Arturo Scotto, capogruppo Pd alla commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico, una passione coltivata e praticata da sempre per la politica estera.
Il 2025 ha lasciato in eredità all’anno appena entrato un mondo segnato da guerre e da tragedie umanitarie.
Dobbiamo interrompere la spirale di odio, morte e distruzione. La guerra sembra diventata di nuovo parte della nostra vita, un fatto ordinario. Quando questo accade il rischio è che ci finisci dentro senza nemmeno accorgertene. E noi siamo immersi dentro un clima di guerra. Ormai i vertici delle istituzioni europee ragionano così, non usano nemmeno nessuna perifrasi quando dichiarano i loro obiettivi. Provano a mobilitare l’opinione pubblica dicendo che questa è la strada per salvare democrazie boccheggianti dal nemico esterno. Siamo davanti a una poderosa riconversione della nostra economia manifatturiera e non si è aperta nessuna riflessione su se questo corrisponde o meno alla vocazione originaria del nostro continente. E se questo strappo servirà a ridurre le diseguaglianze poderose che stanno fiaccando il ceto medio, stritolato dall’inflazione, dal ristagno dei salari, dal ridimensionamento delle prestazioni del welfare universalistico. Solo un grande movimento che metta al centro la parola “disarmo” può riorientare i nostri investimenti pubblici verso la realtà della questione sociale. Altro che acchiappanuvole! Perché passare con estrema disinvoltura da un green new deal a un war new deal porterà a destra le nostre società. Mi stupisco che siano in pochi a vedere questo pericolo. E si farà un piacere proprio a Putin. Lui scommette sul fallimento dell’Ue, che torna a scegliere la strada del riarmo nazionale e ad allentare invece l’unica conquista che ha reso grande il nostro progetto: lo stato sociale.
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La Palestina non sembra fare più notizia. Eppure, a Gaza la situazione resta drammatica e in Cisgiordania i coloni squadristi, spalleggiati dall’esercito israeliano, la fanno da padroni.
La tregua appare oggi solo l’intervallo tra una guerra e l’altra. È qualcosa di più di una sensazione. Il vertice tra Trump e Netanyahu a Mar- a-Lago non sembra aver prodotto una implementazione della fase due, si allontana la possibilità della nascita – come previsto nel piano sottoscritto a Sharm el Sheik – di una forza internazionale di stabilizzazione. Sullo sfondo, l’approvazione di 19 nuovi insediamenti in Cisgiordania, l’ultima mazzata alla possibile nascita di uno stato palestinese autonomo. Inutile girarci intorno, la decisione di vietare l’accesso alle Ong in West Bank come a Gaza ci parla della volontà di non avere testimoni laddove si dispiega una politica di apartheid e la tragedia del genocidio. Israele si sta chiudendo davanti al mondo e nessuno alza di nuovo la voce. Parliamo di Msf, di Save The Children, di tutto il circuito dell’Aoi italiana. Sono trattati come criminali, fiancheggiatori del terrorismo, non come operatori di pace. Il meccanismo di ri-registrazione va a scavare fino alla terza generazione dei cooperanti e passa ai raggi x le dichiarazioni che sono state fatte sulla pulizia etnica a Gaza. Dove è l’Europa di fronte a questo ennesimo attacco al diritto internazionale e al principio più elementare della solidarietà? Non c’è, latita. Non usa nemmeno la pressione delle sanzioni per intimare alla leadership israeliana un atteggiamento diverso. E poi si comincia a sentire di nuovo la solita litania sul fatto che Israele sia la più grande democrazia del Medio Oriente, nonostante tutto. Consiglierei a tutti di contare fino a dieci. Le democrazie spalancano le porte ai cooperanti. I regimi invece li trattano come criminali. Fate un po’ voi.
C’è chi accusa il movimento pacifista, e il Pd a guida Schlein, di essere tiepido verso la Russia di Putin.
I filoputiniani sono quelli che ci hanno fatto affari fino all’ultimo minuto utile. Ci sono stati ministri dello Sviluppo economico che ben dopo l’acquisizione della Crimea da parte di Putin andavano a sfilare al Cremlino con decine di imprenditori per stringere accordi commerciali.
I pacifisti e gli obiettori di coscienza sono perseguitati a Mosca, vittime di una guerra scellerata. Dopo quattro anni, mi pare difficile pensare che da questo conflitto si possa uscire con una soluzione militare. Con una vittoria di uno sull’altro. Mi pare sia quello che cerca Putin, una tensione permanente che miete vittime su vittime. Purtroppo, l’Europa non ha saputo dire altro che armi. Delegando tutta la parte delle trattative a un Trump che la vuole ridurre solo a un bancomat per la sua industria militare. Ascoltiamo parole allucinanti dal segretario generale della NATO che addirittura avverte che potremmo piangere i nostri figli come i nostri bisnonni avevano fatto con i loro. Continuo a sentirmi più sicuro sotto l’ombrello della NATO, come disse Berlinguer, ma vedo troppi apprendisti stregoni ai vertici dell’alleanza atlantica. Non si capisce se siano politici o mercanti d’armi. E questo non va bene.
