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Meloni ci prova in Campania: proposto all’ultimo secondo il condono edilizio, la sinistra denuncia danno ambientale e voto di scambio

Photo by Alessandro Garofalo/LaPresse

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FdI ci spera: impossibile spiegare la decisione di proporre nell’ultimo secondo utile un condono edilizio in Campania se non con il sogno di sovvertire i pronostici e sconfiggere domenica e lunedì prossimi Fico e il Campo Largo di Elly e Conte. Ci spera anche Giorgia Meloni: una decisione del genere, che per la sua sfrontatezza riverbera sull’immagine del governo e certo non positivamente, non può essere stata presa senza il beneplacito della leader assoluta. Più che il condono in sé, sfacciata è la tempistica. Nel 2003 l’allora governatore Antonio Bassolino decise di non aderire al condono edilizio del governo Berlusconi.

Governo e maggioranza spiegano l’emendamento tricolore alla legge di bilancio che veicola il condono proprio con la necessità di mettere la Campania nelle stesse condizioni delle altre 19 regioni. Il capogruppo azzurro Gasparri fa il tecnico e aggiunge che abbattere migliaia di stabili creerebbe un problema difficilmente resolubile per lo smaltimento dei detriti. Nessuno però riesce a trovare una giustificazione per la scelta di presentare l’emendamento una settimana prima delle elezioni in Campania. Che si tratti di voto di scambio appare indiscutibile. Forza Italia avanza qualche obiezione ma solo per chiedere di procedere “con massima attenzione, studiando bene le norme per non fare danni”. Il ministro degli Interni Piantedosi invece parte lancia in resta: “C’è chi dice che così si favorisce l’illegalità ma l’abusivismo non è affatto diminuito da quanto in Campania non è stata attuata quella legge. Potrebbe essere un’opportunità”.

L’opposizione intera insorge e denuncia, oltre al danno ambientale inevitabile, il voto di scambio. Che in tutta evidenza c’è davvero ma che ha in realtà poche possibilità di funzionare. I sodaggi continuano a registrare il vantaggio dell’ex presidente della Camera, candidato unitario di tutte le opposizioni tranne l’Azione di Calenda. Le sorprese sono sempre possibili ma in questo caso decisamente improbabili. La forzatura di FdI si spiega con la scelta di fare comunque il possibile per vincere una partita in cui la destra ha tutto da guadagnare: la sconfitta prevista e annunciata non farebbe danno, la vittoria a sorpresa manderebbe gambe all’aria il Campo Largo e metterebbe la segretaria del Pd in una situazione difficilissima. Ma è uno scenario, se non proprio fantapolitico, quanto meno altamente improbabile.

La suspence nel voto di domenica prossima in Campania, Puglia e Veneto, resta collegata a fattori diversi dall’esito della sfida frontale. Nella stessa Campania si gioca per esempio una mano fondamentale per Giuseppe Conte e per le sue ambizioni di scalzare Elly Schlein dalla candidatura di fatto a premier. A Napoli il Movimento è molto forte: un vantaggio netto del Pd nella regione toglierebbe pertanto all’ex premier pentastellato molti argomenti ma è evidente che il quadro opposto rinsalderebbe di molto le ambizioni del leader dei 5S. L’astensionismo rappresenta a propria volta un’incognita significativa. Se dovesse risultare troppo alto, penalizzando proprio i 5S, sarebbe segno inequivocabile dell’indisponibilità di una parte sostanziosa degli elettori del Movimento a votare qualsiasi alleanza con il Pd, neppure quando a esprimere il candidato è lo stesso Movimento.

Le ricadute sulla tenuta del Campo Largo sarebbero potenzialmente pesanti. Combatte contro l’astensionismo anche il candidato del centrosinistra in Puglia, l’ex sindaco di Bari Decaro. Se in Campania le chances della destra sono al lumicino, in Puglia non esistono proprio: non c’è sondaggio che non registri una vittoria schiacciante di Decaro. Ma su quale platea? Quanta parte dell’elettorato sceglierà di votare in una sfida che, proprio perché senza storia, non invoglia certo a recarsi alle urne? Il particolare è decisivo per Decaro, che ha ambizioni nazionali, all’interno del partito e probabilmente anche guardando più in alto. Ma per confortare qiuelle ambizioni ha bisogno di un plebisicito: una vittoria anche netta ma su un’affluenza molto ridotta sarebbe dal punto di vista della rilevanza nazionale un brutto colpo.

In Veneto il quadro è rovesciato: l’elezione del candidato della destra, il leghista Stefani, è certa. La partita dura e tesa non è quella tra i due poli ma quella interna alla destra fra Lega e FdI. Per confermare la propria insostituibilità del nord motore d’Italia il Carroccio deve recuperare lo svantaggio nei confronti di FdI regitrato nelle ultime elezioni politiche ed europee, tornando a essere primo partito. Se infatti i rapporti di forza dovessero essere anche stavolta quelli delle elezioni del 2022 e del 2024, con u tricolori forti del doppio e passa dei consensi leghisti, Salvini si ritroverebbe completamente disarmato e alla mercè della potente alleata. Ma altrettanto scomoda sarebbe la situazione del governatore Stefani: perché a quel punto FdI, avendo rinunciato a denti stretti alla presidenza di regione, esigerebbe un risarcimento molto esoso in termini di assessorati e Stefani si ritroverebbe a essere governatore più di nome che di fatto.