La tanto sbandierata riforma del governo Meloni sui test di ingresso alle facoltà di Medicina è partita col piede in fallo. Nei mesi scorsi l’esecutivo, tramite la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, aveva infatti eliminato parzialmente il numero chiuso, consentendo di fatto l’iscrizione a tutti gli aspiranti medici senza passare dalle forche caudine del test d’ingresso, spostando il fatidico esame di ingresso dopo un primo semestre-filtro con esami caratterizzanti.
Il fatidico giorno era giovedì 20 novembre, quando 55mila aspiranti medici hanno tenuto la prima prova d’esame (tra la materie da affrontare c’erano chimica, fisica e biologia) per l’ingresso vero e proprio a Medicina.
“Chi ieri protestava contro i test d’ingresso a Medicina – aveva sostenuto la ministra Bernini in mattinata con un post sui social – oggi si scaglia contro il semestre aperto: un sistema che forma dentro le Università, non fuori, che moltiplica le opportunità e garantisce a tutti una base di partenza davvero uguale. Non sarà la solita minoranza rumorosa a disturbare l’esame di 55 mila ragazze e ragazzi che da mesi studiano con serietà e impegno per questo appuntamento”.
Le critiche alla riforma Bernini
Il riferimento era agli studenti Uds e Cambiare Rotta, oltre alla Flc Cgil, che hanno contestato anche con flash mob e azioni dimostrative la riforma per l’accesso a Medicina.
La riforma Bernini, che sulla carta doveva almeno parzialmente oltrepassare il sistema del numero chiuso, ha in realtà provocato un effetto auto-escludente per chi abita fuori città: i posti disponibili erano 19mila per 54mila iscritti, dunque poteva passare poco più di uno studente su tre. Per molti, come hanno denunciato le associazioni universitarie ostili alla riforma, era impensabile trasferirsi senza avere la certezza di poter proseguire gli studi, rinunciando del tutto.
I test farsa copiati
Ma il problema più grave per il Ministero è stato un altro. Bernini e la presidente della Conferenza dei rettori, Laura Ramaciotti, non avevano neanche fatto in tempo a lodare la regolarità dei test che sul web sono emerse decine e decine di foto delle domande scattate durante le prove d’esame.
Ad essere tempestati di immagini i gruppi Facebook, WhatsApp e Telegram, tra le testimonianze più disparate di esami svolti in un clima surreale: c’è chi racconta che a Palermo prima dell’inizio dell’esame fosse suonato in aula uno smartphone, ovviamente vietato, senza che alcuno tra i presenti prendesse provvedimenti.
Dopo l’iniziale tono entusiasta, è stato lo stesso Ministero dopo una giornata di polemiche a riconoscere i problemi avvenuti nella giornata di test. “Il Mur – è scritto – trasmetterà, per il tramite della Crui, a tutti gli atenei le immagini in circolazione affinché possano essere individuati i responsabili e ripristinato il pieno rispetto”.
Una nota che, paradossalmente, ha contributo a creare ulteriori problemi: in molti l’avevano letta come possibilità per il Ministero di annullare completamente la prova, per tutti. A richiesta di un chiarimento, il dicastero ha poi precisato che a rischiare sono solamente gli autori degli scatti finiti sul web e sui social, alcuni dei quali dovrebbero essere facilmente riconoscibili perché nelle immagini si vedono anche i loro codici identificativi.
È probabile in ogni caso che le polemiche non si spegneranno così facilmente. Sono altissimi infatti le probabilità, come fa notare ancora il Corriere, che stuole di studi legali specializzati nei ricorsi al Tar siano pronti per cause collettive che paralizzeranno l’anno accademico.