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Grazia, amnistia e indulto: storia degli atti di clemenza che sono stati cancellati

Grazia, amnistia e indulto: storia degli atti di clemenza che sono stati cancellati

È finito l’anno che avrebbe dovuto festeggiare i 50 anni dell’Ordinamento penitenziario e i 25 anni del Regolamento di esecuzione con provvedimenti diversi dalla introduzione di nuovi reati, dall’aggravamento delle pene e dal nuovo reato di resistenza passiva e di criminalizzazione di atti di protesta nonviolenta.

Si sono archiviati 80 suicidi e 161 morti per cause da accertare in carcere e si è chiuso il giubileo dei detenuti senza un segno di accoglimento dell’appello di Papa Francesco e di Papa Leone. In tempi di rabbia e di odio, di crisi dello stato di diritto e del nuovo ordine mondiale fondato sulla forza non stupisce che la clemenza sia bandita e cancellato il senso di umanità. Si è ormai consolidato un fatto crudele. È stata abolita di fatto l’amnistia e non si concedono più grazie. Il Parlamento è condizionato da un quorum impossibile e il Presidente della repubblica, nonostante la sentenza 200 del 2006 della Corte costituzionale che gli conferisce il potere autonomo di decidere provvedimenti di grazia o di commutazione delle pene, ha ridotto tali atti a numeri risibili.

Vediamo infatti il numero di grazie concesse dai diversi Presidenti della Repubblica: Einaudi, 15.578; Gronchi, 7423; Segni/Merzagora, 926; Saragat, 2925; Leone, 7498; Pertini, 6095; Cossiga, 1395; Scalfaro, 339; Ciampi, 114; Napolitano, 23; Mattarella, 62. Insomma il paradosso è clamoroso. Fino al 1990 si approvano amnistie e indulti quasi ogni due anni e si concedevano tante grazie, in totale 42.397 (solo 85 dopo la decisione del superamento del “potere duale” tra Presidente e ministro della giustizia). Dopo la bulimia è subentrata una drastica anoressia.

Che fare dunque? Il 12 gennaio 2018 la Società della Ragione organizzò un seminario al Senato con il titolo “Per un rinnovato statuto di amnistia e indulto” sotto la sagace regia del prof. Andrea Pugiotto e alla conclusione di una ricca e impegnata discussione fu messa a punto una proposta di legge per correggere la modifica dell’articolo 79 della Costituzione che è agli atti della Camera dei deputati grazie all’iniziativa di Riccardo Magi con il n. 156. La documentazione del senso dell’iniziativa è raccolta nel volume “Costituzione e clemenza” edito da Ediesse. È augurabile che il film di Sorrentino “La Grazia” con Toni Servillo nella parte del Presidente della Repubblica smuova i cuori e spinga il Presidente Mattarella a proclamare il 2026 anno di grazia (ottanta anni dopo la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno), per rispondere a straordinarie esigenze umanitarie.

Di fronte all’aumento dei detenuti che ormai hanno raggiunto la quota vertiginosa di 64.000 presenze, occorre rilanciare quella proposta. Il 6 febbraio si svolgerà a Roma in una sala dell’Università Roma Tre, una assemblea aperta per la riforma del carcere convocata da un ampio cartello delle associazioni impegnate da tempo su quello che è ormai un discrimine di civiltà. Sarà presentato un quadro coerente e complessivo per affrontare tutti i nodi irrisolti. Occorre una risposta intelligente alla provocazione del Governo che sceglie la via della repressione, della violazione dei diritti e inventando l’utilizzo dello spray al peperoncino per esasperare il conflitto nelle carceri che finora non si è tradotto in rivolte drammatiche. Dieci anni fa, la Cedu aveva dichiarato che il sovraffollamento detentivo in Italia rappresentava un problema strutturale e che la pena consisteva in trattamenti inumani e degradanti e in violazione dell’art. 3 della Convenzione dei diritti umani.

Siamo tornati ad un sovraffollamento inaccettabile e non è una questione di aritmetica o contabilità, è questione di dignità, di dover condividere un solo cesso con molte persone che non si conoscono, di dover mangiare seduti sul letto perché non c’è posto per le sedie attorno al tavolo, mentre il Regolamento per altro prevede l’istituzione nel carcere della mensa, ma si tratta di una norma non realizzata, come tante altre tra cui la presenza di uno spaccio per l’acquisto dei prodotti del sopravvitto. Queste sono le condizioni materiali di una detenzione illegale, in cui è violato ogni diritto delle persone recluse e le sentenze della Corte costituzionale, penso alla sentenza 99/2019 sull’incompatibilità della detenzione per gravi problemi di salute mentale per evitare l’insorgere di una deplorevole nostalgia del manicomio, alla più recente sentenza 10/2024 sull’affettività, restano lettera morta.

