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“La cultura di governo si chiama iperliberismo, Schlein deve costruire l’alternativa”, parla Marco Rovelli

Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

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Contro le due destre (Editrice Futura) è un libro che andrebbe letto da chiunque abbia a cuore le sorti della sinistra. Un libro, ben curato da Andrea Del Monaco, importante per la profondità delle analisi e per essere composto dal contributo analitico di studiosi di più discipline, ognuno dei quali porta il suo contributo prezioso per capire le ragioni di una crisi non congiunturale e suggerendo possibili vie d’uscita. Tra i coautori c’è Marco Revelli. storico, sociologo, politologo, Revelli è stato allievo di Norberto Bobbio e ha insegnato Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale A.Avogadro. L’Unità lo ha intervistato.

Cito testualmente dalla quarta di copertina del libro Contro le due destre: “Perché Giorgia Meloni vince le elezioni e un italiano su due non vota? Perché dal 1996, secondo Marco Revelli, si confrontano due destre: una destra populista e plebiscitaria, ‘fascistoide’ (l’allora centrodestra di Berlusconi) e una destra tecnocratica, elitaria, liberale (l’allora Ulivo di Romano Prodi). Le due destre, apparentemente in conflitto tra loro, hanno uguali obiettivi: la svalorizzazione del lavoro, l’autonomia differenziata, la fine dell’intervento statale, il dominio del mercato e la privatizzazione dei servizi pubblici, in primis la sanità. Governi la destra populista o la destra liberale, per i non garantiti non cambia nulla e quindi non votano”. Professor Revelli, è ancora di questo avviso?
Vede, in questo trentennio che ci separa da quel ’96, direi che si è compiuto il ciclo che allora iniziava. Quando ho scritto quel libro, Le due destre, intuivo la tendenza, ma non avevo ancora ben chiaro il contesto nel quale quelle due destre si spartivano lo spazio politico.
Il contesto era il nuovo paradigma che andava emergendo sulle rovine del precedente lungo ciclo industriale del capitalismo industriale fordista, che tra la fine degli anni’70 e la metà degli anni ’90 era collassato. Si stava inaugurando un nuovo paradigma, il paradigma postfordista, che potremmo anche ricollocare nel contesto dell’egemonia neoliberale, del trionfo del neoliberismo dispiegato, quello che dagli anni ’90 in poi ha realizzato la propria egemonia. Le due destre erano la forma della politica nel contesto iperliberista. Come si dice in quel passaggio, apparentemente contrapposte, in una sorta di bipolarismo, in realtà convergenti con lo stesso obiettivo, cioè quello di governare, in quel nuovo contesto, accettandone integralmente le regole. In realtà quelle due destre si sono alternate. Tutto il ciclo berlusconiano rispondeva alla prima di quelle due destre, aveva sdoganato i neofascisti e i postfascisti, aveva realizzato una forma di governo fortemente personalizzata intorno ad un unico leader. Aveva lavorato per smontare tutti i patti sociali che avevano permesso gli equilibri nel corso del ‘900 e così via. Alternato con quella che io definivo la destra tecnocratica, Prodi in qualche misura, D’Alema i quali avevano accettato, anche se non in modo dispiegato, il nuovo paradigma egemone e lo declinavano in forma un po’ diversa, cercando di salvare una sorta di continuità di ceto politico ma adeguandosi in qualche misura alle politiche È stata quella destra (tecnocratica) che ha realizzato buona parte delle privatizzazioni. Come diceva Agnelli, ci sono delle situazioni in cui il lavoro sporco lo fa meglio la sinistra della destra. E questo è stato.

Ad esempio?
Beh, la marginalizzazione del lavoro come soggetto sociale, la sua riduzione a fattore da scambiare sul mercato e basta, una merce come le altre. Quei contenuti sono stati realizzati con una sorta di “divisione del lavoro”, con un progetto di sfondamento più esplicito da parte della destra “fascistoide”, con un progetto di cogestione da parte della destra tecnocratica, ma in realtà convergendo sul risultato. Oggi quel ciclo a mio avviso è esaurito. Il ciclo dell’indiscussa egemonia iperliberista, che era anche il ciclo della globalizzazione assunta come indiscutibile forma dell’ordine globale. Gli effetti di quelle politiche sono sotto gli occhi di tutti…

Vale a dire?
Nella società italiana i guasti sono particolarmente evidenti, ma questi guasti attraversano trasversalmente tutto l’Occidente, cioè una crescita fortissima delle diseguaglianze, la quasi liquidazione delle forme novecentesche di Welfare, la svalutazione del salario, la marginalizzazione del mondo del lavoro dipendente e, last but not least, terribilmente importante, la esplicita dichiarazione della guerra come orizzonte possibile in cui muoversi. Anche su questo terreno, purtroppo, le differenze tra destra e sinistra si sono ridotte.

