Domani, con la tradizionale e fluviale conferenza stampa di fine anno che Giorgia Meloni ha trasformato in inaugurazione di quello nuovo, la premier e il suo governo affrontano la fase più rischiosa e più decisiva della loro navigazione. Le possibili mine abbondano sia sul fronte interno che su quello internazionale. Meloni arriva all’appuntamento in condizioni favorevoli: dopo tre anni e tre finanziarie all’insegna dell’austerità la sua popolarità è calata molto meno di quanto non sia fisiologico in questi casi e il suo partito mantiene saldamente il primato nei sondaggi. Auspici favorevoli ma le difficoltà cominciano solo adesso.
Sul fronte della politica interna la prova più importante arriverà in primavera, data ufficialmente da destinarsi ma il governo ha già deciso di aprire le urne per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia il 22 e 23 marzo. Con una incognita però: il fronte del No ha deciso di raccogliere le firme per indire un referendum che in realtà è già indetto e chiede che siano rispettati i tempi della raccolta delle firme. Per quanto possa apparire assurda la richiesta di raccogliere le firme per un referendum già deciso e per quanto sia chiaro che il vero obiettivo del No è guadagnare tempo per una rimonta che ha già diminuito sensibilmente lo scarto rispetto al Sì, ancora in vantaggio, in punta di diritto i promotori della raccolta di firme potrebbero avere ragione e in quel caso il referendum slitterebbe a metà aprile.
- Perché Meloni vuole cambiare la legge elettorale, la premier tira dritto dopo la batosta alle regionali
- Referendum sulla giustizia, il governo vuole accelerare i tempi: si voterà in due giorni
- Legge elettorale e premierato, Meloni rischia tutto dopo la “ferita” delle Regionali: le due riforme entro la legislatura
A prescindere dal mese l’esito della prova condizionerà in modo profondissimo il prosieguo. Se il governo perderà sarà costretto sulla difensiva e dovrà segnare il passo anche sui due passaggi successivi che ha in programma: la riforma elettorale e l’approvazione del premierato. In caso contrario, invece, passerà immediatamente all’attacco. Il capo dello Stato ha già fatto sapere di essere contrario a una legge elettorale nuova varata all’ultimo momento. Nelle intenzione della maggioranza la nuova legge dovrebbe essere approvata in via definitiva prima della pausa estiva.
A grandi linee la destra ha già un accordo: proporzionale senza più quota maggioritaria con premio di maggioranza che garantirebbe a chi supera il 40% di balzare sino al 55% dei seggi. Peccato che i particolari, sempre importantissimi, non lo siano mai tanto quanto nella riforma elettorale e qui di particolari da definire ce ne sono parecchi: non è stato deciso se mantenere le stesse circoscrizioni o no, se resuscitare le preferenze o puntare su listini corti bloccati, soprattutto se mettere o no per obbligo il nome del candidato premier nel simbolo. La destra non ha dubbi su chi candidare eppure è proprio nella maggioranza che l’idea di Giorgia incontra il vero ostacolo.
Lega e Fi sono convinte che con il nome della premier nel simbolo molti elettori sarebbero automaticamente spinti a votare per il partito della candidata, FdI, a spese loro. Una sconfitta nel referendum sulla giustizia renderebbe problematico anche il varo del premierato. Se sconfitto il governo dovrà pensarci bene, se invece uscirà vincente prenderà la rincorsa con l’obiettivo di chiudere in questa legislatura e celebrare il referendum nella prossima. La riforma è stata approvata in prima lettura dal Senato. Mancano Montecitorio e poi la seconda lettura in entrambe le Camere. Sarebbero tre voti ma probabilmente torneranno a essere quattro perché il governo mira a modificare la riforma prima del voto della Camera e a quel punto la riforma rimaneggiata dovrebbe tornare anche al Senato per la prima lettura.
Infine, dopo l’estate, ci sarà la prima vera legge di bilancio difficile. Finora proprio l’austerità ha reso tutto più facile per la maggioranza: c’è poco da litigare su soldi che non ci sono, per quanto di scintille ce ne siano comunque state parecchie. Ma la prossima manovra, l’ultima della legislatura, sarà elettorale, un po’ di miliardi salteranno fuori, il braccio di ferro per orientarli verso il proprio elettorato da parte dei partiti della destra sarà inevitabile. Per assaltare una diligenza bisogna che quella diligenza ci sia e nel 2026, per la prima volta da quando Meloni si è insediata a Chigi, un po’ ci sarà.
Il quadro internazionale è molto più incerto. La premier insiste nel suo equilibrismo tra Washington e Bruxelles. Nel vertice dei volenterosi, martedì scorso a Parigi, si è spesa con successo per ammorbidire nella sostanza la posizione del documento firmato da 7 Paesi tra cui Uk, Germania e Francia, oltre all’Italia stessa. Sulla carta quel testo è molto fermo nel difendere la sovranità della Groenlandia e della Danimarca di cui l’isola fa parte, sia pure con amplissima indipendenza. Nella sostanza, i 7 hanno suggerito una possibile mediazione, aprendo le porte a una molto maggiore presenza americana però in veste di principali componenti della Nato.
Trump non si è accontentato. Mira a fare della Groenlandia un protettorato Usa spingendo fuori dal palco Danimarca e Ue. Se lo scontro, che l’Europa sta facendo di tutto per evitare, dovesse divampare per Meloni, per la leader a metà strada tra Bruxelles e Washington tutto diventerebbe molto più difficile. Per non parlare dell’Ucraina. L’Italia condivide l’impegno dei Volenterosi però ribadisce la sua indisponibilità per quanto riguarda la ragion d’essere stessa di quel formato, l’invio di truppe in Ucraina dopo la tregua. Oggi, con la tregua che non si vede neppure col binocolo, sono divisioni prive di ricadute pratiche. Se i militari europei dovessero partire davvero la situazione dell’Italia diventerebbe molto più pericolante. Dunque nell’anno appena iniziato Giorgia Meloni si giocherà moltissimo. Quasi tutto