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Perché questo piede è la foto più letteraria del 2025

La foto più “letteraria” dell’anno, senza tema di smentite, giunge dal dossier che custodisce i file di Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo, amico per lungo tempo ritenuto più che affidabile da molti superpotenti, morto suicida in prigione. Pubblicati in ottemperanza con la legge del Congresso approvata alcune settimane fa e, sia pure mal volentieri, controfirmata dal presidente Donald Trump. Documenti davvero problematici che il Dipartimento di Giustizia americano ha iniziato a rendere noti nei giorni scorsi, nella tarda notte italiana: centinaia di migliaia di file accompagnati appunto da un “portfolio” fotografico che costituisce il nucleo iconico più singolare dell’intera narrazione.

Bene, mettiamo ora da parte sia la fonte sia la natura oggettiva criminale dell’intero caso, dimentichiamo ogni possibile considerazione su “vizi privati e pubbliche virtù”, per citare un film politico esemplare degli anni Settanta, provando invece a spiegare per quali semplici ragioni una delle tante immagini che accompagnano il dossier in questione restituisce in modo assoluto lo “zeitgeist”. Cioè in modo esatto e quasi oggettivo lo spirito del tempo spettacolarmente letterario nell’era dei social, segnata, tra selfie e meme, da ininterrotto autobiografismo diaristico vissuto in tempo reale. La foto cui ci riferiamo è anonima e del tutto “acefala”. Impossibile infatti risalire a chi possa appartenere il “misterioso” piede femminile, le unghie smaltate di nero, che appare, meglio, “si mostra” disteso su un letto con intento espressamente feticistico, come un’offerta rivolta allo sguardo altrui o magari una semplice citazione di maniera ammiccante.

Un piede accompagnato da una citazione letteraria che rimanda a sua volta a un immaginario erotico perturbante, e non meno cinematografico (tutti o quasi ricordano gli occhiali a forma di cuori indossati da Sue Lyon-Lolita nel film firmato Stanley Kubrick nell’anno di grazia 1962). Una citazione presente sia in effigie – cioè grazie alla compresenza sempre lì sul letto, dell’oggetto-volume capolavoro di Vladimir Nabokov: “Lolita” – sia perché l’incipit della storia è riportato letteralmente, nero su bianco, sulla porzione relativa di corpo mostrata: “She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock”. Traduzione: “Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo”.


Se fosse sufficiente una semplice interpretazione feticistica dello scatto, potremmo rivolgerci a Franca Kodi, risaputa “regina degli amanti dei piedi”, già editore del magazine “Il feticista”, esaustivo circa il tema, così per ottenere una possibile traccia. Quanto invece a una possibile definizione della parafilia che interessa ciò che solitamente viene celato dalle calzature, niente di più esemplare delle parole di Karl Kraus in merito: “Sotto al sole non c’è persona più infelice del feticista che brama una scarpa da donna e deve accontentarsi di una femmina intera”.
I social, per loro stessa natura “tecnica”, hanno legittimato un ininterrotto esibizionismo democratico di massa, immediato, istintivo, come finestra o magari un ballatoio o teatro o cinema personale attraverso cui mostrarsi, avere contezza perfino del proprio potenziale erotico in atto o più spesso “in sonno”. Per queste banali, ordinarie ragioni la foto in questione, ben al di là del suo referente, ottiene a buon diritto l’Oscar e insieme il Nobel per lo scatto più “letterario” dell’anno.