Per restare sulla sinistra. Lei vede una qualche discontinuità significativa operata dal nuovo corso del Pd di Elly Schlein?
Qui dobbiamo fare un discorso di più ampio respiro.

Facciamolo.
Quando parliamo di nuovo corso del Pd, rispetto a quale vecchio corso? Noi abbiamo avuto prima un Pds, poi un Ds e poi un Pd, che hanno cambiato non totalmente colore ma sfumatura sì. Cento sfumature di rosa, potremmo dire. Dal Pd veltroniano, naufragato malamente perché puntava a realizzare, in convergenza con Berlusconi, un bipolarismo quasi perfetto. Mi ricordo bene il 2007-2008, le esternazioni di Veltroni dal Lingotto di Torino e di Berlusconi dal predellino della sua auto a Milano. L’eliminazione dei “cespugli” e la riduzione dello spazio politico alle due coalizioni contrapposte, sono finite rapidamente perché Veltroni è stato sconfitto alle elezioni da Berlusconi e Berlusconi è stato sconfitto dallo spread subito dopo. Abbiamo avuto l’ex Partito comunista con convergenza democristiano- Margherita della fase veltroniana, poi abbiamo avuto la parentesi bersaniana, poi abbiamo avuto la catastrofe renziana e poi abbiamo avuto una difficile fuoriuscita da quel baratro in cui il Pd era precipitato quando dal 42% delle europee era crollato al 16%. Il nuovo corso rispetto a cosa? Al Partito veltroniano, a quello bersaniano, a quello renziano, a quello postrenziano bonacciniano…L’elezione di Elly Schlein a segretaria del Pd da parte degli elettori di quel partito, ed è un paradosso per molti versi. Diciamola tutta: quella di Elly Schlein fu una elezione a furor di popolo contro l’opinione prevalente del corpo amministrativo del Pd che invece si era espresso a maggioranza per Bonaccini. Quell’elezione è stata, a mio avviso, un soprassalto di istinto di conservazione degli elettori di quel partito, che sapevano perfettamente che sulla vecchia strada o senza un segnale di discontinuità, il Pd era destinato a finire o a ridursi a realtà marginale. E quindi la Schlein come alternativa. Per certi versi, visto col senno di poi, la sua potrebbe anche essere considerata una mission impossible…

Perché?
Perché è difficile cambiare un partito dalla testa. E perché il compito che gli elettori delle primarie affidavano a Elly Schlein era un compito improbo, e cioè governare su una linea politica diversa contro il corpo amministrativo di un partito che la pensava sostanzialmente in modo opposto e soprattutto un partito all’interno del quale, in particolare durante la parentesi renziana, erano depositate una quantità di tossine enorme. Un partito non passa indenne attraverso uno shock come quello: il Jobs Act, il tentativo di manomettere la Costituzione, il personalismo nella sua guida, la retorica della rottamazione e così via. Non ne esci indenne. Elly Schlein ha ereditato un partito ridotto un po’ in rottami, senza essere una “rottamatrice” ma anzi dovendo essere una “ricucitrice” di una situazione lacerata. Operazione improba, che ci fa trovare oggi nella situazione terribile, deprecabile, di una destra orribile, con una leadership che normalmente sarebbe impresentabile, come quella di Giorgia Meloni, con una leader che anziché svolgere il ruolo di capo del Governo, continua a svolgere quello di capo partito, e di capo partito impegnata costantemente a costruirsi il nemico, a mettere in campo tutte le retoriche del conflitto radicale qual è quello che lei ha sempre vissuto come neofascista.