Un mondo diseguale, dove i super ricchi lo sono sempre di più, mentre cresce a dismisura l’”esercito” del disagio sociale. E delle nuove povertà.
Questo è l’anno in cui Elon Musk ha ricevuto dal cda di Tesla un ingaggio di mille miliardi di dollari. È un capitalismo che ha perso qualsiasi legame con la tenuta democratica delle società. Non è un caso se nella stessa America ti spunta un Mamdani che si dichiara socialista e diventa sindaco di New York. La reazione all’avidità dei più forti sdogana persino un punto di vista, quello socialista, che fino a qualche anno fa era un tabù assoluto. Questo vale anche per la vecchia Europa, dove la sinistra si rivitalizza attorno alla rappresentanza degli interessi di chi è più debole e indifeso davanti alla prepotenza del mercato. Se guardiamo alla mappa del continente, il Labour e la Spd sono in caduta libera, pur governando proprio perché sembrano né carne né pesce. Il Pd è il partito, insieme al Psoe, che invece regge di fronte a questa deriva perché si è messo in prima fila nella difesa dei diritti sociali. Dobbiamo rivendicarlo di più.
Che manovra è quella varata dal Governo e votata dal Parlamento?
È una manovra della rinuncia. Parliamo di numeri striminziti, dove l’austerità è il tratto dominante. Che porta a compiere giravolte anche rispetto alle promesse elettorali del 2023. La Lega ne esce a pezzi, ma non so cosa abbia da festeggiare la Meloni. La crepa tra Giorgetti e Salvini si allargherà. Il Governo ha bocciato un ordine del giorno del Pd dove chiedevamo esplicitamente di non fare ulteriori interventi sulle pensioni nel prossimo anno, a partire dal tema del riscatto delle lauree e l’allargamento delle finestre. Già sono intervenuti e hanno aumentato l’età pensionabile di tre mesi e dimezzato il fondo per i precoci e gli usuranti. Ora si apprestano a peggiorare ulteriormente la legge-Fornero. D’altra parte, sono diventati l’opposto di quello che dicevano di voler essere: i guardiani dell’ortodossia dei mercati finanziari e, dunque, fare cassa sulle pensioni è la cosa più facile. Così come mettere in campo condoni mascherati come quello che hanno cercato di fare con le imprese che non garantivano retribuzioni giuste ai propri dipendenti, nonostante i giudici li obbligassero a restituire gli arretrati. Siamo riusciti a bloccarlo, grazie all’intervento risolutivo di Mattarella. Ma questo ci conferma che il pericolo è dietro l’angolo. È in questi frangenti che si capisce più chiaramente il discrimine tra destra e sinistra: loro con gli sfruttatori, noi per il salario minimo.
Il 2026 e le sfide del Pd. C’è chi racconta di un partito ripiegato su se stesso, e di una leader sotto tiro.
Senza il Pd non c’è l’alternativa di Governo. La destra lo sa e ci mette nel mirino. Siamo la forza popolare più radicata del paese, riusciamo a dare voce e rappresentanza a settori consolidati del lavoro, dell’impresa, delle professioni, della cultura. Ricordarlo non guasta, visto che da mesi c’è il tiro al piccione nei confronti della segretaria Schlein. Forse perché a un pezzo di sedicente mondo liberale va bene tenersi questi qua per i prossimi anni al potere. Costruire una coalizione è faticoso, significa dover far coesistere visioni diverse, costruire compromessi avanzati, dover anche decidere di rinunciare a qualche battaglia distintiva in nome dell’unità. Si chiama politica. Io penso che questo significhi in fondo “testardamente unitari”. Abbiamo il passaggio referendario, probabilmente a marzo, che non sarà semplice, ma dove dovremo dispiegare già allora questa tensione unitaria. La partita non è solo il destino del CSM, ma una idea di Costituzione. Quella che gli eredi dell’Msi considerano superata nei fatti. Perché loro non l’hanno scritta, l’hanno subita. Per la prima volta i nipotini di quelli che erano dalla parte sbagliata della storia durante la Resistenza e la lotta al nazifascismo e che per decenni sono stati fuori dall’arco costituzionale rischiano di essere i protagonisti di uno stravolgimento della Carta. Non possiamo consentirlo.