I reati gravi fortunatamente decrescono – siamo passati da 1.916 omicidi nel 1991 a 319 del 2023– ma la popolazione detenuta è più che raddoppiata da allora (nel 1991 i detenuti a giugno erano 31.053) e quella in esecuzione penale esterna ha ormai ampiamente superato le 100.000 persone. E non va tralasciata la bomba a orologeria rappresentata dai novantamila “liberi sospesi”, in attesa dopo anni di una decisione della magistratura di sorveglianza. Il panpenalismo e il populismo penale avanzano, i reati si moltiplicano per punire ed escludere, con maggiore vigore, ogni forma di povertà e marginalità sociale. Questo aspetto non rappresenta sicuramente una novità recente o un segno politico sconosciuto: la produzione incessante di ulteriori nuovi reati ha caratterizzato gli ultimi trent’anni di storia di questo paese e le politiche repressive sulle droghe (il Dpr 309/90 porta il nome del ministro della Giustizia Vassalli) e quelle in materia di migrazioni rappresentano, forse, la più vistosa ed evidente manifestazione di questo indirizzo politico.

Nonostante questo orientamento non sia nuovo, le politiche del Governo Meloni presentano caratteristiche di allarmante innovazione. In primo luogo, hanno impresso un’inedita accelerazione: oltre 60 nuovi reati in tre anni, di cui 14 introdotti con il solo decreto sicurezza. Inoltre, come ha sostenuto Stefano Anastasia nel corso del convegno Cinquant’anni di ordinamento penitenziario. Riforma e crisi del carcere che si è tenuto a Firenze il 2 luglio dell’anno scorso, con il decreto sicurezza abbiamo potuto osservare un nuovo orientamento delle politiche securitarie che si rivelano “prevalentemente ed esplicitamente orientate alla tutela, non genericamente dei cittadini o di alcuni suoi gruppi sociali, ma esplicitamente delle forze di polizia”.

All’inizio del 2025, Grazia Zuffa descriveva così questo indirizzo: “una grande spregiudicatezza nell’inventare norme. Un’inventiva che sconfina direttamente nell’illegalità”. Nel 2015, Grazia Zuffa aveva pubblicato su Questione Giustizia un articolo sulla riforma del carcere intitolato Ripensare il carcere, dall’ottica della differenza femminile. In conclusione Zuffa scrive una frase che possiamo considerare un vero e proprio manifesto, di grande attualità: “Dall’ottica della differenza femminile – afferma Zuffa – si può intravedere una via di riforma: restituire alle autrici (e agli autori) di reato la piena responsabilità, nella prospettiva del reinserimento sociale; togliere gli strumenti di socializzazione dalla sfera della discrezionalità e declinarli più come diritti che come concessioni”. Abbiamo bisogno di un programma, di un’agenda, di obiettivi chiari con un riferimento ai principi della Costituzione sul diritto alla salute, il divieto della tortura, l’aspettativa del reinserimento sociale, l’affermazione del criterio della responsabilità e la speranza di riconciliazione. Come ha detto il maestro alla conclusione di un concerto nel carcere di Bollate, bisogna tentare la strada della bellezza.

Il primo punto è la riduzione drastica della detenzione sociale, che possiamo attuare attraverso una serie di politiche, tra cui: l’approvazione della proposta di legge sull’introduzione delle case di reinserimento sociale, che favorirebbe la fuoriuscita dal carcere di molte persone con residui pena brevi; l’introduzione in carcere del numero chiuso, essenziale per far funzionare qualunque politica deflattiva; infine, la riforma delle leggi sulle droghe che causa l’intollerabile sovraffollamento. Il secondo pilastro è quello della dimostrazione che ci possiamo liberare dalla necessità del carcere, partendo da alcuni esempi di archeologia criminale del sistema penitenziario. In questo senso, si potrebbe finalmente approvare l’abolizione dell’istituto fascista delle case di lavoro, misura illiberale a cui sono destinati pochi sfortunati ed esiste già un disegno di legge, depositato alla Camera dall’on. Riccardo Magi e sostenuto dall’arcivescovo di Chieti-Vasto, il prestigioso teologo Bruno Forte.

Nel giorno di Sant’Ambrogio l’arcivescovo Mario Delpini ha rivolto alla città di Milano un discorso memorabile in cui ha denunciato l’intollerabile situazione delle carceri e ha fatto risuonare la voce dimenticata di Cesare Beccaria: La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto.

Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni. L’appello finale chiede di non essere complici e va raccolto con intransigenza.