Come si può definire Giorgia Meloni?
Giorgia Meloni oggi è la leader di un clan, di una micro-comunità, qual è quella che ha interpretato fin dalle origini della sua vicenda politica, una comunità di sangue e di suolo per certi versi, come sono quelle dell’estrema destra, in cui contano le fedeltà assolute e soprattutto quella al capo, e non è la leader di un partito di massa. Giorgia Meloni è la leader di questo nucleo duro intorno al quale si condensano i consensi elettorali del 26% dei voti presi alle elezioni del 2022 che sul 60% di votanti contano come un 18% complessivo. Il consenso del 18% dei cittadini di questo Paese. Però con quel 18% si presenta come monopolista del potere, perché non trova di fronte a sé un’alternativa credibile, cioè capace di parlare e di interpretare i bisogni di quel 60% che si è messo fuori alle elezioni e di quel quasi 50% che alle politiche del 2022 non ha votato per i partiti del centrodestra o della destra. E qui andrebbe aperta una dolorosissima parentesi…

Quale?
Noi paghiamo, non so come definirla se non come insipienza, che ha caratterizzato una figura come Enrico Letta, il quale di fronte ad un sistema elettorale con una fortissima componente maggioritaria, ha fatto il capolavoro di far sì che una delle due parti in competizione si presentasse divisa. Io ho insegnato Scienza della politica, e leggo che Enrico Letta è stato docente a Sciences Po. Qualunque politologo alle prime armi, qualunque studente di scienze politiche all’esame di primo anno sa perfettamente che con dei collegi uninominali assegnati con il sistema maggioritario, presentarsi divisi è un suicidio politico-elettorale. Chiunque avesse avuto un minimo di lume della ragione, avrebbe lavorato per un’alleanza a qualsiasi costo. E se questo si fosse realizzato, può darsi che avrebbe comunque vinto il centrodestra o può darsi che no, ma anche se avesse vinto non lo avrebbe fatto con il margine col quale si è accaparrato il controllo del Parlamento e quindi il governo per cinque anni come probabilmente avrà, e probabilmente anche la possibilità, nel frattempo, di eleggersi il presidente della Repubblica e di scegliersi la legge elettorale. Un karakiri politico di questa portata è difficile trovarlo in forma così pura nella storia. Enrico Letta lo ha realizzato. Prima di prendersela con Elly Schlein, prima di scagliarsi contro chi deve gestire questo disastro, sarebbe bene riflettere su quello che è successo. E quello che è successo ci consegna alla fine del grande scenario delle due destre, con uno squilibrio molto forte a favore della destra che io chiamavo allora “fascistoide”, oggi potremo definirla sovranista, populista, pseudo-sovranista perché poi è un sovranismo che sacrifica la sovranità nazionale ad altre entità e così via. Questa orribile destra oggi predomina rispetto all’antica destra tecnocratica.

Per avere sostenute le piazze che manifestavano contro il genocidio di Gaza o aver appoggiato le battaglie della Cgil, Elly Schlein è stata tacciata, di volta in volta, di essere una sinistrorsa, una vetero pacifista e soprattutto, anche all’interno del Pd, di essere priva di una cultura di governo Professor Revelli, lei che su questo ha scritto saggi illuminanti, ci aiuti a capire cosa diavolo sia, per chi la brandisce, questa cultura di governo?
Beh, la cultura di governo è l’adesione al modello ideologico e politico che ha devastato l’Occidente nell’ultimo trentennio. Cultura di governo è l’adesione ai fondamenti dell’iperliberismo, del neoliberismo, declinati nell’una o nell’altra variante. È chiaro che chiunque voglia oggi trovare ascolto presso l’enorme massa di elettori potenziali che hanno disertato le urne negli ultimi decenni, deve rompere con quel concetto di cultura di governo. Deve assumere una cultura di alternativa. Chi l’ha fatto, incassa risultati, Mamdani a New York è un esempio, ma non è l’unico. Chiunque oggi voglia scongelare il quadro politico, rimettendo in gioco pezzi di elettorato che ne sono fuori, deve rompere radicalmente con quella idea di cultura di governo. È una catastrofe che nel nostro Paese il sistema dei media, con chi ne è interprete, i columnist, gli opinion leader, le grandi testate, gli anchormen o le anchorwomen televisivi etc., partecipino in buona parte di questo atteggiamento conformistico trasversale, che li rende estranei al senso comune popolare, che ne fa delle figure che parlano al proprio entourage, al proprio ambiente, funzionando come gendarmi mediatici, tutori dell’ordine costituito che impone una certa narrazione disastrosa. Disastrosa perché non aiuta a capire le ragioni del declino che si sta vivendo e dei rischi che si stanno accumulando. A cominciare dal rischio di una guerra dispiegata con un carattere generale. Non è che manchino voci autorevoli. Quella del Papa dovrebbe esserlo, la voce di una quantità di competenti e di saggi dovrebbe essere autorevole, ma non viene considerata tale perché non ha corso legale all’interno del sistema mediatico prevalente. La messa ai margini di queste voci autorevoli fa correre un pericolo mortale alla nostra democrazia e alla nostra stessa possibilità di sopravvivenza.