che vive intorno alle miniere. Teoricamente l’oro estratto dovrebbe finire venduto alla Banca centrale di Venezuela. Sempre teoricamente veglierebbero su questo meccanismo degli agenti statali. Poiché l’oro non è difficile da trasportare come il greggio, facile è per i trafficanti farlo uscire dal Venezuela. Lo portano in Brasile, in Colombia e nelle isole delle Antille. Curazao, Bonaire, Aruba sono proprio lì davanti, a nemmeno 60 km dalla costa. Sono ex colonie olandesi e molto dell’oro trafugato dal Venezuela finisce in Olanda.