Il 3 dicembre è la Giornata Internazionale dedicata alle persone con disabilità, istituita dall’Onu all’ inizio degli anni Novanta con l’intento di accendere i riflettori su tematiche complesse e variegate che riguardano milioni di persone. Questa ricorrenza, quest’anno in Italia, come da qualche tempo a questa parte, più che una giornata celebrativa assomiglia ad un giorno di commemorazione. È doloroso ma assolutamente doveroso essere chiari su questi temi, andare oltre la pomposità roboante degli annunci e guardare in faccia la realtà.
I fatti dicono che oggi essere disabili nel nostro Paese, se non equivale a una condanna, poco ci manca, perché quel meccanismo virtuoso di tutela nato alla fine del secolo scorso, ha rallentato vistosamente ed è prossimo a fermarsi. Quell’idea in fondo semplice, ma rivoluzionaria allo stesso tempo, di liberare dal rischio di una eutanasia sociale decine di migliaia di persone con disabilità, attraverso un percorso di inserimento lavorativo mirato e stabile, come la legge 68/99 disegnava, è stato negli ultimi anni, di fatto, costantemente sabotato da più parti e oggi assume un’importanza quasi residuale. Del resto, il numero ufficiale di oltre novecentomila persone disabili iscritte nelle liste di collocamento obbligatorio parla da solo e soffoca sul nascere qualunque possibile obiezione. Come naturale conseguenza il tasso di povertà è aumentato nelle famiglie in cui è presente un familiare con disabilità grave e le prospettive generali di un vero inserimento sociale sono in costante e preoccupante diminuzione.
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Non è pensabile annoverare neanche nella voce sostegni il ddl sui caregiver (che magari lo è nelle intenzioni, ma di certo non lo è nei fatti), perché destinare 400 euro al mese alla persona che si prende cura di un familiare disabile in uno stato di gravità e che spesso è costretta per tali incombenze a rinunciare al lavoro, rappresenta nella sostanza poco più di una mancia. Se poi si considera che per rientrare in questo “bonus” è necessario essere in possesso di un Isee non superiore a 3.000 euro annui, possiamo addirittura parlare di elemosina, senza correre il rischio di esagerare. Questo è realmente lo stato delle cose, che piaccia o no. Le persone con disabilità e le loro famiglie, rivendicano invece il diritto alla dignità e una azione di forte consapevolezza da parte della politica. Vorremmo che si creassero le condizioni affinché il 3 dicembre diventasse l’occasione per festeggiare un’azione concreta di riforma che destini maggiori risorse per la tutela e il reinserimento lavorativo delle centinaia di migliaia di disabili in attesa di risposte. Bisogna riformare e non soltanto (stancamente) celebrare.
*Esperta politiche del lavoro e disabilità
**Presidente Associazione Lavoro&Welfare
***Presidente associazione Pro Habilis