X

La pace “disarmata e disarmante” di Papa Leone e gli appelli di Mattarella: ma Meloni e von der Leyene vogliono il riarmo

Foto frame tv/LaPresse

Foto frame tv/LaPresse

“Jamais plus”, gridò Paolo VI davanti all’assemblea dell’Onu il 6 ottobre del 1965. Era la prima volta che un papa parlava all’Onu. Parlò in francese. L’assemblea lo salutò con una ovazione. Tutta in piedi. “Jamais plus”, mai più, voleva dire mai più guerre. Quello di Paolo VI fu un discorso importantissimo che segnò una svolta nella storia della Chiesa. Fu proprio Paolo VI, tre anni dopo, nel 1968 – anno celebre e fatidico – ad istituire la giornata mondiale della pace il primo gennaio di ogni anno. Da allora è stata celebrata 59 volte. Proprio alla giornata della pace, e a Paolo VI, sino sono riferiti ieri il papa, Leone XIV e il presidente della Repubblica italiana Mattarella, che ha scritto una lettera al pontefice.

Sarebbe molto ipocrita riferire del discorso del papa, della lettera di Mattarella e ricordare la frustata di Paolo VI contro le cancellerie dell’Occidente, e in particolare contro Washington, del 1965, senza osservare le contraddizioni tra le posizioni di Chiesa e Stati. Intanto però leggiamo le frasi principali contenute in questi messaggi. Il papa ha parlato all’Angelus, davanti a 40mila persone. “In questa festa solenne – ha detto – all’inizio del nuovo anno, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace disarmata e disarmante”.  Il Papa ha insistito su questa formula che tanto irrita l’Europa: “disarmata e disarmante”. E poi ha proseguito: ”Nella Maternità Divina di Maria vediamo l’incontro di due immense realtà ‘disarmante’: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne, e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà. Perché il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura”.

Mattarella gli ha risposto con una lettera molto bella, anche questa ispirata all’idea pacifista, come era stato anche il discorso tenuto la sera prima davanti alle telecamere a rete unificate. Naturalmente se uno volesse, potrebbe anche notare la distanza tra questa lettera e l’atteggiamento “armista” del governo italiano, e anche di alcune precedenti dichiarazioni del Presidente. Ha scritto Mattarella: “Beatissimo Padre, il tema scelto per la cinquantanovesima Giornata Mondiale della Pace (‘La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante’) coglie un tratto saliente dell’attuale fase storica, segnata da crescenti inquietudini e, per questa stessa ragione, ancor più bisognosa di aprirsi alla speranza. Come Vostra Santità ha argomentato sin dall’inizio del Suo pontificato, la pace richiede amore, giustizia e solidarietà. La sua sede primaria è il cuore di ciascuno, indipendentemente dalla fede professata. Segue un ‘percorso incessante’, che richiede umiltà, perseveranza, ricerca della giustizia. È quindi un tragitto faticoso – lo è sempre stato nella storia dell’umanità – ma è l’unico che meriti di essere intrapreso. Mentre siamo in cammino, la coraggiosa azione pastorale della Santità Vostra ci è di confortante sostegno e accompagnamento. La Sua voce contribuisce a risvegliare le coscienze, com’è necessario quando la guerra – minacciata o combattuta – torna a essere una malevola realtà o anche solo un rischio plausibile per il nostro vivere quotidiano… Occorre che i governanti sappiano ascoltare il grido dei popoli che invocano la pace”.

Il riferimento di questi due discorsi a Paolo VI è fondamentale. Non si tratta di un omaggio formale ma di un richiamo ad una posizione ideale fortissima. Paolo VI parlò mentre era in corso la prima escalation americana in Vietnam. Una guerra di aggressione dell’Occidente ad uno Stato sovrano. Che durò 11 anni e alla fine costò circa 2 milioni di morti tra i vietnamiti e quasi 60 mila morti tra i ragazzi americani. Paolo VI parlò all’Onu per condannare la guerra e tutte le guerre. Per la prima volta cancellò l’idea della guerra giusta. Gridò ai rappresentati di tutte le nazioni queste parole bellissime: “Se volete essere fratelli lasciate cadere le armi dalla vostre mani”. Credo che Leone XIV ricordi questa implorazione e l’abbia tradotta nella frase: “Non affilate le spade”. Paolo VI in quell’occasione citò anche un Presidente americano, che era morto, ucciso da un terrorista, appena tre anni prima. John Kennedy. Del quale ricordò questa frase drammatica: “ L’umanità deve porre fine alle guerre o le guerre porranno fine all’umanità”.

Come si fa a conciliare questo pensiero politico e morale, molto strutturato, profondo, che si regge su uno dei pilastri della civiltà occidentale, e cioè il Vangelo che ha creato il cristianesimo, come si fa a conciliarlo con le attuali scelte politiche dei paesi Europei, e dell’Europa in quanto Unione, e dell’Italia, che invece hanno deciso di riconvertire le proprie economie in economie di guerra, di avviare un grandioso riarmo, di sacrificare le politiche sociali alle politiche militari? È evidente che è impossibile. Bisogna che questo sia molto chiaro. Da una parte c’è il pensiero cristiano – vogliamo chiamarla l’ideologia cristiana? – che si oppone alla guerra in qualsiasi forma e sceglie la pace in qualsiasi forma, dall’altra c’è l’ideologia militarista. È aperto uno scontro epocale tra queste due dottrine. Io credo che il presidente Mattarella debba scegliere. È impossibile ammirare il papa e stare con Meloni e Von der Leyen.